Dopo la legge sui Sindaci il diluvio

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Autore originale del testo: Alfredo Morganti

di Alfredo Morganti – 1 settembre 2016

È cominciato tutto con la legge sui Sindaci. È cominciato tutto con Occhetto e Mario Segni. Da lì è partito il diluvio di leaderismo e maggioritario. La convinzione che la fine dei partiti fosse l’unica risposta possibile alla loro crisi. La convinzione che la mediazione e la politica delle alleanze fossero ormai un disvalore. Il dialogo fu pian piano considerato una specie di zavorra, e la cultura politica un ordigno inservibile nella nuova era dei media e del marketing. Da lì prese corpo l’idea che le assemblee dovessero solo ratificare i dettati degli esecutivi, i consigli comunali dovessero solo dire ‘sì’ ai Sindaci, i governi fossero il sale della democrazia e non i parlamenti, tanto meno il popolo che essi ‘rappresentano’. E crebbe la convinzione che contasse solo governare con meno rotture di scatole possibili, velocemente, e la decisione fosse come spingere un bottone. Click. Ma si affermò anche il corollario che contasse solo vincere, che ci si dovesse presentare in lizza contro qualcuno per batterlo sul campo ‘sin dalla domenica sera’ e poi rivedersi cinque anni dopo (Ancora tu? Ma non dovevamo vederci più?). È con la legge sui Sindaci che è nato il primo uomo democratico solo al comando. È lui che riceve il mandato direttamente dal popolo, lo gestisce per sé ed è infastidito dai ‘costosi’ parlamentari o consiglieri. È lui, il Sindaco, che incarna il potere, lo personalizza, lo rende sinteticamente visibile sui media. È sempre lui che consente di individuare il ‘responsabile’, quello che ci mette la faccia e poi paga. Quello che finita la carriera politica se ne deve andare, sennò verrà rottamato. È da lì, da quei primi anni 90 che inizia a circolare questo marchingegno maggioritario e personalizzante, tale da cambiare la politica italiana, riducendola a quattro chiacchiere mediatiche. È da lì, da quegli anni, che la classe dirigente si è pian piano infarcita di parvenu, di bei faccini, di figurine Panini che, senza passare per il Via, si ritrovano a fare di botto i Consiglieri Comunali o i parlamentari, ritenendo di non dover rendere conto a nessuno, tanto meno a un partito, ma solo alla propria cerchia ristretta e al proprio guru che aveva curato la loro comunicazione.

È da lì, dalla legge dei Sindaci, dalla stagione referendaria, dalle battaglie ‘radicali’, da Segni e Occhetto che, pian piano ma inesorabilmente, al posto della politica intesa come impegno collettivo è subentrata la politica come opportunità personale, al posto dei partiti come intellettuali collettivi sono sorti i clan e i cerchi magici che si insediano nei centri di comando e dettano legge anche per via extra istituzionale. E tutto questo solo perché si è svuotata la funzione di rappresentanza, si è inaridita la fonte assembleare della democrazia, si è ristretto all’osso lo spazio della mediazione, si è costretta la cultura in quattro regole di comunicazione e alla sola posa fotografica. Il mutamento di classe dirigente è sorto da lì, essa è stata selezionata con nuove regole, che non prevedevano il contributo organizzativo dei grandi partiti, ma solo lo spirito di iniziativa del singolo e dei suo accoliti (che, nel caso, sarebbero successivamente andati a fare i consulenti nella sua squadra di governo). Ed è, ancora, in quegli anni novanta che la politica, da impegno per la ‘città’, si tramuta massimamente in impegno per sé e per i propri sodali. Da confronto a tutto campo, diviene ‘vincere’ (perché se perdi sei sfigato, se perdi e fai opposizione un gufo). Dalla legge dei Sindaci in poi, stare all’opposizione vuol dire parlare in Aula senza che nessuno ti ascolti, ovvero, al più, restare in attesa della rivincita elettorale. Prima di questo le elezioni servivano a raccogliere consenso, ad essere più forti, a contare di più nelle istituzioni, perché si contava proporzionalmente di più nel Paese.

Paolo Francini, in un commento a un mio post, una volta disse di aver rivisto un Berlinguer d’annata a Tribuna Politica. Il PCI, quella volta, aveva preso punti percentuali in più alle politiche, ma il Segretario comunista non disse mai ‘abbiamo vinto’, non chiamò gufo o rosicone Aldo Moro, ma disse invece: siamo più forti, vogliamo contare di più, e questo peserà nelle leggi che faremo in Parlamento.

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Con Aldo Moro semmai immaginava un grande compromesso, un grande fronte di unità popolare, all’interno del quale avesse senso una battaglia politica democratica, anche dura. Fino a 25 anni fa la politica pervadeva la società, oggi pervade i centri di potere, sempre più opachi, oligarchici, verticalizzati. I cittadini (che eleggevano il Sindaco e sarebbero dovuti contare di più) da allora contano sempre meno, la cultura di governo (che ne doveva risultare rafforzata) è inesistente, i partiti che dovevano rigenerarsi dalla cura maggioritaria sono morti, l’unica cultura politica evidente è quella di genere pubblicitario, al posto di dirigenti politici abbiamo delle leadership occasionali, fuori contesto, rapsodiche. Non c’è più una classe dirigente adeguata, sono scarsi i rappresentanti politici capaci di giudicare cosa sia bene per la città, non c’è più un sistema dei partiti, che della democrazia rappresentativa è un pilastro. In questo vuoto, che preannuncia un vuoto futuro ancor più assoluto, oggi siamo in bilico tra la rabbia e la rassegnazione. Con una lieve preponderanza per la seconda. Sempre più marcata.


L’inizio della fine – abbiamo gettato via il bambino e abbiamo tenuto l’acqua sporca

Alfredo Morganti ha individuato nella legge per l’elezione diretta dei Sindaci (1993) l’inizio della deriva che ha condotto la Politica a puro appagamento delle ambizioni personali con conseguenze disastrose per gli interessi generali delle persone e del Paese.

E’ una riflessione che mi ha colpito e fatto riflettere. Aggiungo da parte mia che quella legge è stata il frutto di un albero (la società italiana) già gravemente malato. I Poteri e i mass meda (a partire da La Repubblica) sono riusciti di far passare una equivalenza irragionevole, che la corruzione fosse figlia del sistema elettorale proporzionale. I partiti che erano stati l’ossatura dell’Italia dalla fine della guerra erano degenerati in un sistema di corruzione, Enrico Berlinguer aveva sollevato la Questione morale ma nell’opinione pubblica prevalse il giustizialismo e la volontà di disfarsi della politica.
Il risultato dopo tanti anni è stato quello che si è gettato il bambino e si è tenuta l’acqua sporca: la corruzione (e privilegi insopportabili) sono rimasti intatti e le istituzioni democratiche sono state ridotte a una sottile lastra di ghiaccio.
Ricordo le aspettative nel partito dei sindaci – Cacciari, Rutelli, Bassolino, Martinazzoli – che andarono ben presto deluse. Quei sindaci poterono fare ben poco, nel frattempo furono introdotte le tasse locali (addizionale Irpef, sulla casa, sui servizi, rifiuti, acqua), i cittadini si sono trovati così le tasse raddoppiate e (paradossale) il debito pubblico è cresciuto enormemente. Le cose sono addirittura peggiorate quando ai sindaci ‘politici’ sono subentrati medici, uomini di spettacolo, magistrati che si sono improvvisati amministratori e invece che strade e scuole si è costruita aria fritta.
Lo Stato è sempre stato il tallone d’Achille per l’Italia: uno Stato corrotto e inefficiente. Per quasi 50 anni i partiti hanno mediato tra i cittadini e lo Stato, hanno svolto il ruolo tradizionale delle madri nella famiglia italiana e il sistema proporzionale era funzionale a questo scopo. Con il crollo dei partiti, gli italiani sono tornati a sperare nell’Uomo della provvidenza, veri e propri ciarlatani, con il risultato che le lobby e i Poteri ci sguazzano da oltre 20 anni.
Un disastro. Ci sono speranze? A mio parere l’unica speranza è quella di costruire un’ampia coalizione in difesa delle fragili istituzioni democratiche e che abbia la forza di fare una riforma radicale dello Stato. Solo uno Stato imparziale ed efficiente consente alle persone in carne ed ossa e alle ‘fasce deboli’ ridotte ai margini della società di vivere un poco meglio (Gian Franco Ferraris)