Memorandum all’Europa. Lo stallo dei trattati dell’Unione europea

2
197

di Nicola Boidi 17 aprile 2015

«Misure per promuovere la crescita: 1) il salario mimino stabilito dai contratti collettivi sarà ridotto del 22%; 2) i giovani sotto ai 25 anni avranno invece i salari stabiliti dai contratti collettivi ridotti del 35%;3) i contratti collettivi non potranno avere una durata superiore ai 3 anni. In tema di riforme fiscali è fatto obbligo al governo greco di compilare una lista degli attivi di proprietà dello Stato incluse partecipazioni in imprese quotate e non, di proprietà immobiliari e fondiarie “commercialmente valide”».

Dal Memorandum della Ue al governo greco, 9 febbraio 2012.

La via maestra sperimentata come la più efficace per combattere una prolungata fase di recessione economica, la «via keynesiana», nei Paesi dell’Unione Europea è attualmente sbarrata dai trattati e patti ratificati dalle istituzioni europee, a partire dal fondativo Trattato di Maastrich del 1993, passando per il Trattato consolidato di Lisbona del 2007 giù giù attraverso successive ratifiche e modifiche legislative, fino al più recente Trattato sulla stabilità, il coordinamento e la governance nell’unione economica e monetaria ratificato nel marzo 2012 ( più noto come Fiscal compact).

La singolarità della serie di trattati approvati in rapidissima sequenza tra la primavera 2011 e la primavera del 2012 è che ciò è avvenuto con procedure «d’eccezione» che poco hanno a che fare con i consueti meccanismi democratici di consultazione e deliberazione da parte di organismi istituzionali o di votazione tramite consultazione popolare. I suddetti patti Ue sono stati poi a loro volta recepiti, fatti propri e trasformati o in articoli costituzionali o in decreti legislativi, o in entrambe le cose, da parte dei governi e parlamenti nazionali con procedure altrettanto d’eccezione: ne sono esempio le politiche attuate dal precedente governo greco sull’impulso dei diktat e memorandum della Troika europea, o la solerzia «sacerdotale» (da «officiario» dei riti neolilerali) con cui Mario Monti ha fatto applicare e trasformato in leggi dello Stato italiano, o addirittura in modiche di articoli della Costituzione, in tempi rapidissimi, i decreti e articoli di quei trattati. Quelle misure, a livello europeo e all’interno dei singoli stati nazionali, sono tutt’ora in vigore e non hanno ricevuto modifiche sostanziali.

Il «diritto costituzionale europeo» (ammesso che tale definizione sia formalmente corretta e fondata) ha dunque costituito uno sbarramento tanto difensivo che offensivo dell’ortodossia neoliberale che ha reso impercorribile qualsiasi strada, metodo o strategia di politica economica e sociale alternativa. Già il Trattato fondativo dell’Unione europea di Maastricht (1993) in tema di politiche economiche e sociali poneva l’«asticella» invalicabile del limite del deficit (sopravanzo delle spese pubbliche rispetto alle entrate) di ogni Stato membro non superiore al 3% annuo. Il Trattato «consolidato» che lo ha riformato, il Trattato di Lisbona ratificato nel 2007 e entrato in vigore nel 2009, poneva come pietra basilare dello statuto della Bce (Banca centrale europea) l’articolo 123 che recita:

«Sono vietati la concessione di scoperti di conto o qualsiasi altra forma di facilitazione creditizia da parte della Banca centrale europea o da parte delle Banche centrali degli stati membri a istituzioni, organi o organismi dell’Unione, alle amministrazioni statali, agli enti regionali, locali o altri enti pubblici, ad altri organismi di diritto pubblico o a imprese pubbliche degli Stati membri, così come l’acquisto diretto, presso di essi, di titoli di debito da parte della Banca centrale europea o delle banche centrali nazionali ».

Dunque alla Bce, unico caso nel mondo, è preclusa la funzione per cui le Banche Centrali sono state create nei secoli: creare il denaro necessario per coprire i disavanzi del bilancio statale, ripagare debiti pubblici giunti a scadenza, finanziare la spesa sociale, promuovere l’occupazione. Il divieto imposto alla Bce di prestare denaro ai governi stride con la sua facoltà di prestarlo alle banche commerciali in quantità virtualmente illimitata, e questo meccanismo ha introdotto una grave distorsione nelle politiche economiche dei Paesi Ue, così come nelle loro basi costituzionali. La facoltà di creare denaro, potere economico decisivo in mano alle istituzioni statali è stato quasi totalmente delegato alle banche private. Di fronte alla Bce le banche private europee hanno maggiori diritti degli Stati. Se gli Stati hanno bisogno di denaro, sono costretti a chiederlo in prestito alle banche private, pagando sui titoli di Stato da loro emessi tassi d’interesse che variano tra il 3 e il 6 %.

Invece le banche possono ricevere dalla Bce tutto il denaro che vogliono, pagando un tasso d’interesse dell’1% o anche meno; dopo di ché esse, acquistando titoli di Stato (emessi dalle banche nazionali) finanziati con quel denaro preso a prestito, guadagnano cospicue pulsvalenze. Tra il novembre 2011 e il febbraio 2012 la Bce ha prestato alle banche private, in due tranche, 1040 miliardi di euro al tasso minimo. Le banche italiane hanno preso in prestito 293 miliardi di euro. In tutta la Ue solo una quota minima di questa cifra è andata a finanziare l’economia reale sotto forma di crediti; una parte rilevante (450 miliardi di prestiti sulla prima trance di 500 miliardi di euro) è stata subito riversata dalle banche private alla Bce sia per accrescere la quota depositata a titolo di riserva sia per ripagare debiti contratti in precedenza. Una parte dei due prestiti è servita pure a finanziare il flusso dei prestiti interbancari. Un terzo circa dei prestiti, è stato destinato all’acquisto di titoli di Stato (sopratutto da parte delle banche italiane). Questi tipi di manovre sono un esempio di come gli Stati europei abbiano perso una cospicua quota di sovranità democratica.

E’ notorio che il debito pubblico dell’Italia è molto alto (ammonta al 132%) e continua a crescere principalmente per gli alti interessi (il 4% su oltre 2000 miliardi, pari a 80 miliardi annui) che lo Stato deve pagare sulla vendita dei propri titoli. Se mai lo Stato italiano potesse prendere quel denaro in prestito dalla Bce al tasso del 1% , il tasso di debito annuo si ridurrebbe di colpo a 20 miliardi. (Con il recente avvio d’immissione del cosiddetto quantitative easing da parte della Bce, almeno questa tagliola per i bilanci degli Stati dovrebbe ridimensionarsi).

Se i due criteri sunnominati hanno indirizzato in modo perentorio le linee guida delle politiche economiche e sociali della Ue, inserendo un sbarramento inaggirabile a politiche d’intervento pubblico degli Stati in situazione d’emergenza, quale è quella che stiamo vivendo qui da noi in Europa da sette anni in qua, dal 2010 in poi sono state compiute ulteriori e inaudite accelerazioni da parte delle istituzioni di governo della Unione europea – il Consiglio europeo (composto dai capi di Stato e di governo della Ue e dal presidente della commissione europea) e la Troika (la Commissione europea, il FMI e la Bce) – tramite la promulgazione e trasformazione in decreti attuativi di nuovi ulteriori patti e trattati, in direzione di una politica economica tutta orientata ai criteri neoliberali delle cosiddette politiche di austerity.

I documenti più recenti – patti e trattati – sono stati approvati in sede europea a ritmo forzato, in particolare tra il 2011 e il 2012: Patto Europlus primavera 2011; Six -pack (un pacchetto di sei norme, cinque disposizioni regolative e una direttiva) approvato nel dicembre 2011; Mes (Meccanismo europeo di stabilità), firmato nel febbraio 2012, e immediatamente dopo (marzo 2012) il Trattato sulla stabilità, il coordinamento e la governance nell’unione economica e monetaria (diventato noto per il suo Titolo III, il patto politico fiscale o Fiscal compact). In estrema sintesi ciò che si può ricavare dal complesso di questi documenti è una rigida, severa e punitiva (con sanzioni economiche automatiche in caso di violazione) regolazione rivolta all’agevolazione della competitività, alla riduzione dei debiti pubblici sovrani, alla rigida osservanza del limite di deficit, al taglio delle spese sociali interne ai singoli Stati.

Il dettato (diktat) dei trattati richiedeva in maniera più o meno esplicita, ad esempio, che venisse eliminato il contratto nazionale collettivo di lavoro e si attuasse una riforma del mercato del lavoro che promuovesse la flexsecurity. La dimensione e la richiesta riduzione del debito pubblico venivano assunte come parametro per valutare la sostenibilità dei regimi pensionistici e dell’assistenza sanitaria. Veniva altresì pianificata la riduzione, al massimo in un ventennio, al 60% dei PIL nazionali dell’ammontare del debito pubblico sovrano di ogni Stato. Per il debito pubblico italiano superiore ai 2000 miliardi di euro, tale riduzione, se presa alla lettera, comporterebbe un esborso annuo di 50 miliardi di euro. In un secondo tempo, dopo che si evidenziava la natura folle dell’avere congegnato una tale misura (misura che dovrebbe entrare in vigore quest’anno e diventare operativa l’anno prossimo) si precisava da parte degli «ingegnieri» finanziari di Bruxelles che il famoso venti per cento annuo di riduzione del debito pubblico rispetto alla quota ottimale del 60% non era calcolata sull’eccedenza totale (oltre 1000 miliardi per l’Italia) ma sul rapporto tra debito pubblico e Pil «nominale» annuo (che cioè contempla insieme il Pil reale e il calcolo dell’aumento dell’inflazione).

Per cui, se il Pil nominale annuo cresce «adeguatamente», il debito può rimanere sulla sua cifra di partenza e ugualmente in proporzione ridursi. Inoltre, si precisava ulteriormente, il ritmo di discesa del debito verrà ricalcolato ogni anno sulla base del triennio precedente, per cui se il debito comincia a scendere la quota da ridurre si assottiglia via via: se ho un debito di 200 e lo riduco di un ventesimo arrivo a 190, quindi l’anno successivo il ventesimo richiesto non sarà più 10 ma 9,5. Su queste basi, ammesso che tutte le condizioni siano favorevoli, (crescita adeguata del Pil nominale annuo, non crescita degli interessi sul debito pubblico) si è ricalibrata la quota che per vent’anni l’Italia dovrebbe versare annualmente allo scopo, al «massimo» 7-10 miliardi di euro: veramente consolante! Tutte le misure precedentemente elencate venivano poi accompagnate da una lista degli Stati sottoposti a procedure di verifica a causa dei loro deficit eccessivi.

Il Mes (Meccanismo europeo di stabilità) si configurava da parte sua come l’istituzione di una banca specificamente finalizzata alla assistenza finanziaria agli Stati membri in difficoltà di bilancio, previo naturalmente il rispetto assoluto di condizioni durissime. Il Trattato che istituiva il Mes imponeva agli Stati di contribuire alla costituzione di uno stock di capitale azionario per la cifra complessiva di sette milioni di azioni del valore di 100.000 euro ciascuna, per una somma complessiva di 700 miliardi di euro a regime, di cui 500 miliardi immediatamente nella prima fase. L’Italia del governo Monti che nel frattempo tagliava migliaia di posti letto negli ospedali e aumentava l’età pensionabile a sessantasei anni, perché in caso contrario la spesa sociale sarebbe stata insostenibile, si trovava a dover contribuire al Mes con 125,4 miliardi di euro da dover versare in cinque rate annuali.

Il Mes si assicurava la prerogativa di chiedere prestiti alle banche private, sempre però a un tasso superiore a quello del 1% concesso dalla Bce alle stesse banche private. Questo denaro avuto in prestito poteva essere convogliato dal Mes alla sua funzione «istituzionale» di prestatore di denaro agli Stati, ma a sua volta sicuramente a un tasso superiore a quello delle banche, poiché l’istituzione doveva pure rientrare almeno dalle spese di funzionamento. Appena istituito il Mes si è subito «messo al lavoro», il 9 febbraio 2012 con la promulgazione alla Grecia del celebre Memorandum d’intesa sulle politiche economiche da adottare quali condizioni per ricevere assistenza finanziaria. Questo memorandum si segnalava in particolare per le indicazioni di misure in tema di condizioni di lavoro atte a promuovere la crescita: 1) il salario mimino stabilito dai contratti collettivi sarà ridotto del 22%; 2) i giovani sotto ai 25 anni avranno invece i salari stabiliti dai contratti collettivi ridotti del 35%; 3) i contratti collettivi non potranno avere una durata superiore ai 3 anni. In tema di riforme fiscali era fatto obbligo al governo greco di compilare una lista degli attivi di proprietà dello Stato incluse partecipazioni in imprese quotate e non, di proprietà immobiliari e fondiarie «commercialmente valide».

E’ poi seguito il Trattato sulla stabilità, il coordinamento e la governance nell’Unione economica e monetaria, firmato il 2 marzo 2012 ed entrato in vigore il 1° gennaio 2013. Il titolo III del trattato delinea i contenuti di un Fiscal compact, di un patto politico e fiscale in cui: 1) si stabilisce che il bilancio pubblico consolidato di un paese contraente deve essere in pareggio o mostrare un sopravanzo; 2) queste regole devono essere recepite in modo vincolante edurevole nella legislazione dei contraenti, preferibilmente a livello costituzionale; 3) uno Stato contraente se presenta un debito pubblico superiore al limite fissato del 60 % del Pil , ha l’obbligo (come sunnominato) di ricondurlo entro tale limite al ritmo di un ventesimo l’anno.

Il governo Monti che aveva ricevuto «in eredità» la celebre lettera-questionario in 39 punti su riforme economiche e sociali strutturali da compiere da parte del governo italiano, lettera inviata dal commissario all’economia della Ce (Commissione europea) Olli Rhen al ministro dell’economia del precedente governo Berlusconi, Giulio Tremonti, si mostrava particolarmente scrupoloso nel mettere in opera tutte le disposizioni legislative «comandate» dalla troika europea. Ne era una perfetta espressione l’allungamento dell’età pensionabile, la tendenziale abolizione delle pensioni di anzianità, lo spostamento dell’onere fiscale dal lavoro ai consumi e alle proprietà immobiliari, ossia dall’Irpef all’Iva più il reinserimento della tassa di proprietà sull’abitazione occupata dal proprietario (tasse patrimoniali sarebbero necessarie e urgenti in Italia, però alla condizione di seguire un criterio di progressività ossia di distribuzione dell’onere fiscale in massima parte sui grandi patrimoni immobiliari, mentre si sa che ciò non avviene e la tassazione ricade pressochè totalmente su quei soggetti già tartassati dalle tasse sul reddito, impossibilitati a sfuggire al controllo).

Anche la riforma del lavoro introdotta nel marzo 2012 dalla Fornero corrisponde perfettamente alle richieste della Commissione Europea: il contrasto alla segmentazione del mercato del lavoro tra lavoratori a tempo indeterminato, altamente protetti, e i lavoratori precari; l’impegno a riformare gli ammortizzatori sociali (questioni cruciali e assolutamente urgenti ma anche qui il modo è decisivo); la modernizzazione della pubblica amministrazione con la riduzione del personale attraverso le misure della mobilità obbligatoria, il part-time, la revisione dell’organico. Il pareggio di bilancio da inserire tra gli articoli della Costituzione della Repubblica italiana, è stato presentato dal Governo Monti alle camere e votato dal parlamento italiano il 18 aprile 2012, con la modifica dell’art. 81; i trattati sulla stabilità, Patto fiscale compreso, e sull’istituzione del Mes, sono stati convertiti in legge dalla Camera il 20 luglio 2012, pochi giorni dopo l’analoga delibera da parte del Senato. Il solerte Monti faceva inoltre prontamente accantonare una quota di 38 miliardi di euro per finanziare il fondo del Mes. La sovranità economica e politica dello Stato italiano con questa sequenza di approvazioni dei trattati europei è stata stravolta.

Di fronte a una massiccia offensiva di una cultura economica, politica e sociale di tal fatta, è difficile pensare a possibili vie d’uscita alternative, il poter affermare politiche economiche e sociali di segno completamente opposto, che pure si renderebbero più che necessarie, assolutamente urgenti. Che una tale urgenza vi sia lo dimostra il fatto che nel tempo intercorso da quella «tempesta perfetta» di temperie culturale neo-liberale (o «illiberale»?) niente nella sostanza è stato modificato né nelle politiche interne agli Stati membri dell’Ue , né nelle istituzioni di governo dell’Europa. L’esito delle elezioni al parlamento europeo dello scorso giugno, con l’elezione a Presidente della CE Juncker, e con il ricompaginamento di forze politiche e deputati al parlamento europeo, non ha fin’ora fatto emergere alcun segnale di mutata rotta.

Non è un segno in tal senso l’avviato processo di immissione di liquidità – Quantitative easing – sui mercati finanziari europei – banche e borse – da parte della Bce di Draghi, perchè nulla è cambiato nell’impossibilità degli Stati (ex) sovrani di ricevere finanziamenti diretti da parte delle «succursali» della Bce, le banche nazionali dei singoli Stati, e dunque nella conseguente impossibilità di evitare la tagliola dei tassi d’interesse dei prestiti da parte delle banche private. Quei finanziamenti potrebbero essere utilizzati dai singoli governi per avviare investimenti strutturali sul proprio territorio, rilanciare l’occupazione facendo dello Stato un imprenditore in prima persona oltre che un «soccorritore sociale» nel attuale prolungato, «agonico» stato d’emergenza (soccorritore sotto forma di estensione dei sussidi di disoccupazione, di difesa del sistema pensionistico, di salvaguardia di un sistema sanitario e scolastico veramente gratuiti e alla portata di tutti, cosa che attualmente comincia a non essere più) al fine di rilanciare l’economia dal versante fondamentale e strategico della domanda e dei consumi.

Non modifica la direttiva principale di queste politiche neppure l’annunciato piano Juncker d’investimenti strutturali nei diversi Paesi europei, che dai 21 miliardi di euro effettivamente racimolati da un Fondo europeo per gli investimenti strategici (Feis), dovrebbe per magia «suscitare un effetto moltiplicatore» di compartecipazione agli investimenti da parte d’investitori privati fino a raggiungere addirittura una somma complessiva 15 volte superiore di 330 miliardi di euro. Anche in questo caso si fa assoluto ed «esclusivo» affidamento sulla possibilità di stimolare e allettare l’offerta (gli investitori privati) tramite agevolazioni e incentivi di varia natura. Tra questi vi sarebbe la prospettiva per gli imprenditori privati d’investire in progetti infrastrutturali strategici nei diversi paesi europei (reti energetiche, di telecomunicazioni e trasporti) lasciando al Feis la componente più complessa del rischio d’investimento (l’accettazione di essere pagato dopo gli altri creditori). Naturalmente anche in questo caso la possibilità e necessità di stimolare congiuntamente dal versante della domanda l’economia di mercato (creazione diretta di nuova occupazione e sviluppo di protezioni sociali per incrementare i consumi) per avere un effetto di «rimbalzo» sull’offerta non è contemplata.

Gli stessi provvedimenti messi in campo dal governo italiano di Matteo Renzi, dalla Legge di stabilità al Jobs Act, al recente Def (Decreto di economia e finanza) rientrano completamente nell’alveo delle logiche dei trattati europei. Si ricercano ogni tipo di agevolazione alle imprese – dalle agevolazioni fiscali sulle nuove assunzioni (Legge di stabilità), alle agevolazioni o liberalizzazioni giuridiche nelle nuove tipologie di contratti di lavoro (il cosiddetto Contratto a tutele crescenti) con il Job acts – o di eseguire le disposizioni del Fiscal compact per ridurre il debito pubblico (di cui si parlava in precedenza) attraverso operazioni di privatizzazioni di imprese pubbliche. Queste operazioni consentirebbero al ministro dell’economia Padoan di calcolare un inizio di riduzione del rapporto debito pubblico – Pil nominale dal prossimo anno, passando dall’attuale 2,6% all’1,8% il prossimo anno, al 0,8% nel 2017, all’azzeramento nel rapporto nel 2018. Questo risultato dovrebbe essere ottenuto con la privatizzazione di Enel, Poste, Ferrovie dello stato, Enav, da cui sono attese entrate pari all’1,7/ 1,8 % del Pil, 26 miliardi di euro.

Il presupposto di fondo comune è che queste siano misure atte a rilanciare la crescita economica dei Paesi in difficoltà tra cui l’Italia, il cui tasso di disoccupazione ufficiale (sottostimato rispetto a quello reale) è tutt’ora del 12.6%, e quello della disoccupazione giovanile è al 42%.

Certo, per invertire la rotta di fronte a questa linea compatta e monolitica di dottrina e prassi, ossia per decostruire questo complesso di Trattati Ue di politica economica e sociale, ci vorrebbe consapevolezza teorica (conoscenza d’insieme e di dettaglio adeguata), unità d’intenti (un scopo collettivo condiviso e non atomizzato in interessi di categoria o tra le singole nazioni) e conseguente unità di azione. Tutto questo non appare all’orizzonte né tra le forze parlamentari europee (Gue/ Ngl sinistra unitaria europea / sinistra verde nordica, i Verdi, o tra le fila dei socialisti e democratici non allineati con il governo Juncker) che teoricamente si oppongono alle linee del governo della troika europea, né all’interno della Confederazione europea dei sindacati, non compatta come si dovrebbe, non tra le fila dei commissari europei membri della Commissione europea e neppure tra le fila dei Capi di stato e di governo dei paesi europei membri del Consiglio d’Europa, con l’eccezione dello «sventurato» Tsipras.

Da qui la ricerca di un pensiero critico e di visioni complessive e volontà di azione alternative all’ideologia totalitaria neoliberale si sposta necessariamente all’interno delle società dei singoli Stati, sulla base della seguente premessa: un’alternativa è sempre possibile.