Fonte: La Stampa
Rsa, corsa a ostacoli: rette più care, liste d’attesa di un anno e rimborsi col contagocce
I prezzi si aggirano sui 3.000 euro mensili, metà dei quali a carico delle Asl. Spesso però i limiti di legge fanno ricadere tutta la spesa sulle famiglie
Non siamo più un Paese di anziani ma di grandi vecchi, con ormai 4,6 milioni di over 80, quasi altrettanti non autosufficienti e 23.500 centenari, il doppio rispetto a 15 anni fa. E siccome anche l’età dei figli che spesso fanno loro da badanti è elevata, è facile capire perché per i nostri ottuagenari (e oltre) ci sia sempre più bisogno di strutture in grado di accoglierli, da un punto di vista sanitario ma anche assistenziale. Di Rsa, insomma, dove oggi solo il 6,3% di loro riesce però a trovare posto. Perché le rette sono in aumento, Comune e Asl che vai rimborsi che trovi, mentre le liste di attesa vanno dai 6-8 mesi del Centro-Nord a un anno e oltre nel Sud e in Toscana, rileva Anaste, una delle associazioni dei gestori delle Rsa. Che per molti grandi vecchi restano un miraggio. Mentre chi riesce ad entrarvi deve poi fare i conti con la carenza di personale – solo di infermieri ne mancano oltre due su dieci – «così il sistema non riesce a garantire una continuità assistenziale adeguata: gli anziani tendono a usare molto i servizi ospedalieri prima dell’ingresso in Rsa ma poi – denuncia l’Osservatorio Long Term Care della Bocconi – non vi accedono più una volta ricoverati in struttura perché manca un efficace collegamento tra strutture sanitarie e socio-assistenziali».
Anche se tirare le somme non è facile, visto che Asl o Comune che vai, retta che trovi. Per non parlare della giungla dei rimborsi. Per i non autosufficienti non totalmente incapaci di provvedere a se stessi, un Dpcm del 12 gennaio 2017 stabilisce che il 50% della retta, che si aggira sui tremila euro al mese, deve essere pagato dall’Asl per coprire le spese sanitarie. La restante metà, relativa alle spese assistenziali come il posto letto, il vitto e la pulizia, è a carico delle famiglie. Se possono sobbarcarsi la spesa, altrimenti dovrebbe intervenire il Comune a coprire la quota residua. «Ma i criteri fissati da molte Regioni e Comuni per accedere al contributo statale sono così rigidi che a volte basta una pensione di mille euro al mese e il possesso di una casa anche modesta per essere tagliati fuori», spiega Andrea Ciattaglia, della Fondazione Promozione Sociale, che si occupa dei non autosufficienti.
«Tanto per fare un esempio, in Piemonte, calcolando Isee, beni immobili e grado di disabilità, si è composta una scala che va da 1 a 28, ma già con un punteggio di 24 si è fuori dal contributo comunale per la quota assistenziale, tanto che oggi il 60% dei piemontesi, circa 20mila ospiti nelle Rsa, paga per intero la retta, per una spesa complessiva di oltre 350 milioni». Un dato limite, che nel resto d’Italia si aggira comunque su un preoccupante 30% di esclusi da ogni contributo pubblico.
A quel punto, il peso si scarica sulle famiglie, che non sempre riescono a sopportarlo. «Così inizia lo stillicidio dei pagamenti a singhiozzo e le morosità, che rendono difficile per noi gestire al meglio le strutture», denuncia Sebastiano Capurso, presidente Anaste, una delle associazioni più rappresentative dei gestori di Rsa. «Spesso, contrariamente a quanto disposto dalla legge, i Comuni chiedono alle famiglie di pagare il 50% della retta per la parte di assistenza sociale, invitandole poi a chiedere il rimborso. Per non parlare poi delle Asl che, come in Sicilia, ci obbligano a dimettere i pazienti dopo solo due mesi. Ma un malato di Alzheimer spesso non ha un posto dove andare».
La situazione non è meno confusa per i ricoverati in condizioni più gravi, quelli per i quali diventa impossibile scindere le prestazioni sanitarie da quelle socio-assistenziali, tanto che una serie di sentenze della Cassazione e del Consiglio di Stato hanno dato ragione agli utenti, riconoscendo il diritto al rimborso del 100% della retta.
«In una Rsa veneta – rivela Capurso – otto famiglie hanno presentato il conto alla struttura chiedendo indietro dieci anni di rette, lasciando che poi i gestori se la vedano con i giudici per ottenere la restituzione dei rimborsi». Una bomba ad orologeria che rischia di far saltare una rete di protezione già piena di falle.


