Cardini: “Faccio quello che posso”

per Gian Franco Ferraris
Autore originale del testo: Franco Cardini
Url fonte: http://www.francocardini.it/minima-cardiniana-180/#more-685

di Franco Cardini, 2 luglio 2017

Sono accadute molte cose, questa settimana. E voi, cari Amici, siete troppo esigenti. Come si diceva una volta, “Io non sono mica Nembo Kid”. Sono un professore in pensione che fa parecchio volontariato (nel senso che quasi nessuna delle mie attività è retribuita o sostenuta da alcun ente pubblico o privato). Tenete presente che non posso rispondere a tutti i messaggi che mi inviate in e-mail (ormai siamo sui 300 al giorno) perché sto scrivendo un paio di libri contemporaneamente e sono in ritardo, ho una decina di saggi in sospeso, debbo far articoli quasi tutti i giorni, faccio conferenze quasi giornaliere e debbo frattanto leggere tesi di laurea, manoscritti che mi vengono inviati per chiedere Prefazione oppure anche solo consigli ecc. Ho quasi del tutto abolito le pause-pranzo e ridotto a tre-quattro ore il riposo notturno. Davvero, non posso fare di più.

Data questa pesante “condizione operaia”, non ho tempo né per il face-book, né per il twitter, né per gli SMS né per altre diavolerie del genere: anzi, a dirVi la verità non capisco nemmeno dove lo troviate Voi, tutto questo tempo. Siete tutti disoccupati? Siete tutti pensionati? Soffrite tutti d’insonnia? Vivete di rendita?

Bene. Di tutte queste cose, io sono solo la seconda. Ma sono un pensionato che lavora più di prima, e per giunta a più bassa retribuzione. Mi chiedete il perché di tutto questo disorientamento in giro, di questa disaffezione per la politica, di questa crisi di quell’identità della quale tanto si parla. Ho cercato di rispondere qui, collettivamente, a molte domande, scrivendo qualche paginetta un po’ più elaborata, sotto forma di saggio (cfr. infra: Note storiche sull’identità italiana e sulle prospettive di una sua ridefinizione).

Mi chiedete poi un parere su Vasco Rossi e le masse che è riuscito a convogliare nella pianura padana: figuratevi, ho dovuto viaggiare sui treni locali Bologna-Modena tra ieri sabato e oggi domenica, in condizioni che un’acciuga sott’olio avrebbe considerato insostenibili; e poi a chi sostiene che Vasco sia il suo idolo  posso soltanto rispondere che musicalmente sono monoteista (wolfangamadeusmozartiano); e a chi mi chiede se conosco le droghe rispondo che anch’io sulle Ande ho masticato coca (serve per respirare meglio ad alta quota) e in Asia centrale ho accettato a volte hashish da qualche carovaniere (ma come esperienze estatiche conseguenti non mi pare che la diarrea sia proprio il massimo), fermo restando che la mia droga preferita resta il peperoncino calabrese (ma apprezzo quello cubano, non disdegno quello messicano e se proprio non c’è altro faccio buon viso perfino alla paprika dolce ungherese).

Si è parlato molto di migranti, ma mi paiono discorsi che lasciano il tempo che trovano. Che volete che vi dica? Obbligare francesi e inglesi a “mettersi attorno a un tavolo”, come si usa dire, insieme con gli italiani, è già un grande successo. Peccato che i risultati siano inconsistenti e che la futura conferenza di Tallinn si annunzi come un nuovo fiasco. Perché? Riflettete un attimo. Anzitutto, se l’unica decisione consiste nel cercar d’impostare   una forma di disciplina nei confronti delle imbarcazioni delle ONG, arriviamo comunque tardi (avremmo dovuto farlo da molto tempo): ma la sigla ONG, d’altronde, copre una quantità straordinaria di casi particolari e di situazioni molto diverse fra loro e sarebbe necessario un rapido e intenso sforzo basato sulla collaborazione internazionale per venirne a capo. Se poi si tratta di “dar più soldi alla Libia”, qui allora la canzonatura è palese: la Libia ha tre governi contrapposti, uno filojihadista, uno collegato a doppio filo all’Egitto e alla Turchia e uno – quello che ONU e NATO appoggiano – riconosciuto e sostenuto solo dai cosiddetti “organismi internazionali”, che non ha alcun credito né alcun consenso nel paese e che serve solo a firmare gli accordi con le varie multinazionali per consentir loro di continuar a sfruttare il suo paese (e la nostra ENI ne sa qualcosa). Distinguer tra “rifugiati” e “migranti economici”, come qualcuno vorrebbe, è tanto abietto quanto impossibile. Ormai il vero problema non è più né politico né militare: da una parte vaste aree del continente sono alla fame (ed è stato appunto lo sfruttamento delle multinazionali in combutta con i corrotti governi nazionali africani e i loro patrons occidentali);  dall’altra il flusso migratorio è causato anche dalla falsa immagine dell’Occidente come paradiso terrestre diffusa dai nostri media in tutto il continente africano;  da un’altra ancora le nostre vere classi dirigenti – vale a dire gli anonimi o semianonimi gestori della finanza e dell’economia mondiale, dei quali i politici sono “comitati d’affari” – hanno tutto l’interesse da un lato a esportare dall’Africa forza-lavoro a buon mercato assorbendone la quantità di cui hanno bisogno e disinteressandosi del destino degli altri, dall’altro a perpetuare il supersfruttamento delle ricchezze e delle risorse africane la produzione delle quali richiede scarsa e specializzata forza-lavoro e quindi non risolve il problema delle masse disoccupate e impoverite (anzi, lo ha determinato e contribuisce ad aggravarlo). Finché in sede ONU le potenze che occupano i seggi di membri permanenti del Consiglio di Sicurezza, una delle prerogative dei quali è il “diritto di Veto” alle risoluzioni dell’Assemblea, le multinazionali – protette appunto da quelle potenze, la classe politica delle quali esse in gran parte controllano e ricattano –  continueranno a distruggere l’Africa e a soffocarci col flusso migratorio dalle loro scelte e dal loro interesse provocato. O s’impone alle lobbies di destinare allo sviluppo dei paesi africani una quota-parte dei loro profitti trasformandoli in investimenti produttivi in loco, o la questione non verrà mai risolta e alimenterà, da noi, il circolo malefico insicurezza-malavita-xenofobia.

Sull’eterno problema dell’Islam, è ovvio che la tattica consistente nel cercar di continuo di isolare le comunità musulmane (agitando anche lo strumento incostituzionale dei ”referendum cittadini” ogni volta che si tratta di aprire una nuova moschea –  e dello sgranar quotidianamente il rosario dei crimini commessi da singoli musulmani (ai quali volta per volta si potrebbero contrapporre migliaia di casi di concittadini o di ospiti dall’esemplare condotta: peccato però che “non facciano notizia”), non si andrà da nessuna parte. La via è quella dell’affrettarsi a stipulare convenzioni con i rappresentanti delle comunità: è la via del confronto e dell’integrazione che si sforzi di mantenere la diversità etno-linguistico-culturale (vive la difference!) collaborando però a eliminare con decisione quei costumi e quelle consuetudini che sono sul serio incompatibili con la nostra concezione di libertà e di dignità. E’ in questa direzione che stanno lavorando alacremente le comunità musulmane: si vedano le dichiarazioni rese da Yassine Lafram, responsabile della comunità bolognese, dopo i recentissimi episodi di violenza delle quali si è reso responsabile un giovane marocchino nei confronti delle sue stesse sorelle. Lafram non ha esitato a condannare fermamente e senza ambiguità qualunque uso di costrizione o di violenza messo al servizio di una supposta tradizione religiosa che consiste in realtà in un insieme di consuetudini arbitrarie e retoriche.

Segnalo al riguardo il bell’indirizzo rivolto dal cardinal Angelo Scola al Comitato Scientifico della Fondazione Oasis, editrice dell’omonima rivista edita dalla Marsilio di Venezia, e pubblicata su “Il Corriere della sera” di oggi 2 luglio, p. 20, col titolo I segnali contraddittori dell’Islam contemporaneo. Concordo in pieno con la sua analisi del jihadismo come “una forma di antimodernità che tuttavia rimane succube della modernità” e con il suo giudizio secondo il quale “occorre liberarsi dall’illusione che, sconfitto il jihadismo, le società europee si libererebbero dalle loro contraddizioni per entrare finalmente nella ‘fine della storia’. No, sconfitto il jihadismo, le società europee si ritroveranno con i loro problemi. O, per dirla in un altro modo, solo risolvendo i problemi generati da un liberismo soffocante le società europee saranno in grado di sconfiggere il jihadismo”.

Ineccepibile analisi: che mostra come il mostruoso jihadismo sia un pessimo male, ma non la causa, bensì la risposta sbagliata e criminale – quindi un effetto – di quella che davvero è la redix ominum malorum tra quelli che affliggono la società moderna. Questa radix il cardinale Scola correttamente la individua, ma riduttivamente ed eufemisticamente la definisce, come “un liberismo soffocante”. Esso è il turbocapitalismo internazionale, versione ultima dell’individualismo sfrenato, dell’auri sacra fames e della Volontà di Potenza che non sono conseguenze distorte, bensì l’essenza stessa della Modernità.

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