L’Italia ha detto “No”
L’Italia ha detto “No”. La scriteriata riforma della Costituzione by Nordio-Meloni è stata sonoramente bocciata dai cittadini.
Un risultato che porta con sé alcune considerazioni:
1. Il consenso politico ed elettorale della premier e del suo partito non sono per sempre: la destra si può battere.
2. Giorgia Meloni ha mobillitato l’elettorato ad andare le urne, ci ha messo personalmente la faccia e ha accettato la politicizzazione del voto. E infatti, secondo YouTrend, un italiano su tre ha scelto di votare “No” per “dare un voto di opposizione al governo”
3. La vittoria del “no” è ancora più rilevante visti i “sabotatori” interni. Nel centrosinistra ci sono state infatti alcune defezioni: dai riformisti per il sì (Picierno, Giachetti, Ceccanti) a Matteo Renzi, che non si è mai esposto (e ora salta sul carro della vittoria, proclamando la “sonora sconfitta” del Governo).
4. Ne consegue che la sconfitta del “Sì” è ancora più bruciante: nel fronte del centrodestra ci sono state molte defezioni. Secondo una stima di “Opinio”, l’11% degli elettori di Fratelli d’Italia, infatti, avrebbe votato “NO”. Ancora più incredibile il 17,9% di Forza Italia che si sarebbe schierato contro la riforma carissima a Silvio Berlusconi.
Che farà ora la Statista della Sgarbatella? A caldo, Giorgia ha abbozzato: “Gli italiani hanno deciso. E noi rispettiamo questa decisione. Andremo avanti, come abbiamo sempre fatto, con responsabilità, determinazione e rispetto verso il popolo italiano e verso l’Italia”.
Ha sempre slegato la sua permanenza a Palazzo Chigi dal risultato del referendum, ma ora deve fare i conti con una sconfitta che sta assumendo i contorni di una batosta.
Con lo sguardo alle politiche del 2027, il primo passo per Giorgia Meloni sarà strambare in politica estera.
L’abbraccio mortale a Donald Trump si è rivelato letale anche in patria: non può non aver influito sull’esito del referendum l’ostilità crescente degli italiani verso il tycoon e le sue follie (guerra, dazi, offese agli alleati…).
Secondo un sondaggio citato da Piazzapulita giovedì scorso, su La7, dopo l’attacco a Teheran solo il 19% degli italiani approva il presidente Usa. Un anno fa, il consenso era quasi il doppio.
Ora, Giorgia Meloni ha capito che il campo largo può batterla e non può che correre verso una legge elettorale che cancelli i collegi uninominali (dove il centrosinistra unito può ottenere ottimi risultati) e conceda un forte premio di maggioranza alla coalizione in vantaggio.
Certo, ora che ha perso il referendum, la premier sarà molto meno baldanzosa con Lega e Forza Italia nella definizione della legge elettorale: dovrà scendere a compromessi.
Avesse vinto il “Sì”, avrebbe marciato come un caterpillar anche sui suoi stessi alleati.
La scadenza della legislatura è prevista per l’autunno del 2027: manca un anno e mezzo, ma Giorgia Meloni vorrebbe anticipare le elezioni politiche alla primavera (d’altronde si è sempre votato in quel periodo dell’anno).
Con il consenso del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, si potrebbe organizzare un election day in coincidenza con il voto amministrativo nelle tre grandi città italiane: Torino, Milano e Roma.
Qualcuno, nella “fiamma magica” intorno alla Ducetta, ha però segnalato che le comunali in quelle metropoli solitamente premiano il centrosinistra. Meglio dilazionare le tornate elettorali per non concedere agli avversari un vantaggio strategico.
Tre pasticcioni che con le loro gaffe, esondazioni verbali e gli affari opachi coi prestanome del clan Senese, hanno danneggiato la campagna elettorale e l’immagine del centrodestra, dilapidando un vantaggio che solo pochi mesi fa era dato al +20%.
Una figuraccia storica che non potrà non avere qualche testa rotolante.


