Perché tagliare le tasse non funziona?

0
216
Autore originale del testo: Keynesblog
Fonte: Keynes blog
Url fonte: http://keynesblog.com/2015/01/09/perche-tagliare-le-tasse-non-funziona/

da Keynesblog 09 gennaio 2015

La riduzione delle imposte, viene detto in continuazione sui giornali italiani, è una necessità impellente per il nostro paese se si vuole uscire dalla crisi economica. C’è chi, come Francesco Giavazzi, è arrivato a sostenere che pur di realizzarla non dovremmo preoccuparci di sfondare il tetto del 3% di rapporto deficit/PIL imposto dai trattati europei. Ma basta un taglio delle tasse per uscire dalla crisi? La teoria economica ci dice che – nelle attuali circostanze – esso è pressoché inutile e comunque molto meno efficace dell’aumento della spesa pubblica. Vediamo perché.

MENO TASSE, STESSI CONSUMI

Il lettore attento obietterà che anche economisti come Paul Krugman sostengono che tagliare le tasse è “keynesiano”. Entro certi limiti questo è vero, come vedremo. Tuttavia ogni decisione economica va valutata in termini relativi, cioè occorre pesare costi e benefici paragonandoli a quelli di decisioni alternative.

Descriviamo quindi come funziona l’effetto di stimolo derivante dalla riduzione dell’imposizione fiscale. Quando il governo decide di tagliare le imposte sul reddito, finanziando le minori entrate in deficit, sta dando più reddito disponibile alle famiglie.

Prendiamo l’esempio di una famiglia con un reddito lordo di 20.000 euro che paga 5.000 euro di tasse. Il suo reddito disponibile è quindi pari a 15.000 euro. Tale famiglia risparmia 2.000 euro e spende i restanti 13.000.  Ha cioè una “propensione al consumo” pari a 13.000/15.000= 86,7% del suo reddito disponibile.

Se, a seguito della riduzione delle imposte, il carico fiscale si riduce a 4.000 euro, tale famiglia si ritroverà con un maggiore reddito disponibile di 1.000 euro. Se si suppone che questa famiglia si comporterà con i 1.000 euro aggiuntivi esattamente come si è comportata con i 15.000 euro di reddito disponibile precedente, avremo che una parte verrà consumata e una parte risparmiata, esattamente nelle stesse proporzioni. Nel nostro esempio 867 euro verranno spesi e 133 risparmiati.

Gli 867 euro quindi si traducono in consumi (che vanno ad aumentare il PIL) e questi “trascinano”, prima o poi, anche la produzione, innescando il cosiddetto “moltiplicatore”: le imprese venderanno di più, quindi vi saranno più redditi distribuiti sia perché probabilmente esse assumeranno nuovo personale sia perché aumenteranno i profitti degli imprenditori.

Il costo di questa operazione per lo stato è rappresentato dal servizio del debito (gli interessi), ma se la manovra “funziona”, lo stato incamererà anche maggiori entrate (dall’IVA e dalle tasse pagate su profitti e redditi da lavoro aggiuntivi).

RAGIONANDO “AI MARGINI”

Cosa c’è di errato in questo ragionamento? L’errore sta nell’ipotesi che abbiamo fatto circa le decisioni di consumo e risparmio dei 1000 euro aggiuntivi da parte delle famiglie. Nessuno infatti ci assicura che esse utilizzeranno il nuovo reddito disponibile nelle stesse proporzioni del reddito precedentemente disponibile.

In tempi normali è probabile che sia così, anche se sappiamo che più il reddito cresce maggiore sarà la percentuale risparmiata. Tuttavia se si tratta, come di solito è, di riduzioni modeste, si può assumere che la propensione al consumo sui 1000 euro aggiuntivi sia all’incirca uguale a quella sui 15.000 euro di reddito disponibile prima della manovra.

Ma quando la fiducia delle famiglie è depressa, come in una crisi, questa assunzione non è più vicina al vero. E’ anzi probabile che la nostra famiglia tenda a risparmiare buona parte di quei 1000 euro, ad esempio perché si teme di perdere il lavoro e quindi si risparmia a scopo precauzionale. Se poi la famiglia è indebitata, le probabilità che i consumi non risentano della manovra aumenta notevolmente. Al limite, possiamo supporre che l’intero reddito disponibile aggiuntivo venga risparmiato e non consumato. Cioè, per ogni unità aggiuntiva di reddito, il consumo aggiuntivo è pari a zero. Siamo di fronte al caso in cui la propensione marginale al consumo è nulla. Ed è proprio la propensione marginale al consumo (e non quella media) che va considerata quando dobbiamo calcolare il moltiplicatore relativo ad una manovra finanziaria.

PIÙ SPESA PUBBLICA PER USCIRE DALLA CRISI

Se invece consideriamo il caso in cui lo Stato non riduca le tasse ma aumenti la spesa, le cose si presenteranno in modo del tutto diverso. Anche nell’ipotesi estrema di propensione marginale al consumo nulla, il solo fatto che la spesa sia aumentata ha già aumentato il PIL. Si badi che quando parliamo in questo contesto di spesa pubblica non intendiamo pensioni, sussidi di disoccupazione o altri trasferimenti monetari. Questi vanno considerati “tasse negative” e quindi equivalgono a sconti fiscali. Parliamo invece di acquisti di beni e servizi dal settore privato o della produzione diretta di beni e servizi da parte dello Stato. Questa spesa aumenta quindi il prodotto almeno per il suo ammontare. Ma le statistiche ci dicono che proprio durante una crisi il moltiplicatore della spesa diventa più elevato del solito, perché vi sono risorse inoccupate che essa attiva, senza andare in alcun modo a “spiazzare” la spesa privata.

IL TEOREMA DI HAAVELMO: KEYNES NONOSTANTE IL PAREGGIO DI BILANCIO

Finora abbiamo supposto che lo Stato aumenti la sua spesa o tagli le imposte in deficit. Ma se per un qualsiasi motivo non è possibile aumentare il disavanzo del bilancio pubblico, le strade non sono del tutto sbarrate. Poiché, come abbiamo visto, il moltiplicatore della spesa è un po’ più grande di quello delle tasse, è possibile operare una manovra finanziaria espansiva senza modificare i saldi. Essa consisterà nell’aumento della spesa coperto da un uguale aumento delle tasse. La maggiore imposizione fiscale avrà effetti depressivi, ma generalmente modesti, che verranno più che bilanciati dall’aumento della spesa, con un effetto complessivo espansivo. Questo effetto sarà molto più ampio se lo Stato preleverà dal settore privato risorse finanziarie che non verrebbero comunque spese (ad esempio attraverso una tassazione più progressiva, cioè aumentando le aliquote sulle fasce di reddito più alte) e le impiegherà in spesa ad alto ritorno in termini di occupazione e rendimenti, come le infrastrutture.

Non solo: la maggiore progressività della tassazione ha l’effetto di aumentare la propensione al consumo della popolazione (sia media che marginale). Infatti essa bilancia la maggiore propensione al risparmio delle fasce a più alto reddito della popolazione. L’aumento della propensione al consumo aumenterà ulteriormente il valore del moltiplicatore della spesa. Pertanto le proposte di “flat tax” (unica aliquota fiscale) sono da considerarsi antikeynesiane.

Il Teorema di Haavelmo, la possibilità cioè di operare manovre espansive persino in caso di vincoli di bilancio pubblico, è stato l’oggetto di questo intervento di Joseph Stiglitz: