ELENA GARRO E IL TEMPO IMMOBILE DEI RICORDI DELL’AVVENIRE

per Filoteo Nicolini
Autore originale del testo: FILOTEO NICOLINI

                  ELENA GARRO E IL TEMPO IMMOBILE DEI RICORDI DELL’AVVENIRE

I Ricordi dell’Avvenire è un romanzo della scrittrice messicana Elena Garro, in cui voce narrante è proprio la coscienza del paese Ixtepec nello stato di Oaxaca che racconta in prima persona. 

“I giorni si convertono nello stesso giorno, le azioni nella stessa azione e le persone in un solo personaggio inutile. Il mondo perde la sua varietà, la luce si annichila e i miracoli rimangono aboliti. L’inerzia di questi giorni ripetuti mi conservava quieto, contemplando l’inutile fuga delle mie ore e aspettando il miracolo che si ostinava a non apparire. L’avvenire è la ripetizione del passato. Immobile, mi lasciavo divorare dalla sete, e per rompere le giornate pietrificate mi rimaneva solo il miraggio della violenza, e la crudeltà si esercitava con furore sulle donne, i cani randagi, gli indigeni, i poveri contadini che si resistevano a consegnare le loro terre a cambio di niente. Come nelle tragedie, vivevamo in un tempo quieto e i personaggi soccombevano prigionieri in questo istante arrestato. Era invano che facessero gesti ogni volta più sanguinari. Avevamo abolito il tempo.”

Il romanzo dunque tratta di una giornata eterna, latino-americana, anche se ambientato nella epoca posteriore alla rivoluzione. La coscienza del paese narra come le strade sono assediate da militari comandati da Rosas, generale autoritario e crudele ma tormentato da un amore non corrisposto e le gelosie. Gli abitanti vivono sequestrati in una permanente ansia a causa del sadismo e della repressione, indifesi di fronte all’abuso e la palese ingiustizia. Garro riesce a rappresentare il tempo congelato della tragedia, del massacro, del saccheggio, della eliminazione di tutto quello che si opponga. È l’esperienza della Conquista del continente che non finisce mai.

Il tempo rimane abolito negli omicidi di gente che non importa, come gli indigeni che apparivano impiccati all’alba come fiori atroci agli alberi della cittadina durante la guerra. Sicuramente anche prima, e ora, e nel futuro. Salvo porre il tempo in movimento.

Continua la voce di Ixtepec: “Avrei voluto portarli a passeggiare attraverso la mia memoria, affinché vedessero le generazioni già morte, e niente rimaneva delle lacrime e dei lutti. Smarriti in sé stessi, ignoravano che una vita non basta per scoprire le infinite varietà delle cose. Una generazione segue l’altra e ognuna ripete le azioni dell’anteriore. Solo un istante prima di morire scoprono che era possibile sognare e disegnare il mondo a modo loro per poi svegliarsi e cominciare un disegno differente. Durante pochi secondi ritornano alla loro infanzia, ma è già tardi e devono dire addio, e i loro occhi si aprono al paesaggio oscuro delle dispute e dei crimini e se ne vanno avvolti nell’ombra di quello che fecero dei loro anni. E vengono altre generazioni a ripetere gli stessi gesti e lo stesso stupore finale”.

Sotto il potere autoritario del generale Rosas gli abitanti vivono in una costante minaccia. Omicidi, violenza, razzismo, gelosie e ogni tipo di ingiustizie, dove molte donne soffrono doppiamente l’oppressione collettiva e individuale. Le circostanze vedono anche istanti straordinari come la fuga del forestiero con l’amante del generale e una timida rottura del tempo immobile, quando alcuni abitanti sognano la fuga di fronte alle ingiustizie e gli abusi, quando sorge l’anelito di un pur minimo cambiamento con il teatro, il ballo, le parole riscattate del dizionario con la loro forza trasformatrice.

Aprire dei varchi in questo tempo congelato: è la possibilità che simbolicamente è vista nel ballo della giovane Isabel e che la madre vorrebbe reprimere chiedendole irata perché balla. In questa Isabel che cresce e soffre e si abbandona e perde la voglia e vince, posseduta dalla libertà, si riconosce un riflesso auto biografico dell’autrice. Isabel è una giovane donna ribelle che desidera essere nata maschio come il fratello ed essere libera di studiare, lavorare e non dovere sposarsi. Le interessa il teatro, la politica e le lotte sociali. Elena Garro illustra nel suo romanzo l’oppressione che vive il suo genere sia per la società sia nella coppia. I personaggi maschili agiscono per convertire le donne in oggetti di proprietà, per controllare le loro azioni e pensieri. L’altro personaggio femminile di risalto è Julia, la silenziosa e furtiva, che il generale ama con disperazione mentre lei lo disprezza e finisce per abbandonarlo scappando con lo straniero.

La letteratura latino-americana ha scoperto che il tempo si comporta di maniera diversa, che esistono tanti tempi o tante maniere di come trascorre non trascorre il tempo. Come dice Garro, la memoria contiene tutti i tempi e il suo ordine è impredicibile. Nel romanzo, la narrazione si interrompe, la vita psicologica dei personaggi non è quella della cronaca narrata. Fino alla affermazione chiave che l’avvenire è la ripetizione del passato. Ma fino ad un certo grado. Le prime rappresentazioni teatrali si oppongono all’inerzia, si percepisce che qualcosa sta succedendo, per la prima volta il tempo gira per le strade. Grazie a questo, le donne diventano coscienti della loro bellezza, e anche vivendo una vita domestica da recluse, cominciano a interessarsi per il mondo che le circonda, protestano pubblicamente per i crimini contra i contadini. La segregazione e la marginalità non sono per sempre. Il tempo può-a volte-ripartire.

Elena Garro (Puebla 1916-Cuernavaca 1998) è stata una scrittrice, novellista e drammaturga messicana. Sposata giovane con Octavio Paz e spesso in conflitto coniugale, ebbe una vita difficile marcata dall’esilio, le lotte sociali nel Messico, il femminismo. Scrittrice scomoda ed emarginata, poco conosciuta fuori del suo paese. Mor+ in povertà assoluta. La sua opera si sta diffondendo negli ultimi anni.

FILOTEO NICOLINI

    Immagine: Elena Garro

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