Cultura

Pubblicato il 9 aprile 2018 | di

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Dieci italiani per un tedesco

di Stefano Casarino – 9 aprile 2018

L’eccidio delle Fosse Ardeatine (Roma, 24 marzo 1944) fu un atto di folle rappresaglia perpetrato dall’esercito tedesco d’occupazione come reazione all’attentato partigiano di Via Rasella del giorno prima, che fu il più clamoroso attentato urbano antitedesco in tutta l’Europa occidentale e costò la vita di 33 soldati tedeschi e 2 civili italiani.

E’ però importante conoscere bene le premesse storiche da cui furono originati questi due fatti.

Dopo l’armistizio e la vergognosa fuga di Vittorio Emanuele III a Brindisi, che di fatto lasciò senza guida e senza direttive il nostro esercito, all’assoluta mercé dei Tedeschi,  la situazione a Roma era diventata particolarmente tragica: il 12 settembre 1943 l’esercito tedesco ebbe il controllo totale della capitale (dichiarata “città aperta” dalle autorità italiane il 14 agosto, cioè ceduta senza resistenza alle forze di occupazione), ma si costituirono subito gruppi di resistenza, in particolar modo il Fronte Militare Clandestino (“Centro X”) diretto dal colonnello Giuseppe Cordero Lanza di Montezemolo (una delle vittime dell’eccidio, Medaglia d’Oro a Valor Militare alla Memoria, arrestato e torturato dai nazisti in quanto capo prestigioso della Resistenza, sempre fedele alla monarchia), e nuclei comunisti.

Il controllo dell’ordine pubblico a Roma fu affidato al tenente colonnello Herbert Kappler (1907-1978), capo della Gestapo: fu lui il principale responsabile dell’eccidio delle Fosse Ardeatine; nel 1947 fu arrestato, processato e condannato all’ergastolo, pena commutata nel 1976 in libertà vigilata per motivi di salute: riuscì a fuggire in Germania dove morì due anni dopo, nel 1978.

Diretto superiore di Kappler era il feldmaresciallo Albert Kesserling (1885-1960): fu il principale avversario dei Partigiani italiani, autore del famoso bando che ne legittimava in ogni modo l’uccisione; processato e condannato a morte, la pena fu commutata in ergastolo e poi anche per lui si usò molta clemenza, tanto che nel 1952 venne rilasciato senza aver mai rinnegato il suo passato di nazista. Sostenne anzi che gli Italiani avrebbero dovuto fargli un monumento, perché egli aveva salvato le città d’arte e tutti i tesori artistici della Penisola. Ciò determinò la reazione sdegnata di Piero Calamandrei, che compose l’epigrafe “ad ignominia” per il Camerata Kesserling (04.12.1952: la lapide fu composta nell’ottavo anniversario della morte di Duccio Galimberti). Kesserling morì in Germania, a Bad Nauheim, per un attacco cardiaco.

Principale collaboratore di Kappler fu  il capitano Erich Priebke (1913-2013), colui che redasse personalmente la lista delle persone da uccidere: arrestato nel 1945, fuggì nel 1946, restò alcuni anni in Alto Adige, poi andò in Argentina; fu arrestato ed estradato solo nel 1995, sostenne una lunga serie di processi sino al 1998, quando fu simbolicamente condannato all’ergastolo, subito commutato in detenzione domiciliare in un appartamento romano, con la possibilità di uscire per fare la spesa e andare a messa. Morì centenario a Roma l’11 ottobre 2013 e tumulato in gran segreto (forse nel piccolo cimitero della colonia penale di Isili, in Sardegna).

Se si fa memoria e si presta attenzione che questi fatti ebbero esiti che si conclusero davvero solo decenni dopo, si comprende benissimo che il passato non è un tempo che si può rimuovere, che la sua eredità marca indissolubilmente il presente: mai pensare alla storia come una serie di periodi segmentati e separati!

Veniamo all’attentato partigiano: in via Rasella era dislocata una compagnia di soldati tedeschi del Polizei Regiment “Bozen” (in prevalenza altoatesini). Dodici partigiani prepararono una bomba ad alto potenziale, che collocarono su un carretto per la spazzatura e che fecero esplodere: restarono subito uccisi trentadue soldati tedeschi, un altro morì il giorno dopo, altri nove nei giorni seguenti. Oltre a loro, restarono vittime anche due civili italiani, un partigiano e un ragazzo di tredici anni.

L’attentato provocò immediata rabbia e feroce volontà di vendetta da parte dei Tedeschi: Hitler ne fu subito informato e promise una rappresaglia che “avrebbe fatto tremare il mondo”, stabilendo che per ogni soldato tedesco ucciso si sarebbero dovuti giustiziare dai 30 ai 50 italiani. Dopo convulse discussioni e trattative tra gli alti ufficiali nazisti e per decisione finale del feldmaresciallo Kesserling, si arrivò a ritenere sufficiente la “quota” di dieci italiani per un tedesco da applicare con un’esecuzione immediata.

Inizialmente si pensò soltanto ai Todeskandidaten, cioè ai detenuti in attesa di esecuzione e agli ergastolani, e fu dato l’incarico di provvedere a ciò al colonnello Kappler; poi, freneticamente, si aggiunsero alla lista (solertemente compilata dal capitano Priebke) altre persone, sino ad arrivare al numero di  320.

Si decise di effettuare l’eccidio di massa in una serie di gallerie sotterranee abbandonate in via Ardeatina. Dopo un sopralluogo del capitano con genieri dell’esercito, la zona venne ritenuta idonea e facilmente occultabile chiudendo con esplosivi le entrate delle gallerie. Alla notizia della morte del trentatreesimo tedesco, si dovettero aggiungere in fretta altre dieci persone: vennero anche condotti alla morte dieci detenuti estranei in procinto di essere rilasciati.

I prigionieri, suddivisi in gruppi di cinque, vennero condotti nelle gallerie illuminate da soldati tedeschi muniti di torce elettriche; all’entrata del luogo di esecuzione il capitano Priebke richiedeva il nome al condannato e controllava la lista; quindi le vittime venivano fatte inginocchiare e gli esecutori sparavano un colpo di pistola dall’alto in basso all’altezza del collo; in questo modo si riteneva di ottenere una morte immediata e di non impiegare più di un minuto per ogni uccisione. Il colonnello Kappler prese parte al secondo turno di eliminazione; il capitano Priebke invece sparò con il terzo turno. In totale furono effettuati 67 turni di esecuzioni.

Al termine dell’eccidio Priebke rilevò che erano presenti, a causa della confusione dell’azione finale di rastrellamento dei condannati a morte, cinque uomini in più del numero previsto di 330. All’interno delle cave i cadaveri rimasero ammassati in gruppi alti oltre un metro e mezzo. Alla fine della procedura di annientamento delle vittime, i soldati del genio tedeschi minarono gli accessi alle gallerie e fecero esplodere le cariche sbarrando le entrate; in questo modo il colonnello Kappler intendeva mantenere l’assoluta segretezza sull’eccidio.

Mussolini a Salò ne fu informato e ritenne che non si potesse muovere alcun rimprovero ai Tedeschi, perché la rappresaglia era legale e sancita dal diritto internazionale!! Dalle salme identificate (322 su 335) si ricava che circa 39 fossero ufficiali, sottufficiali e soldati appartenenti alle formazioni clandestine della Resistenza militare, circa 52 erano gli aderenti alle formazioni del Partito d’Azione e di Giustizia e Libertà, circa 68 a Bandiera Rossa, un’organizzazione comunista non legata al CLN, 19 erano massoni, e circa 75 erano di religione ebraica. Altri, fino a raggiungere il numero previsto, furono detenuti comuni.

Non mancarono tuttavia tra gli uccisi i rastrellati a caso e gli arrestati a seguito di delazioni dell’ultim’ora.

Abbiamo parlato, com’è evidente, di una pagina di autentica infamia della storia recente che non è né moralmente né culturalmente possibile ignorare: eppure, nel 2001, in un’indagine promossa  dal Comune di Acqui Terme per il premio “AcquiStoria” su 1042 studenti delle Superiori e delle Medie oltre il 60% (più di 620) ha definito le Fosse Ardeatine “un fenomeno naturale analogo ai pozzi carsici” oppure “un antico monumento romano”!

Non credo affatto che oggi, diciassette anni dopo, la situazione sia migliorata e che i giovani conoscano meglio questa pagina di storia.

Anzi.

Un’altra tremenda conseguenza della situazione di sbando in cui fu lasciato il nostro Esercito dopo la fuga di Vittorio Emanuele III a Brindisi fu anche la tragica sorte toccata al vicebrigadiere dei carabinieri Salvo D’Acquisto (1920-1943): i fatti, qui, sono antecedenti di un anno alle Fosse Ardeatine.

Nato a Napoli da famiglia profondamente religiosa, Salvo D’Acquisto si arruolò volontario nei Carabinieri e diventò sottufficiale; assunse il comando della stazione di Torrimpietra, a qualche decina di chilometri da Roma. Lì il 22 settembre 1943 alcuni paracadutisti tedeschi furono investiti dall’esplosione di una bomba a mano: due di loro morirono, altri due restarono feriti. Probabilmente ciò fu dovuto ad imperizia da parte loro nel maneggiare l’ordigno, ma si pensò subito ad un attentato e si vollero trovare i responsabili, minacciando la rappresaglia.

I Tedeschi, come abbiamo visto, spadroneggiavano, la popolazione era in loro balia, l’esercito non aveva alcun ruolo: si organizzarono dei rastrellamenti e si arrestarono ventidue persone scelte a caso tra i residenti. Tra questi Salvo D’Acquisto, che, più volte interrogato con percosse e bastonate, sostenne sempre l’innocenza di tutti gli arrestati, dicendo che l’evento era stato del tutto fortuito e che non vi era alcun responsabile da individuare. Tutti gli ostaggi furono portati fuori dal paese, si diedero loro delle vanghe e l’ordine di scavare una fossa comune.

Per evitare la strage, il vicebrigadiere si autoaccusò del presunto attentato, assumendosene la piena responsabilità in cambio dell’immediata liberazione di tutti gli ostaggi che si diedero subito alla fuga. Prima d’essere ucciso, secondo un testimone oculare Salvo D’Acquisto gridò “Viva l’Italia”: col suo comportamento si guadagnò persino l’ammirazione dei suoi assassini, che dissero ad un altro testimone: “Il vostro brigadiere è morto da eroe, impassibile anche di fronte alla morte”. Le sue spoglie sono conservate nella Basilica di S.Chiara a Napoli; nel 1983 si iniziò il processo di beatificazione, tuttora in corso: attualmente ha il titolo di “Servo di Dio”, non quello di “martire” a causa del voto contrario espresso nel 2007 dalla Congregazione delle Cause dei Santi. E’ comunque Medaglia d’Oro al Valor Militare alla Memoria. Personalmente vorrei che si pensasse a tutte queste vittime, a questi autentici “martiri” della follia nazifascista, non solo nei giorni della commemorazione ufficiale ma molto più spesso; che il ricordo del loro sacrificio ci accompagnasse costantemente nella nostra vita quotidiana, ci aiutasse a respingere le insensate tentazioni dell’intolleranza, dell’odio razziale e ideologico; ci facesse stroncare sul nascere ogni ipotesi di rigurgito fascista.

Dovremmo parlarne di più, approfittare di ogni occasione per farlo.

Se lasciamo che cada l’oblio, non è escluso, anzi è molto probabile, che ripeteremo gli stessi errori e rivivremo gli stessi orrori di quel tempo in fondo non così lontano da noi.

Siamo distanti 74/75 anni dai fatti ricordati: in riferimento alla durata della vita umana è un lasso di tempo significativo; in relazione ai tempi della storia dell’umanità è soltanto “ieri”.

Uno “ieri” che dobbiamo far passare per sempre: potremo farlo, solo se lo ricordiamo con precisione e con commozione, tributando a tutte queste povere vittime la pietà del ricordo e l’omaggio della nostra ammirazione per il loro sacrificio e del nostro sdegno per i loro carnefici.

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