CRONACHE DELL’AMERICA LATINA. CANTO GENERAL DI PABLO NERUDA
Il libro “Canto General” di Pablo Neruda raccoglie poemi che abbracciano cinque secoli e mezzo di vita latino-americana dal 1400 al 1949, Ma non è la storia il carattere distintivo della raccolta, bensì la cronaca. La differenza è sottile ma non per questo trascurabile. Storia è narrazione omogenea di eventi, è distante ed obiettiva in base a documenti, ha carattere ufficiale che non ispira approfondimento. Invece la cronaca è materiale eterogeneo e può sembrare marginale, la forma è aperta. In un certo senso, la cronaca è frammentaria e basata sulla memoria e l’immagine, è terreno accidentato; ma ha il vantaggio di afferrare brandelli di realtà, perché non occulta e non tace, parla allo stesso tempo degli eroi, degli ultimi, dei felloni.
Neruda dice che, dopo aver visto i resti del Macchu Picchu nel Perù, le culture favolose dell’Antichità orientale gli apparvero come di cartapesta, di fronte alla solennità delle torri incaiche abbandonate. Non poteva separarsi da quelle ardite costruzioni. Nel momento in cui calpestò la stessa terra ereditaria, capì che non era possibile ignorarla, in quanto il silenzio e la noncuranza sarebbero stati non solo una colpa ma la continuazione della sconfitta. E continua esclamando che il cosmopolitismo riveriva il passato dei popoli lontani mentre aveva posto una benda che occultava i tesori del Nuovo Mondo. La visita alle alture del Cuzco gli mostrò il cammino a seguire per gli altri poemi, dove la terra e la geografia fossero sempre presenti. Il verso avrebbe seguito i contorni della terra aggrovigliata, il rompersi negli arcipelaghi, l’elevarsi sulle Ande e la ricaduta nelle pianure.
La vita di un’epoca, a detta del Poeta, non la fanno solo le cose eccelse e i personaggi nobili. La corrente di un popolo nel suo procedere è formata da infiniti granelli diversi, da azioni sconosciute, da ostacoli e arretramenti. E spiega Neruda che il tono lirico deve cambiare così come cambia la vita e la terra nel continente; il suo è uno stile di cronaca a volte prosaico che si distacca dalle splendide visioni e parla di un vasto paesaggio dove a volte l’acqua scorre, altre volte ristagna. Nel Canto General si illustra prima il Cile con l’oceano, la cordigliera e i deserti, e poi le rovine del passato indigena, le cronache del Centro America, Brasile, Cuba, Messico, Puerto Rico, Ecuador, Paraguay, l’isola di Pasqua e le statue del Rapa Nui. Le differenze in superficie tra le nazioni nascondono però affinità di fondo. “Se scendiamo dalla sommità del fiore, se scartiamo tutta l’apparenza superficiale, se sconfiggiamo ogni sentimentalismo benevolo, se passiamo dalla foglia al tronco e di là all’origine: lì ci incontriamo. Messicani e cileni ci incontriamo nelle radici, nella ricerca del pane e la verità, nelle stesse necessità e angosce. Nella terra ci confondiamo con tutti i nostri fratelli, con tutti gli schiavi del pane e i poveri del mondo. In questa ora di sangue avanzano la guerra e coloro che vogliono incatenarci tra il sangue e l’oro. I vecchi e i nuovi pirati si dividono il bottino del mondo….”.
E aggiunge: “Prima della parrucca e della casacca furono i fiumi, fiumi arteriali, le cordigliere dove il condor e le nevi parevano immobili, fu l’umidità, il tuono, le pampe. Fu l’essere umano, fu il piatto del fango e forma dell’argilla, il vaso caraibico, la pietra chibcha, la silice araucana. Sto qui per raccontare la storia, dalla pace del bufalo fino alle sabbie flagellate della terra finale, nelle spume della luce antartica. Terra mia senza il nome di America!” Elogia le vegetazioni, gli animali, gli uccelli, i grandi fiumi, i minerali e gli esseri umani nativi.
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Sempre la lettura di alcune di queste poesie mi riporta ai miei primi passi sul continente latino-americano. Quale europeo, ne ignoravo la storia profonda, e continuai nell’ignoranza per lungo tempo. Ricordo all’inizio la lingua con musicalità propria, e non era sufficiente l’impalcatura incerta del castigliano appreso in fretta prima del viaggio. Mi veniva incontra qualcosa di strano, e solo l’esercizio della ripetizione a pappagallo mi servì per orientarmi nell’avventura. Perché a dire il vero tutto era una avventura, mentre scoprivo le regole del gioco, era un lessico pieno di varietà ed espressioni locali. Col tempo, cominciai a percepire il nomadismo spontaneo della popolazione che così si rivelava, perché i linguaggi e le espressioni locali sempre mi sembrarono tanti. Ma l’informalità innata della gente alleggeriva un poco il compito, mentre mi accorgevo di aver lasciato dietro di me rigide abitudini e precisi rituali, perché ora mi riceveva un mondo flessibile, spontaneo, aperto, accogliente. Conobbi a poco a poco l’ambiente umano e la geografia, accettai abitudini e i costumi. L’antropologia sociale era poliedrica e complessa, tra i discendenti delle immigrazioni, le profonde radici africane, i rami ispanici e lusitani, e poi i nativi tenuti al margine. Mi trovavo in un paese popolato in maggioranza da esseri resi invisibili come gli indigeni, di cui si ignorò la presenza perché sottomessi ed esclusi dopo essere stati decimati, o tenuti a distanza come gli afro discendenti, mentre meticcia era la maggioranza e giocoforza era lì presente. Il paese reale ben poteva rimanere invisibile anche per chi ci abitasse, se non si entrava in un vivo confronto con l’oblio e l’indifferenza. All’inizio fu di aiuto la lettura degli autori latino-americani più significativi, poi gli spostamenti sul territorio furono altrettante occasioni di arricchimento spontaneo. Piano piano, e inconsapevolmente, divennero frammenti di un enorme mosaico interminabile, per me furono equivalenti alle cronache e le occasioni da registrare.
Viaggiando per fiumi e savane, attraversando selve e montagne, visitando paeselli e piccoli borghi: lo spunto era una chiesa abbandonata, o la desolazione in cui versava un agglomerato di casette, o un intagliatore che sapeva come trasformare legno muto in legno che parla, o una donna umile che lavorava l’argilla ed aveva costruito il suo forno a legna, o tesseva amache di fibra vegetale. Conobbi contadini che avevano imparato a riprodurre in argilla statuine di divinità precolombiane di ottima fattura. Intravidi i primi indigeni a Puerto Ayacucho e sul fiume Caronì mentre le donne con i loro vestiti tipici chiedevano ai semafori un aiuto e una monetina. Il Sud America appariva sfocato nell’immaginario collettivo, salvo per gli emigrati delle dittature del Cile, Argentina e Uruguay che avevano ricevuto accoglienza fuggiti dalle dittature, mentre il Brasile era ricordato per il calcio e il carnevale e null’altro.
Le persone che incontravo erano aperte alla novità, con saperi semplici e profondi, libere di grandi impegni intellettuali e ancor meno disposte a cristallizzare le conoscenze e trasformarle in erudizioni. Ero proprio io nei primi tempi chi faceva vano sfoggio di cultura, fino a che venne meno quel piedistallo sul quale il sapere europeo si era montato. E ne discesi impercettibilmente, perché la nuova cultura reclamava i suoi diritti e mi invadeva. Nella misura in cui appresi la lingua si aprirono orizzonti sconosciuti e appresi accettando la ricchezza delle novità e dell’imprevisto, perché la vita era sempre più ricca di eventi da scoprire. E appresi a riconoscere le orme marcate del mescolamento etnico, perché le persone che conoscevo erano frutto dell’incontro di popolazioni diverse, i nativi, gli africani deportati, le discendenze europee. Riconoscibili per le fisionomie ereditate, l’identità nazionale era una illusione perché niente affatto univoca per l’occultamento etnico e il mescolamento, erano i primi tempi della conoscenza immediata ma non ancora profonda né elaborata.
Quando mi spinsi a viaggiare al Sud, imparai a intravedere quelle radici di cui parla il poeta, pur nella diversità straordinaria che si incontra nell’Ecuador, in Colombia, nel Perù, la Bolivia, il Cile. Ricordo le indigene Otavalo nell’Ecuador con le loro collane caratteristiche,
Mi sento in sintonia con Neruda perché il mio apprendimento rassomiglia un poco a un mosaico di cronache, esperienze e vissuti. Non basta la Storia grande per riesumare e restaurare, c’è bisogno di altro che dia animo e vita a quello che viene trascurato o cancellato.
FILOTEO NICOLINI


