di Alfredo Morganti – 28 ottobre 2016
L’Italicum è stato un flop. Nata tra frizzi, lazzi e voti di fiducia, la legge più bella del mondo, se solo l’avessero inquadrata meglio sin da subito, si sarebbero immediatamente accorti quanto fosse inadeguata. Costruita sul vecchio schema bipolare (che era già falso e precario prima, immaginarsi nell’era dei 5stelle) nasceva già morta in un’epoca tripolare e comunque politicamente fluida e frastagliata. Per garantire la famosa vittoria serale-domenicale non bastava più nemmeno il ballottaggio, anzi. I 5stelle avrebbero trionfato con chiunque grazie a uno strumento uno-contro-uno (il ballottaggio, appunto) che, come un referendum, si sta rivelando sempre più letale per chi governa. Diciamo la verità un secondo dopo l’approvazione e nell’attimo successivo alla visione dei tabulati dei sondaggi, Renzi e ‘i suoi’ (come nei retroscena) avrebbero fatto volentieri un passo indietro. Troppo complessa la realtà politica per costringerla in uno schema che non andava già bene ai tempi di Prodi-Berlusconi, figurarsi oggi. Troppo tripolare per azzardare un ballottaggio fine-de-mondo. Persino sciocco pensare di rappresentare un Paese e sentirsene legittimati in virtù di un premio di maggioranza jolly, che ti regala il governo (e una presunta governabilità) senza possedere il consenso effettivo dei governanti in una fase di astensione galoppante. Renzi avrebbe voluto cambiarlo da mesi, l’Italicum, ma non sapeva come. Nel frattempo si sperticava a dire che quella legge non si toccava, trattandosi appunto della legge migliore del mondo, di quella che garantiva la governabilità (come se fosse una questione aritmetica, non politica), che nominava un vincitore senza se e senza ma, seppure ai tempi supplementari.
Come cambiare una legge pessima senza fare la figura dei peracottari? Di quelli che fanno un casino per approvarla e poi si accorgono che fa schifo? Per di più convincendo tutti gli scherani renziani del web, che si trattava della legge non plus ultra? Facile. Bisognava far credere che non lui, Renzi, avrebbe voluto cambiarla, ma gli altri, i gufi, i rosiconi, quelli che vogliono una legge che fa perdere invece di vincere, quelli della palude, del Parlamento sordo e grigio, dei partiti carestosi, la vecchia guardia insomma, quelli che avrebbero dovuto cambiare l’Italia sin dalle guerre puniche, ma non l’hanno mai fatto con grave colpa. Ecco. Doveva cambiare la legge, come se fosse stata una concessione fatta ad altri, come un gesto di liberalità istituzionale, e non il riconoscimento della propria insulsa incapacità di valutare la realtà partorendo leggi inadeguate e campate in aria. Se, come ha detto Onida, la nuova Costituzione è figlia della fretta, allora l’Italicum è figlio della ‘prescia’, come si dice a Roma nel proverbio ‘la gatta presciolosa ha fatto i figli ciechi’, ed è il simbolo vivo di questa cecità politica, istituzionale, culturale. Pensate che gioia quando il Giovane Leader ha capito che i gufi avrebbero collaborato. Che avrebbero chiesto della modifiche alla legge, così che lui avrebbe potuto smerciare le sue, di modifiche. E magari, chissà, niente più ballottaggio, premio ridotto e di coalizione, il vincitore non più la sera della domenica, con la possibilità di dover fare alleanze in Parlamento nel dopo voto e muoversi liberamente, che tanto è colpa dei rosiconi se lui sarà costretto a trattare e fare governi di coalizione. Un paradiso rispetto alle slot machine dell’Italicum. Renzi tornerebbe a essere il possibile fulcro parlamentare di alleanze estese a chiunque sostenesse il suo governo, qualsiasi governo, anche balneare, purché lì a Palazzo Chigi vi fosse sempre lui, al servizio del Paese e impegnato nella conta dei bonus. Più che gufi sembriamo un po’ fessi, diciamolo.
(E io, mea culpa, continuo ancora a leggere i retroscena. Stavolta è quello di Nino Bertoloni Meli del Messaggero).


