La Scalata di Renzi al Potere

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di Antonio Napoletano

Sommario – Questa è la prima parte (PARTE I. LA SCALATA) di una riflessione di Gabriele Pastrello (SAN GIOVANNI. UN WAS DANN?) che prende le mosse dalla grande manifestazione di Piazza S. Giovanni. Ripercorre sinteticamente le tappe della scalata di Renzi fino alla Segreteria del PD. Seguiranno altre due parti: una seconda (PARTE II. L’ACCELERAZIONE) dedicata all’accelerazione politica che Renzi ha impresso alla vita politica del paese con le tappe della sua iniziativa politica recente e le varie risposte che sono state date a questa resistibile ascesa, fino a delineare il progetto implicito in questa scalata. Mentre la terza parte (PARTE III. S.GIOVANNI E POI?), delinea i limiti economici nazionali e internazionali della strategia renziana che possono bloccarla. E agli sviluppi politici, in movimento della grande manifestazione.
SAN GIOVANNI. UND WAS DANN?

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PARTE I. LA SCALATA di Gabriele Pastrello

S. GIOVANNI 1. IL FATTO.
Weimar. Und was dann? “Weimar, e poi?” era il titolo di un libro di Kirchheimer un politologo tedesco, poi della Scuola di Francoforte, sul destino della Repubblica di Weimar. Il milione in piazza lo impone: S. Giovanni, e poi? O sarebbe il caso di chiedersi: il PD, e poi?

Quel milione ha rimesso in moto tutto. Certo, l’oscuramento mediatico renziano è stato efficace (all’inizio). Il grande spazio che la stampa ha dedicato alla Leopolda piuttosto che a Piazza S. Giovanni; le carrellate insistite di tante televisioni sugli spazi vuoti (sotto il palco, qui e là; impresa ripetuta da Floris).

Ma la Questura ha dato una mano alla CGIL, parlando di 1 milione e 200mila partecipanti, evitando i tira e molla da bazaar usuali: 1milione, no 100mila etc. Anche il racconto dei testimoni ha bruciato la furberia minimizzatrice. E il ‘milione’ è ormai assicurato anche sui media. ‘Le migliaia’ di manifestanti, di cui con chiara intenzione minimizzante, aveva parlato Renzi inizialmente, cancellate; come pure le riprese televisive svalutanti.

Ma soprattutto, oltre a essere passato comunque nella comunicazione ‘pubblica’, i partecipanti quel ‘milione’ se lo sono portati a casa; per raccontarlo. Certo la domanda cruciale resta: quanti oltre a loro stessi rappresentava quel milione. Non pochi; ma quanti? E cosa potrebbe cambiare nella politica italiana? Per rispondere bisogna fare una lunga strada. Partendo dalle stesse parole di Renzi: che la scalata fu progettata nel 2011.

PS – Luciano Gallino ha scritto di recente che la piazza di Roma: «ha detto in sostanza “siamo tanti, non contiamo niente, vogliamo essere qualcosa”. Tempo fa, un messaggio analogo ebbe effetti rilevanti». Allusione sottotono a una frase famosa e terribile. La scrisse l’Abate Sieyès nel pamphlet, pubblicato nel gennaio 1789, Che cos’è il Terzo Stato: “Che cos’è il Terzo Stato? Tutto. Che cos’è stato finora nell’ordinamento politico? Nulla. Che cosa desidera? Diventare qualcosa!». Un ‘qualcosa’ che assomigliava di più a un rombo di tuono.

LA SCALATA 1. L’ATTACCO.
Tutta la scalata di Renzi al potere è una continua accelerazione. Renzi stesso ci ha dato pochi giorni fa una chiave interpretativa. Su cui suggerirei a molti amici del PD di riflettere, sia per il fatto che per il linguaggio.

Renzi dice: è nel 2011 che ho capito che il PD era scalabile. Era diventato sindaco di Firenze nel 2009 sbaragliando letteralmente la vecchia guardia ex-DS, politicamente bollita. E’ vero che si trattava di Firenze, una città di provincia; ma oggi si capisce che quella era una prova generale e che aveva superato l’esame: poteva farcela anche oltre.

Perché il 2011? Perché nel 2011 si chiude, quantomeno temporaneamente, la scissione tra due pezzi di poteri italiani: quelli che avevano favorito l’ascesa di Berlusconi (e che non l’avevano abbandonato nel biennio di scandali, 2009-10, e grazie a cui, nonostante l’evidente e crescente logoramento, si era mantenuto al governo ancora nel 2011) e quelli che l’avevano sempre combattuto.

Ma nella primavera del 2011 c’è un’accelerazione della strategia europea di austerità come strategia di uscita dalla crisi (o almeno così viene presentata), inaugurata nel 2010. Incominciano a circolare voci insistenti di uscita della Grecia dall’euro, e ci sono prese di posizioni di ambienti vicini al governo tedesco che parlano di possibile rottura dell’euro. Pur senza dirlo apertamente (lo farà il prof. Sinn nel 2012) questi ambienti adombrano anche un’uscita dell’Italia. In alternativa l’arrivo della Trojka con il commissariamento del paese.

A questo punto c’è la ricomposizione dei settori pro- e anti- e il destino di Berlusconi è segnato (a luglio un massiccia fuga i capitali e a settembre la CEI a Orvieto, scandiscono i tempi della ricomposizione). La sua caduta è inevitabile dopo la figuraccia al G8 in settembre a Marsiglia, con i sorrisini della Merkel e di Sarkozy. Berlusconi e Papandreu (che aveva tentato di resistere a Bruxelles) cadono pressoché negli stessi giorni di novembre. Ma con la caduta di Berlusconi vien meno anche la funzione di baluardo anti-berlusconiano che la sinistra aveva svolto nei quasi vent’anni precedenti.

Infatti, qualsiasi cosa ne pensino i politologi, o i politici di sinistra indefessamente impegnati a tagliare il ramo su cui erano seduti, solo l’ostinato rifiuto da parte di ampi strati di elettori della sinistra mobilitati nelle urne (evidentemente poco convinti dalla martellante retorica contro la demonizzazione di Berlusconi, altrimenti non si sarebbero mobilitati) di accettare la cosiddetta svolta ‘liberale’ rappresentata dal berlusconismo, ha impedito all’avventura berlusconiana di concludersi al Quirinale con una repubblica presidenziale e populista (e quindi con la cancellazione delle teorie dei politologi e delle speranze di quei politici). Ma mentre molti nel PD, probabilmente, pensavano che ormai si trattava solo di aspettare che la mela del governo del paese cascasse dall’albero, qualcun altro cominciava a pensare a come sostituirà la sinistra sotto l’albero.

Nel 2011 si apre infatti da un lato la prospettiva della necessaria sostituzione di Berlusconi alla guida del paese (pena il totale declassamento internazionale dell’Italia), ma dall’altro qualcuno nelle segrete stanze si chiede che bisogno ci sia del PD, o meglio che bisogno ci sia ‘nel’ PD di quelle forze residue della tradizione di sinistra (senza cui niente Circo Massimo né altre manifestazioni di massa, come quella di Bersani a Roma nel 2010; ma anche reti sociali diffuse di opposizione). Di questo parla Renzi.

Sembra proprio che nel PD nessuno l’avesse capito (semmai l’avesse se l’è tenuto rigorosamente per sé). E’ lo stesso errore che politici socialdemocratici nonché Andreatta, con diverse argomentazioni, fecero dopo la caduta del Muro nel 1989. Ricordo che i primi dicevano: adesso che è caduto il comunismo (nel senso del Muro; l’URSS non ancora, ma si capiva che era solo questione di tempo), finalmente è giunta la nostra ora. Non saremo più frenati dall’accusa di favorire i ‘comunisti’. Gli obbiettavo che il senso politico della socialdemocrazia era di fare la mediazione tra il capitalismo ‘sfrenato’ e l’economia pianificata. Venuto meno uno dei termini dell’equazione, veniva meno anche la loro funzione.

Anche Andreatta sostenne a Lavarone, nel 1990, che era arrivata l’ora della sinistra cattolica per via della crisi simmetrica della socialdemocrazia e della destra ‘thatcheriana’ (su questa l’errore era catastrofico). Ma come si vide bene, le cose andarono diversamente: la sinistra cattolica fu travolta nel crollo della DC, del PSI e poi anche del PCI, per quanto meno traumatico (cioè delle forze che incorporavano la mediazione in quella contrapposizione), e gli toccò di nuovo l’alleanza, per di più ancor più ravvicinata, proprio con gli eredi della, non proprio amata (come si vede dalla relazione a Lavarone), parte ‘socialdemocratica’.

Tanto più che quel che restava, dopo la caduta dell’URSS, di egemonia nelle forze di sinistra era nel 2011 ulteriormente declinante. Logorata dai tatticismi politicisti di D’Alema, dai pessimi rapporti con movimenti ‘civili’ accesamente antiberlusconiani, dalle politiche di riforma del mercato del lavoro che hanno aperto la strada alla precarizzazione (ulteriormente accelerata da interventi successivi che hanno allargato la breccia), provocando frizioni col sindacato e settori giovanili, dall’adesione a un europeismo troppo conformista (che rimuoveva i problemi che potevano sorgere dall’ingresso nell’euro, soprattutto dopo la crisi), dalla concorrenza autodistruttiva con la sinistra di provenienza cattolica (vedi le ripetute imboscate a Prodi, con la gloriosa conclusione finale), nonché dalle fratture nella politica internazionale (e ci sarebbe molto altro da dire).

Nella formula di Asor Rosa: un ‘riformismo senza popolo’.

Quindi questo nucleo di sinistra proveniente dalla storia del PCI, anche se nei fatti socialdemocratico, che poteva apparire necessario in precedenza per fornire una classe di governo alternativa a quella raccogliticcia del centro-destra berlusconiano, incominciò a sembrare molto meno necessario, e ad apparire in fondo non tanto solido: elettoralmente non espansivo e con poca egemonia sull’insieme delle forze (e per contiguità, anche i settori cattolico-popolari più autenticamente di sinistra erano destinati a finire nello stesso tritacarne, la ‘rottamazione’: vedi il caso Bindi).

La scalata, come ha detto Renzi, riuscirà nel 2013 anche per l’incredibile serie di errori politici compiuti da Bersani nel 2012 (sia che ne sia il responsabile diretto, sia che non sia riuscito a opporsi a chi li sosteneva, dentro o fuori il partito). Dalla mancata richiesta di dimissioni di Monti nell’estate 2012, quando ormai era chiaro che il governo aveva esaurito la sua ‘spinta propulsiva’ (e chiari erano anche i limiti politici di Monti), all’accettazione della richiesta di primarie in aperta violazione dello Statuto (in nessun paese – serio – al mondo sarebbero state non solo concesse, ma nemmeno richieste).

Infatti, l’art. 3, comma 1, recita: “Il Segretario nazionale…è proposto dal Partito come candidato all’incarico di Presidente del Consiglio dei Ministri.” Mentre l’art. 18, comma 8, recita: “Qualora il Partito Democratico aderisca a primarie di coalizione per la carica di Presidente del Consiglio dei Ministri è ammessa, tra gli iscritti del Partito Democratico, la sola candidatura del Segretario nazionale.” La ‘sola’. Lo Statuto è stato quindi violato due volte, in quanto le primarie di coalizione sono state solo la foglia di fico per giustificare la convocazione di primarie. Lo Statuto PD da al segretario (art. 3, comma 1) una legittimità di tipo plebiscitario rispetto agli altri organismi di direzione. Esercitarla con misura e discrezione è meritorio, rinunciare alle prerogative statutarie è solo un errore.

Ricordiamo un altro punto sulle primarie del 2012. Vengono richieste, com’è noto, sull’onda della campagna dell’estate 2012 sulla «rottamazione». E ormai oggi è chiaro, se non lo fosse stato allora, cosa si voleva rottamare: la storia della sinistra in Italia; qualsiasi sinistra (basta guardare chi c’è ancora, e casomai come, e chi non c’è). Ma il punto qui è un altro. In base a che cosa furono possibili le due violazioni statutarie? Grazie alla scusa della richiesta di ‘primarie di coalizione’. Così furono giustificate sia la prima che la seconda violazione dello Statuto. Ma una domanda s’impone. A Vendola l’aveva ordinato il medico di sostenere la richiesta? Cosa sarebbe successo se avesse detto: no grazie? E visto lo stato di salute di SEL oggi, la conclusione s’impone che non avrebbe fatto male a farlo.

L’accettazione di quelle primarie implicava, ovviamente, una delegittimazione della stessa elezione di Bersani a Segretario nelle primarie del 2009. Accettando la richiesta di fatto riconosceva la necessità di una sua rilegittimazione a candidato Presidente del Consiglio. Se non ci credeva lui, di essere legittimamente candidato, grazie ai voti ricevuti e allo Statuto, perché mai dovevano crederci gli italiani? Come ciliegina sulla torta ci fu una campagna elettorale attendista e sotto tono proprio nel momento in cui le enormi frustrazioni covate negli anni precedenti trovavano un sobillatore magistrale come Grillo. Sarebbe bastato dire, ad esempio: ci vuole “lavoro” e non, come diceva sempre, un «po’» di lavoro.

Da cui il risultato della non-vittoria del febbraio 2013. Che aveva creato una situazione che dire annodata è un eufemismo. Eppure, anche in quella situazione un’elezione regolare di un Presidente della Repubblica nella pienezza di poteri, avrebbe potuto servire a sbloccare la situazione. Al limite anche indicendo nuove elezioni che, nel 2013, non avrebbero presentati i pericoli del 2011, visto che la crisi dei debiti sovrani era stata messa sotto controllo da Draghi nel 2012 (dando quindi spazi di manovra impensabili nel 2011). E non era affatto scritto che avrebbero semplicemente ripetuto il risultato. Invece, fu la catastrofe politica che seguì a consentire che la scalata andasse avanti.

Vennero letteralmente cancellati due possibili Presidenti della Repubblica e azzoppato definitivamente un possibile Presidente del Consiglio. Tre, dico tre, politici di prima fila. Qual è la caratteristica comune di questi politici. Di essere tutti e tre eredi, pur nella diversità di filoni, di tradizioni politiche italiane di sinistra. Tutti e tre in un certo senso politici ‘nazionali’, che avevano cioè come orizzonte il destino del paese, non il proprio personale; questione di scuola (le differenze sono tante; ma qui non sono rilevanti). La futura (nel senso quella che ‘sta’ per assumere le leve di comando) dirigenza politica del paese in un mese venne decapitata. Resta nel suo ruolo l’unico membro di quella tradizione, il Presidente Napolitano, ma in età molto avanzata. Di fatto chiaramente a tempo. Riconfermato, anche perché era l’unico, a quel punto, a essere in grado di gestire la situazione caotica che si era creata (in grado, ripeto, al di là della mia opinione sulle sue scelte; non obbligate, ma comunque sue, e capace di attuarle).

Cui prodest? A chi dava maggior vantaggio la situazione che si era creata? A Renzi, ovviamente. Una presidenza Bersani avrebbe allontanato di molto la sua scalata (su questo probabilmente aveva fatto conto Bersani, non avvertendo il pericolo della scalata in atto). Ma una presidenza Marini o Prodi non necessariamente l’avrebbe avvicinata; quantomeno non tanto, e non irresistibile, come nei progetti. Io penso che sia mancato a sinistra un riflesso di sopravvivenza. Da tutte le parti si è pensato a tagliare le gambe al proprio avversario interno. Aprendo la strada a chi li avrebbe seppelliti tutti. Il governo Letta fu un estremo tentativo di frenare il processo. La condanna di Berlusconi in estate, con la scissione del Popolo delle Libertà, sembrava dare al nuovo governo tempo per consentirgli di afferrare la Presidenza europea nel 2014, e nuove elezioni in condizioni migliori nel 2015. Ma il ‘volo delle rondini’ in massa, nell’estate del 2013, di amministratori e politici locali dal campo bersaniano a quello renziano, segnalava che i giochi (rilanciati dallo scacco di Bersani sul governo) invece erano in pieno movimento nella direzione opposta.

Il resto ormai è cronaca. L’8 dicembre 2013 la scalata si sarebbe finalmente conclusa. Appunto: la scalata. Il partito, il PD: scalabile. Un termine nuovo e usato prima per le società per azioni. Anche la parola indica un cambiamento epocale. Scalabile: si comprano azioni sul mercato (cioè: si conquistano consensi col marketing politico grazie a un’incredibile concentrazione di fuoco di tutti i settori dei media, giornali, tv, destra, sinistra), si comprano riservatamente pacchetti azionari (vedi gli ingenti spostamenti interni al PD iniziati nell’estate 2012 e travolgenti nell’estate 2013. Qui sono i pacchetti che vanno a cercare il nuovo azionista: la prospettiva di grandi successi elettorali è irresistibile per i politici di professione, e non solo). E poi si fanno i conti nell’assemblea dei soci (le primarie, assemblea dei soci allargata agli stakeholders – non solo gli azionisti, cioè gli iscritti, ma chiunque abbia un interesse – al fine di far pesare nella competizione tutto l’effetto del tambureggiamento massmediatico; lo Statuto del PD era stato scritto prima; ma a questo si puntava, fin dall’inizio. Sennò non si spiegherebbe la sua formulazione).

Un’idea di politica cui sono completamente estranei l’idea di rappresentanza, di interessi ma anche di idee, di consenso da conquistare con battaglie politiche, con discussione, convincendo. Si rastrellano azioni e si va alla conta. E poi non ce n’è più per nessuno. ‘Questa’ è la regola nelle società per azioni. Scalata: il nome è conseguenza delle cose, di quello che sono. Ma molti esponenti PD ancora sembra non l’abbiano afferrato. Se il PD è una Ditta, e già il nome è infelice, è stata scalata l’8 dicembre 2013. Scalata progettata, secondo Renzi, dal 2011.

LE PRIMARIE 1. UN PO’ DI STORIA.
Bisogna ritornare sulle primarie. Non tanto come passaggio della scalata, quanto di per sé.

Le primarie vengono introdotte nella primavera del 2005, sostenute da Romano Prodi e Arturo Parisi, per la scelta di alcuni Presidenti di Regione. Ma risultò evidente che il punto centrale era politico. Le prime primarie nazionali, nell’ottobre 2005, videro emergere Prodi, come candidato dell’Unione alla Presidenza del Consiglio. Fu avvertito come un evento ‘plebiscitario’ (evidentemente le altre candidature erano solo di contorno) necessario per dare al candidato un potere autonomo rispetto ai partiti della coalizione. A quel tempo, l’obbiettivo sembrava ragionevole. Già allora c’era molta stanchezza tra gli elettori per le divisioni che avevano portato al fallimento dell’Ulivo e, soprattutto, al ‘resistibile’ ritorno di Berlusconi. In realtà, vecchi democristiani dal naso fino (come Marini e Belci, ad esempio) annusavano, inascoltati, esiti non proprio positivi in questa novità.

Il secondo episodio furono le primarie dell’ottobre 2007, per l’elezione di Walter Veltroni a segretario del neo-fondato Partito Democratico. E anche queste primarie erano ‘plebiscitarie’(peraltro anche destabilizzanti, e guarda caso, di nuovo, rispetto al governo Prodi; una vera coazione a ripetere). Nel frattempo, l’uso delle primarie si era esteso alle elezioni locali come mezzo ‘democratico’ per la scelta dei candidati ai vari ruoli: Sindaco, Presidenti di Provincia o di Regione. In realtà pareva piuttosto che stessero diventando strumenti per dirimere contrapposizioni altrimenti non risolvibili nei gruppi dirigenti locali, data la mancanza di tradizioni e vita politica comuni nelle componenti del nuovo PD. Ma la ‘svolta’ cruciale avvenne con il nuovo Statuto del PD che le istituzionalizzava e le regolava.

C’era però una stranezza politica, poco avvertita. L’introduzione delle primarie era avvenuta frettolosamente con un vago riferimento all’uso nelle elezioni presidenziali USA; ma senza alcuna riflessione né sulla loro realtà, né sulla loro origine. Cosa che, se fosse stata fatta, avrebbe suscitato più di una perplessità.

Di fatto le primarie USA si svolgono su arco di tempo ampio, molti mesi, coinvolgendo aree geografiche, gruppi economici e sociali molto diversi. L’elemento ‘plebiscitario’, inevitabile nei regimi presidenziali, è ‘immerso’ in un lungo processo di ‘collazione’ di massa delle componenti che andranno a formare il ‘partito del Presidente’. Le primarie USA sono quindi un processo di costruzione del partito di ‘governo’ del Presidente. E la lunghezza del periodo è cruciale per ridurre il peso dell’elemento di ‘duello’ e introdurre il tempo ‘lungo’ della maturazione e della mediazione (per quanto duro sia lo scontro, com’è noto). Per non parlare del fatto che pur trattandosi di un voto per un candidato elettorale, e non a una carica interna, l’estensione del corpo elettorale nella maggioranza dei casi non va oltre ai sostenitori ‘pubblici’ (registrati; registrazione regolata da leggi statali) del partito (non due euro e via). Gli stati in cui le primarie sono aperte a tutti sono pochi e di fatto non influiscono un gran ché sul risultato finale, costituendo invece una specie di sondaggio orientativo a cielo aperto sugli umori del corpo elettorale in generale. Primarie ‘aperte’ che costituiscono il contrappeso, anche in termini di sondaggio orientativo, rispetto agli altri pochi stati in cui l’elettorato è limitato al corpo ‘interno’ degli iscritti (chiamato ‘caucus’ – termine che pare derivi da una vecchia parola indiana per assemblea di anziani ).

Tutto questo invece, con questa imitazione frettolosa e poco ponderata, manca in Italia; facendo prevalere invece l’aspetto ‘sfida all’OK Corral’ (un po’ meno nelle primarie nazionali, comunque non paragonabili a quelle USA, e molto più in quelle locali) e soprattutto, inducendo i settori di nuovo ingresso in politica nel PD, decisamente carenti di formazione politica, a ritenere che l’aspetto ‘plebiscitario’ e l’associato spoiling system (chi vince prende il piatto), sia l’unica sostanza di quel voto. Preparando così la deriva ‘plebiscitaria’ interna al PD, come si vede oggi dall’‘idolatria’ del risultato delle primarie del 2013.

Ma se il confronto con le modalità attuali di svolgimento della primarie dell’originale statunitense può essere istruttivo, è ancora più sorprendente la storia dell’introduzione delle primarie negli USA.

Nel 1906, uno storico tedesco, Werner Sombart, abbastanza famoso nei primi decenni del Novecento, scrisse un libro chiedendosi perché nonostante un intenso sviluppo capitalistico, con una corrispondente crescita del numero di lavoratori industriali (la ‘classe operaia’ del socialismo europeo), sembrava assente negli USA un movimento socialista paragonabile a quello europeo. Non conta qui tanto quello che scrisse, ma molto più quello che ‘non’ scrisse. ‘Non’ scrisse quello che invece si è poi capito sull’introduzione delle primarie negli USA. In estrema sintesi fu un duro scontro che spezzò lo sviluppo di organizzazioni politiche di massa di ceti popolari, che aveva contraddistinto quasi settant’anni della vita politica statunitense. Ai primi del Novecento, non c’erano partiti ‘socialisti’, come aveva notato Sombart, in quanto oltre al mancato attecchimento negli USA dell’ideologia ‘socialista’, era stato arrestato lo sviluppo ‘politico’ dei partiti di massa.

La lotta fu contro ‘partiti-macchina’ (paradossalmente partiti di massa nati prima dei loro omologhi europei), macchine di sostegno mutualistico e di scambio politico, che avevano operato l’integrazione nella società americana delle ampie masse di immigrati. Ovviamente, nel contesto di una ribollente formazione di una ‘nuova’ nazione, lo scambio comportava corruzione. È emblematico di questa fenomeno il nome famigerato di Tammamy Hall, nome della potentissima macchina politica Democratica che controllò New York per decenni, tra l’Otto e il Novecento. Contro queste macchine-politiche si appuntò la battaglia dei ‘progressisti’, che condusse un’asperrima guerra politica che si concluse con la sconfitta dei partiti-macchina solo nel Novecento.

Le vicende sono complicatissime, e si svolsero lungo un lungo arco di tempo durante il quale la Costruzione della Nazione (parafrasando il titolo del film The Birth of a Nation di Griffith) passò attraverso trasformazioni impetuose e drammatiche: l’industrializzazione che già verso la fine dell’Ottocento aveva posto gli Stati Uniti all’avanguardia industriale mondiale (come il grande economista inglese Alfred Marshall aveva riconosciuto in quegli anni), l’espansione sui territori ex-messicani, la Guerra Civile. Eppure l’evoluzione del sistema politico americano ha una cifra tutto sommato semplice: dal notabilato dei primi decenni dopo l’indipendenza, allo sviluppo della macchine-partito nei decenni centrali dell’Ottocento, con associato processo di integrazione di masse di immigrati e masse popolari precedentemente escluse; e la sconfitta di quelle formazioni con la sostituzione della macchina di consenso costituita dalla ‘primarie’, aventi come baricentro la classe media. Sombart arrivò a processo concluso. Per cui non poté vedere il fenomeno centrale del processo politico alla base dell’assenza di ‘socialismo’ negli USA.

Non può quindi stupire che lo strumento delle primarie, efficacissimo nel controbattere lo sviluppo dei partiti-macchina che organizzavano ceti popolari negli USA dell’Ottocento, addirittura precedenti al sorgere dei partiti di massa europei (e quindi anche ideologicamente poco influenzate da ideologie ‘socialiste’, o comunque anti-liberali), sia stato attualizzato per accompagnare e accelerare la crisi dei partiti di massa novecenteschi europei, con l’obbiettivo per nulla nascosto di sostituire ‘dentro’ quei partiti, o meglio in ciò che ne restava, l’egemonia di ‘sinistra’ in declino con una ‘liberale’ (il termine ‘sinistra’ accomuna, in Italia, i due filoni ideologici storicamente concorrenziali dei partiti di massa: quello ‘socialista’ e quello ‘cattolico-popolare’).

LE PRIMARIE 2. EUTANASIA DELL’ISCRITTO.
Lo Statuto PD, approvato dall’Assemblea Costituente del PD il 16 febbraio 2008, innova profondamente rispetto alla prassi di formazione degli organismi dirigenti dei partiti politici italiani attribuendo agli ‘elettori’ il diritto di partecipazione a questo cruciale momento di vita dei partiti. Questa novità è stata spesso interpretata nel senso che esistono due corpi elettorali: uno ristretto, gli iscritti, e uno ampio, gli elettori, con diritto di overrule del secondo sul primo. Lo stesso Stefano Ceccanti, costituzionalista romano e una delle personalità più importanti, dal punto di vista tecnico-giuridico, tra gli estensori dello Statuto, ne ha parlato in questo senso. Sull’Huffington Post, ad esempio, scriveva nel settembre 2013: “L’elezione del nuovo segretario Pd, e quella contestuale dell’assemblea, doveva già essere convocata più di un mese fa sulla base delle regole vigenti, ovvero l’elezione in due turni, in cui quello decisivo è tra tutti gli elettori del Pd.” Cioè: ‘elezione in due turni’. (L’unica elezione in ‘due turni’ è stata quella di coalizione nel 2012, non paragonabile a quella ‘normale’ di elezione del Segretario).

Eppure Stefano Ceccanti avrebbe dovuto pur sapere che questa interpretazione di senso comune non corrisponde alla lettera dello Statuto (di cui è co-autore), molto precisa nell’uso dei termini. Infatti, l’innovazione è molto più radicale. E comincia con l’art. 1 (comma 2) che “affida alla partecipazione di tutte le sue elettrici e di tutti i suoi elettori le decisioni fondamentali che riguardano l’indirizzo politico, l’elezione delle più importanti cariche interne, la scelta delle candidature per le principali cariche istituzionali.” Qui non si fa parola di ‘iscritti’. In alternativa, infatti, una dizione ‘iscritti ed elettori’ avrebbe confermato la priorità della militanza nel partito, nonostante l’ampliamento di alcuni, per quanto importanti, diritti agli ‘elettori’.

Conseguentemente l’art. 2, comma 4, dice: “Tutti gli elettori e le elettrici del Partito Democratico hanno diritto di: a) partecipare alla scelta dell’indirizzo politico del partito mediante l’elezione diretta dei Segretari…al livello nazionale e regionale”. Gli ‘iscritti’ partecipano, quindi, ma solo in quanto ‘elettori’. Ed infatti, quando si arriva alle elezioni del Segretario nazionale le due fasi sono definite come: ‘vaglio’ dei candidati da parte degli ‘iscritti’, mentre testualmente si dice che “la seconda fase consiste nello svolgimento delle elezioni.” Solo il voto cui partecipano gli ‘elettori’, giusta l’art. 1, ha valore di ‘elezione’, e non solo di elezione ‘decisiva’; mentre non lo è il semplice ‘vaglio’. ‘Vaglio’ che nei casi delle primarie del 2009 e 2013 ha avuto effettivamente la forma di una fase ‘congressuale’ (ma non in quelle del 2012, in quanto ‘primarie di coalizione’), elettorale, riservata quindi solo a tutti gli iscritti. Ma siccome, secondo lo Statuto, ‘vaglio’ non è ‘elezione’ (se così non fosse perché mai usare due termini diversi? Per di più da parte di un costituzionalista esperto), e siccome solo in una ‘elezione’ la chiamata diretta di tutto il corpo elettorale è obbligatoria, nulla vieta alla Direzione (cui l’art. 9, comma 6, attribuisce il compito di stabilire “le modalità di votazione [per il ‘vaglio’, non per l’elezione] da parte degli iscritti sulle candidature a Segretario nazionale”) di provvedere altrimenti in futuro: consultazioni (non congressi) di circolo; consultazioni via web, etc..

Che questo Statuto contempli anche un’accentuazione plebiscitaria del ruolo politico del Segretario è ampiamente noto (anche se molto diverso è stato l’uso di questa prerogativa da parte della segreteria Bersani rispetto a quella Renzi). Il Segretario (art. 3, comma 1) ‘esprime’ l’indirizzo politico del partito, oltre a essere indicato dallo Statuto come il candidato Primo Ministro alle elezioni politiche nazionali (e non si parla di sue dimissioni in caso di vittoria). Mentre l’Assemblea ha solo “competenza in materia di indirizzo della politica nazionale del Partito”, formulazione più verbosa e vaga, il cui senso è evidentemente depotenziare la legittimità politica dell’Assemblea rispetto al Segretario, pur essendo entrambi eletti contestualmente dallo stesso corpo elettivo, gli iscritti nelle primarie. Fatto che di per sé potrebbe portare a conflitti di legittimità politica.

La Direzione nazionale poi “è organo di esecuzione degli indirizzi dell’Assemblea nazionale” oltre a essere “organo d’indirizzo politico”. Qui la preminenza è ovviamente alla funzione ‘esecutiva’, mentre è del tutto vago (ma questo è normale negli Statuti dei partiti, e non solo) come si coordina questo potere di ‘indirizzo’ con quello dell’Assemblea. Il punto è che dopo aver trattato degli organismi nazionali lo Statuto descrive, in modo ampio e molto dettagliato, la formazione e le prerogative degli organi regionali. Ampiezza dovuta, suppongo, alla definizione del PD (art. 1, comma 1) come ‘partito federale’(come possa un partito essere federale in uno Stato che federale non è, è un mistero; perché la formula, giuridicamente confusa e confusionaria, del Titolo V: “La Repubblica è costituita dai Comuni, dalla Provincie dalle Città metropolitane, dalle Regioni, dallo Stato”, non equivale alla definizione di Stato federale; perché in uno Stato federale vanno elencati innanzitutto gli Stati ‘componenti’ della Federazione, e non organismi tra cui c’è certo gerarchia di tipo organizzativo-amministrativo, ma differenziati solo da quello). Ma alla fin fine, in questi elenchi di organismi, dettagliati nei compiti e nei poteri, mancano le Segreterie provinciali, di cui non è mai fatta menzione in termini ‘politici’.

E il ruolo dei Circoli? “I Circoli costituiscono le unità organizzative di base”, ma di funzioni o altro non c’è menzione. Inoltre, c’è un’interessante sezione, intitolata: ‘Strumenti per la partecipazione, l’elaborazione del programma e la formazione politica’, in cui vengono elencati un certo numero di istituzioni che a vario titolo partecipano a quell’elaborazione: Forum tematici, Conferenza delle donne, Commissioni nazionali, Conferenze programmatiche, Organizzazioni giovanili, Fondazioni, associazioni etc. etc.. Interessante è la formulazione che riguarda i Forum tematici, aperti a tutti, proprio a tutti i cittadini, senza neppure l’obbligo di registrarsi nell’album degli elettori. Ovviamente vi partecipano anche gli iscritti, ma in quanto cittadini evidentemente.

Prerogative e diritti di iscritti sono quindi ridotti a minimi termini. Agli iscritti è affidata in via esclusiva (art. 2, comma 5a) solo l’elezione dei Segretari di livello inferiore a quelli nazionale e regionale (come diceva Fantozzi: ‘com’è buono Lei!’);. Ma i loro doveri sono quelli tradizionali degli iscritti dei partiti (art. 6 e 7): favorire l’ampliamento dei consensi verso il partito negli ambienti sociali in cui sono inseriti; sostenere lealmente i suoi candidati alle cariche istituzionali ai vari livelli; aderire ai gruppi del Partito Democratico nelle assemblee elettive di cui facciano parte; essere coerenti con la dichiarazione sottoscritta al momento della registrazione nell’Albo; partecipare attivamente alla vita democratica del partito; contribuire al finanziamento del partito versando con regolarità la quota annuale di iscrizione; favorire l’ampliamento delle adesioni al partito e della partecipazione ai momenti aperti a tutti gli elettori; rispettare lo Statuto, le cui violazioni possono dare luogo alle sanzioni previste.

Questo è un unicum nella storia dei partiti politici europei, nonostante che stemperare la militanza dei partiti di sinistra in ambiti più ampi sia in effetti una tendenza europea. Però, sebbene in Italia si racconti che la politica blairiana ha emarginato sindacati inglesi e old Labour, a tutt’oggi il leader del Labour è deciso da tre gruppi: i gruppi laburisti in Parlamento, dirigenti eletti localmente e iscritti alle Trade Unions; e siccome queste ultime hanno voce in capitolo nell’elezione dei primi due gruppi, tutto si può dire di Blair meno che abbia cancellato i sindacati dal Labour. Ha solo annacquato la loro presenza che prima era dominante. Anche i socialisti spagnoli hanno allargato l’elettorato, ma solo riducendo i tempi richiesti d’iscrizione; l’elezione resta comunque agli iscritti. La consultazione vinta da Hollande in Francia effettivamente era ‘aperta’. Ma la cultura di appartenenza del PS francese è molto più radicata e permanente di quella italiana; molto indebolita dagli sconvolgimenti passati. E niente di tutto ciò per la Germania.

In Italia, invece, gli iscritti, sono annegati tra ‘elettori’ e perfino ‘cittadini’; poco più che ‘ospiti paganti’.

Questo dice lo Statuto. Poi come tutti sanno, nei partiti può succedere di tutto (come viene detto nell’Amleto: “Ci sono più cose in cielo e in terra che nella tua filosofia”). Sia nel bene che nel male. Ma certo dal testo risulta che non sono stati risparmiati gli sforzi (anche nell’accurata scelta delle parole) per far capire agli iscritti che la militanza, o fors’anche la loro presenza, non è più considerata fondamentalmente costitutiva dell’appartenenza a questo partito. Che, a giudicare dallo Statuto, ‘non’ è un partito di ‘iscritti’.

LA SCALATA 2. FINALMENTE RENZI.
La storia vera e propria delle primarie in Italia inizia, come abbiamo visto, con lo Statuto del PD approvato nel 2008. La cui novità, come abbiamo visto è la sostituzione del corpo tradizionalmente ‘costitutivo’ del partito, gli ‘iscritti’, con un corpo allargato, poco definito e anche poco controllato.

Abbiamo visto che si tratta di una tendenza europea, il cui senso politico è ben preciso. Ma, nonostante il nuovo Statuto, per alcuni anni il risultato chiaramente ivi delineato non si materializzò. Nonostante tutto il battage massmediatico. Infatti, prima dei voti nelle due primarie del 2009 e 2012, dopo i voti e anche nell’intervallo tra le primarie, la stampa, gli analisti politici, i giornalisti, i commentatori, i sondaggisti erano unanimi nelle diagnosi e nei sondaggi, smentiti ogni volta.

Ogni volta, infatti, il racconto era unanime e lo stesso: se l’affluenza sarà bassa, prevarrà la nomenklatura, l’apparato, con questo nome ovviamente alludendo agli eredi della storia del Pci, dirigenti o iscritti. Invece, continuava il racconto, maggiore sarà l’affluenza alle urne, minore sarà l’influsso dell’aspetto ‘identitario’ del voto, che sarà meno ‘ideologico’, e quindi maggiore sarà il consenso per il candidato avversario a quello dell’apparato (combinazione Bersani in ambedue i casi, emiliano, dirigente del PCI, simbolo negativo perfetto di quel racconto).

Prima di proseguire va però esaminata una mossa sottile di lotta politica: l’uso delle parole apparato, nomenklatura che, senza nominarlo apertamente, indicavano chiaramente il ‘nemico’. Perché, qual’era il partito che aveva conservato fino all’ultima la caratteristica organizzativa dei partiti di massa novecenteschi? Un apparato fatto di un corpo di funzionari stipendiati stabili. Il PCI (sia la DC che il PSI avevano abbandonato questo modulo organizzativo; prima la DC e poi il PSI definitivamente negli ‘80. Anche se la Dc, godendo di tutto il ‘collateralismo’, le miriadi di associazioni cattoliche, compensava questa perdita). Per non parlare del termine nomenklatura, usato in riferimento agli alti gradi del PCUS.

Era una patente suggestio falsi: suggerimento di cosa falsa. A partire dallo scioglimento del PCI, infatti, questo ‘apparato’ era stato via via smantellato. Già nel 2009 non c’era più alcun ‘apparato’ nelle sedi periferiche del PD, se non qualche sparuta segretaria, o qualche pensionato che, gratuitamente, curava e cura le minime incombenze d’ufficio. Ovviamente c’erano e ci sono uffici centrali del partito, ma molto meno grandi e meno organizzati, fatte le dovute proporzioni, dell’apparato del Partito Democratico americano (il partito ‘liquido’ per definizione).

Inoltre, semmai esiste una nomenklatura questa è composta dall’insieme degli ‘eletti’, locali e nazionali. Sono gli ‘eletti’ che, grazie al loro collegamento col centro, e le risorse che vi provengono, sono il vero perno delle politiche locali del PD, oltre che gli eletti regionali e locali, quando siano bene inseriti nelle reti d’interessi dell’area. E questo con modalità e composizione che nulla hanno a che vedere con la provenienza storica di questi politici; semmai ne hanno una. Uno dei problemi, oggi, della formazione delle politiche del PD è proprio questa composizione notabilare del corpo dei suoi eletti (sono chiamati partiti di notabili quelli dell’epoca giolittiana, prima della Ia guerra mondiale; prima che i partiti di massa novecenteschi raggiungessero l’apice dello sviluppo. Siamo a Giolitti; altro che apparato!).

Ma nonostante il suggerimento, neppure tanto obliquo, sia nel 2009 che nel 2012, il corpo elettorale su cui erano appuntate tutte le speranze di analisti, sondaggisti e politici (nonché ovviamente degli estensori dello Statuto) gli elettori ‘esterni’ del PD (‘il popolo dei gazebo’) non rispose all’appello. Tutte le aspettative così intensamente alimentate (dimostrando la natura di ‘orientamento’ dell’opinione di quei sondaggi, e non della sua ‘rilevazione’) andarono frustrate. Sia nel 2009 che nel 2012 gli ‘elettori’ votarono Bersani, non accogliendo l’implicita ‘demonizzazione’ dell’ex-comunista. Nel 2009 votarono come gli ‘iscritti’; e non c’è ragione di pensare che nel 2012 (in cui si svolsero solo ‘primarie di coalizione’ in due turni) gli ‘iscritti’ avrebbero votato diversamente dagli ‘elettori’.

D’altra parte Bersani, già Presidente dell’Emilia Romagna, regione economicamente tra le più dinamiche in Italia, il cui successo è basato sulle piccole e medie imprese, che si muovono sulla frontiera della tecnica (meccatronica, farmaceutico, packaging etc.), ministro di ‘lenzuolate’ liberalizzatrici, non corrispondeva per nulla all’immagine di trinariciuto ‘conservatore’ che si voleva suggerire. Tutta la propaganda anti-bersaniana faceva appello a un’immaginaria ‘divaricazione’ tra il corpo ‘identitario’ del PD, e gli elettori ‘esterni’. Divaricazione che gli esiti del 2009 e del 2012 avevano ripetutamente smentito.

C’è inoltre un altro aspetto che va sottolineato. Per spiegare l’esito delle primarie del 2013, in acuto contrasto con le precedenti, si è fatto spesso ricorso a spiegazioni antropologico-sociologiche; invocando i cambiamenti di lungo periodo della società italiana: il suo declino economico, il logoramento della coesione sociale, le profonde trasformazioni nelle forme di lavoro, nelle modalità di comunicazione e divertimento, nell’espandersi della precarizzazione, nel cambiamento della sua immagine nei media e tra la popolazione, nella maggiore incertezza di fronte al futuro, nella divaricazione tra invecchiamento e l’emersione di una questione ‘giovanile’. Cambiamenti cui ha contribuito potentemente la macchina mediatico-politica berlusconiana, efficace nel produrre nuovi comportamenti e atteggiamenti di massa.

Ma questi sono cambiamenti che operano nel lungo periodo. E non possono non aver agito su entrambe le componenti del PD, quella interna degli iscritti, e quella esterna degli elettori delle primarie. E, ovviamente, come si è visto, ‘non’ hanno agito in modo differenziato, nonostante le possibili differenze tra i due gruppi in termini di senso di identità politica. Infatti le due componenti, sia nel 2009 che nel 2012, si sono mosse in sintonia. Smentendo le analisi e le previsioni di analisti, sondaggisti e commentatori.

Nel 2009 il voto interno vide rispettivamente Bersani, Franceschini e Marino al 55, al 37 e all’ 8%; e quello ‘esterno’ al 53, 34 e 13% . Un differenza comprensibile a favore della candidatura da ‘società civile’ di Marino, ma niente di più che una preferenza. Il risultato tra Bersani e Franceschini è tanto più significativo in quanto la differenza di votanti era notevole: 3 milioni nelle ‘elezioni’, e 500mila nel ‘vaglio’ interno. I valori relativi erano sostanzialmente inalterati. Nel 2012, invece, il risultato finale dei due turni fu rispettivamente del 61 e del 39% per Bersani e Renzi. Senza la partecipazione esplicita di SEL, si potrebbe stimare il risultato di Bersani dentro una forbice 56-58%; più o meno come nel 2009.

Lo sconvolgimento accadde nelle primarie del 2013. Ma vanno tenuti presenti i risultati delle due votazioni, in quanto la differenza è significativa. Nelle votazioni ‘interne’ le percentuali per Renzi, Cuperlo, Civati e Pittella furono rispettivamente del 45, 39, 10 e 6%. Mentre le ‘elezioni’ esterne diedero il 68, 18 e 15% rispettivamente per Renzi, Cuperlo e Civati. Un terremoto.

Abbiamo visto come non si possano invocare i cambiamenti di lungo periodo della società italiana per spiegare il terremoto intervenuto tra il 2012 e il 2013. Il passaggio è stato drammatico, e non graduale. Ed è avvenuto in un anno, un arco di tempo brevissimo, e in cui gli effetti dei cambiamenti di lungo periodo sono invisibili. Quindi questo cambiamento deve essere spiegato con qualcosa che è successo in quell’ultimo anno, tra il 2012 e il 2013, e di tale portata da poter avere quell’effetto drammatico. E quello che è successo lo sappiamo bene: la catastrofe politica della primavera 2013, dopo la non vittoria elettorale, la bocciatura del tentativo Bersani di formazione del governo, la cancellazione di due candidati storici del centrosinistra dalla corsa per la Presidenza della Repubblica. Cioè la decapitazione del suo gruppo dirigente. La sua ‘rottamazione’, per l’appunto.

E’ il trauma provocato da questi eventi che è al fondo dell’esito delle primarie 2013.

Ma la cosa interessantissima è la divaricazione che esplode nelle reazioni al trauma dentro, tra gli iscritti, e fuori il PD, tra gli elettori delle primarie. Divaricazione che non può avere nulla a che vedere con quella, propagandata e attesa di cui si era tanto parlato a vanvera in occasione delle primarie precedenti. É la reazione al trauma che è drammaticamente diversa.

Dentro al PD si osserva nettamente una disarticolazione dell’area che in precedenza si era raccolta intorno a Bersani. Al vertice, come abbiamo già visto, con un ‘volo di rondini’ verso il campo renziano di dirigenti e amministratori locali. Sicuramente, una dislocazione che è, dalle notizie circolate, molto più imponente in alto che in basso (se gli iscritti avessero seguito i dirigenti, probabilmente le percentuali sarebbero state molto vicine nelle due votazioni). Questa migrazione ha comunque creato una ‘disarticolazione’ dell’area che non è riuscita a conservare le ragioni di unità della fase precedente. Il che avrebbe comunque dato un’immagine diversa. Renzi ha raggiunto dentro al PD solo il 45%, 5 punti in più del 2012. Per uno sconvolgimento come quello della primavera tutto sommato una reazione tiepida. Sono gli anti-renziani che si sono irrimediabilmente divisi tra i dirigenti, divisione cui ha corrisposto una specie di collasso interiore degli iscritti: confusi, sbandati e incerti.

Ma è stata la reazione dell’elettorato delle primarie ad avere carattere catastrofico. Su un numero di elettori pari a quello del 2012 i voti per Renzi sono quasi raddoppiati. E non è azzardato pensare che gli elettori fossero gli ‘stessi’. È tra questi che il trauma ha avuto effetti devastanti. La reazione dell’elettorato ‘esterno’ è stata di ‘resa’. La catastrofe politica veniva letta come la messa della parola definitiva ‘fine’ alla speranza che dal ventennio berlusconiano si potesse uscire da sinistra, implicita nella strategia bersaniana (col riavvicinamento alla CGIL e a SEL; e a conferma l’uscita di Rutelli, nel 2009, che non poteva accettarlo) riannodando i fili dell’esperienza e della storia politica del paese, per andare avanti, non come sostengono i ‘pifferai’, per paura o per conservatorismo. Ma per traghettare nel nuovo millennio ciò che si sarebbe potuto mantenere, ridefinendolo, della storia, delle conquiste, delle lotte e delle vite del secolo precedente. Evidentemente pesava una minore strutturazione politica interiore. O forse il bisogno impellente di una nuova speranza; non si può vivere senza. Meglio una qualsiasi che nessuna.

Basta con le sconfitte è stato l’urlo liberatore. Vogliamo vincere. Non importa per fare cosa, e per chi. Bisogna modernizzare: non importa a favore di chi e contro chi. Vincere, e vinceremo.

Questo drammatico rivolgimento politica è stato voluto. Da fuori, ma anche da dentro il PD. E attuato. Prima attraverso la delegittimazione di Bersani nel 2012, poi grazie alla catastrofe politica della primavera 2013, con la decapitazione della dirigenza PD. Missione compiuta.

È veramente difficile credere che una catastrofe politica di quelle dimensioni, e che ha funzionato come il secondo stadio del razzo che ha mandato in orbita la scalata di Renzi da lui stesso pianificata, come ha dichiarato (il terzo è quello che l’ha mandato al governo; e il primo quello delle primarie con Bersani) sia avvenuta a sua insaputa. Tanto quanto era difficile credere al pagamento della casa di Scaiola a sua insaputa. Come diceva Andreotti, a pensar male si fa peccato, ma ci si piglia.