Li chiamavano terroristi

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Li chiamavano terroristi. Storia dei Gap milanesi (1943-1945)

LI CHIAMAVANO TERRORISTI – di LUIGI BORGOMANERI – ed. UNICOPLI

Il compito ingrato dei Gap, figliastri del Pci
di Antonio Carioti

«La Gap quand’è che arriva non manda lettere né bigliettini». Anche Dario Fo ha celebrato in una canzone il mito dei Gruppi d’azione patriottica (Gap), nuclei clandestini per la guerriglia urbana creati dal Partito comunista durante la Resistenza. Li ha dipinti come intrepidi vendicatori della classe operaia, resi inafferrabili dalla rete protettiva della solidarietà proletaria: «In fabbrica fanno retate, torturano gente, non parla nessuno».
La realtà storica, che Luigi Borgomaneri ha ricostruito in riferimento a Milano nel libro Li chiamavano terroristi (Unicopli), è parecchio diversa. Così come è difforme dal simmetrico antimito costruito dalla destra neofascista: i gappisti come fanatici e sanguinari esecutori di un piano volto a mettere in moto la guerra civile con gli agguati agli esponenti di Salò.
La lotta fratricida in verità era nei fatti già all’indomani dell’8 settembre, con gli italiani divisi senza rimedio tra chi appoggiava i tedeschi e chi li combatteva. Il ruolo ingrato e rischiosissimo demandato ai Gap, in una fase che vedeva il movimento partigiano ancora in embrione, fu colpire subito, nell’unico modo possibile vista la sproporzione delle forze, l’ordine imposto dai nazisti, nella logica di guerra totale che straziava l’Europa già da quattro anni. Oggi le uccisioni a freddo attuate dai gappisti possono inorridire, ma reagivano all’occupazione di una potenza razzista e genocida: nessun parallelo è plausibile, nota Borgomaneri, con le Brigate rosse, che spargevano il terrore in tempo di pace e democrazia.

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D’altronde il libro mostra che i Gap, a Milano come altrove, furono per il Pci una sorta di figliastri, poco consoni alla sua vocazione per le lotte di massa. Era difficile convincere i militanti fidati a compiere attentati individuali, per cui non di rado si reclutavano elementi inaffidabili o comunque indocili alla disciplina, che poi magari venivano accusati (solitamente a torto) di trotskismo o di banditismo. Era inoltre quasi impossibile rispettare le rigide norme cospirative. E sotto tortura la gente spesso parlava. Lungi dal risultare imprendibili, i Gap milanesi furono più volte sgominati dai nazifascisti e si dovette ricostituirli da capo.
Sono innumerevoli gli episodi citati da Borgomaneri da cui emergono difficoltà nei rapporti tra i Gap e il partito. Tra i più gravi, la misteriosa uccisione, dopo il 25 aprile, del guerrigliero Carlo Camesasca, detto «Barbisùn», che aveva eliminato nel dicembre 1943 il leader dei fascisti milanesi Aldo Resega, e l’oblio caduto sul comandante gappista Luigi Campegi, reo di un cedimento psicologico. Lo stesso Giovanni Pesce, leggenda dei Gap e medaglia d’oro al valor militare, citato nella ballata di Fo, scrisse nel gennaio 1945 una dura relazione in cui denunciava la negligenza del Pci verso i combattenti più esposti. La sua 3ª brigata Gap pare non abbia neppure partecipato alla sfilata della Liberazione.
Poi sono venute l’esaltazione e la denigrazione, entrambe poco rispettose di una vicenda eroica, spietata e dolorosa, tuttora piena di enigmi, su cui Borgomaneri può vantare il merito di aver finalmente indagato con gli strumenti appropriati della ricerca storiografica.

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Su un libro di Gigi Borgomaneri e su una imbarazzante ma interessante polemica.

Avevo intenzione di scrivere una recensione al libro di Gigi Borgomaneri “Li chiamavano terroristi. Storia dei Gap milanesi” Unicopli, Milano 2015 appena uscito e lo farò ben presto, ma curiosamente sono costretto a parlare prima di una imbarazzante, ma interessante polemica che esso ha suscitato.

Infatti, Silvia Pinelli, che ha partecipato alla presentazione del libro (fatta a Scienze Politiche dall’autore e da Antonio Carioti e dal sottoscritto l’11 novembre scorso) ha innescato una polemica subito ripresa da Tiziana Pesce che postando su facebook ha sostanzialmente ha accusato Borgomanesi di fare del revisionismo storico:

<< “lo chiamano revisionismo, spesso è falsificazione della storia” così affermava mia madre. Dedicato a chi scrive libri e vuol far passare i gappisti per terroristi, che incutevano terrore nella popolazione. Chi incuteva terrore nella popolazione erano ben altri! Le azioni dei gappisti erano azioni di guerra, (si perchè c’era la guerra) né più né meno. Non erano azioni “a sangue freddo”: “sangue freddo” è uccidere un uomo messo al muro: il boia agisce a sangue freddo, il torturatore. Il partigiano che colpiva il nemico non agiva a “sangue freddo”, quel che faceva era: attaccare per primo. Attaccare per primo, tra l’altro, chi era più forte e meglio armato. Quando colpivano, colpivano gli agenti dell’esercito occupante. Colpivano all’improvviso e sparivano, come si fa sempre quando le forze in campo sono disuguali. Cosa avrebbero dovuto fare, dichiarare battaglia alla Wehrmacht in piazza del Duomo?>>

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La polemica è imbarazzante perché sia Silvia Pinelli che Tiziana Pesce sono amiche (tanto di Gigi Borgomaneri quanto mie) sia perché portano due nomi importanti della sinistra milanese. Però interessante, perché basata su un equivoco e su un atteggiamento psicologico che meritano di essere commentati, anche nella speranza di diradare la tensione che si è accumulata.

Vorrei poter chiudere questa polemica con una battuta: “Ma come vi viene in mente che Gigi, figlio di un partigiano fucilato, che sin da prima del sessantotto ha sempre avuto un’ininterrotta e chiarissima militanza di sinistra, che ha dedicato quasi 40 della sua vita a studiare la Resistenza, in particolare milanese, sempre impegnato contro il revisionismo della destra, possa voler fare ora lui del revisionismo anti partigiano?”.

Infatti certe cose (i gappisti che avrebbero agito per terrorizzare la popolazione e che avrebbero colpito come assassini ecc) non solo non ci sono assolutamente nel libro, ma non le ha neppure dette nella presentazione oggi sotto accusa (ed avendoci partecipato, posso testimoniarlo, ma potete verificare voi stessi, vedendo o ascoltando la registrazione dell’evento).

Il fatto dipende tutto da un equivoco terminologico: l’uso delle parole terrorismo e terroristi. Gigi usa quel termine in senso “neutro” cioè per designare una forma di lotta basata su attentati individuali destinati a “terrorizzare”, appunto, il nemico. Ma parla di azioni compiute su bersagli nemici precisi e mai contro la popolazione. Ed in questo senso il termine fu usato anche da Pietro Secchia in un pezzo del 1943 (che Gigi cita) nel quale si legge testualmente “E’ venuta l’ora del terrorismo” proprio per invitare alla formazione dei Gap. Né, tantomeno, Gigi sostiene che le azioni dei Gap fossero illegittime, perché erano azioni di guerra, esattamente come scrive Tiziana Pesce (se a sangue caldo o freddo non mi pare che sia affatto rilevante). E tutti tre i relatori a quella presentazione hanno sostenuto la perfetta liceità militare, morale e giuridica di quelle azioni. Quindi non c’è nessun dissenso sulla questione. Ma solo un equivoco, che dipende dalla modificazione del significato della parola che, soprattutto dalla metà degli anni settanta in poi, si è caricata di un giudizio di valore negativo, per culminare negli ultimi venti anni, nel senso di “attacco indiscriminato ai civili”. E la coincidenza con gli attentati dell’Isis certo non aiuta a dissipare l’equivoco. Di qui la deduzione che, se i Gap erano terroristi, vuol dire che terrorizzavano la popolazione con attacchi indiscriminati, finendo con il mettere addosso ai gappisti le tuniche nere di quelli dell’Isis. E questo è il malaugurato equivoco.

Poi c’è lo stato d’animo ed il retroterra culturale della sinistra. Da oltre un quarto di secolo c’è una aggressione della destra contro la Resistenza che si cerca di criminalizzare (in particolare nel caso dei Gap). Questa aggressione si nutre di falsificazioni, ricostruzioni tendenziose, manipolazioni delle fonti più o meno abili ma, nel complesso ha mancato il suo obiettivo di delegittimare la Resistenza. Questo tentativo ha indotto i settori della sinistra più sensibili all’identità resistenziale a chiudersi a riccio, rifiutando ogni riconsiderazione della vulgata affermatasi. Personalmente non credo che sia possibile sovvertire il giudizio sulla positività, e legittimità morale, politica e giuridica della Resistenza, quanto sulla verità storica del tentato genocidio ebraico; questo però non significa né “imbavagliare” chi sostenga il contrario e le cui tesi vanno esaminate e confutate su base documentale, né che la vulgata esistente non possa avere variazioni anche importanti che, senza peraltro accettare i tentativi di criminalizzare i partigiani, possono cambiare altri aspetti della ricostruzione storica.

Uno storico vero è sempre revisionista, perché cerca sempre risposte a nuove domande. Poi c’è il revisionismo fatto bene, sulla base di documenti e con metodo storiografico rigoroso e quello cialtrone, siamo d’accordo, ma allora si entra nel merito. E da questo punto di vista il mio parere è che il libro di Gigi sia un eccellente prova di buona storiografia che, peraltro, non intacca affatto il valore della Resistenza, ma, anzi lo accresce aggiungendo uno spaccato umano che rende più comprensibile anche l’aspetto politico.

Aldo Giannuli

Il video della presentazione