Fonte: La stampa
Franco Cardini: La cultura del nulla che unisce la politica
Scuola e università abbandonati alla elucubrazione valditariana sull’eccellenza dell’Occidente
Forse qualcosa si muove. O qualcosa comincia lentamente a riemergere sino a riaffiorare nelle polemiche socioculturali nelle quali ormai la stessa politica sembra ridotta a una specie di pallida larva; qualcosa comincia a muoversi di nuovo sotto la coltre della superficialità e del conformismo che ormai hanno da tempo l’impressione di aver preso il sopravvento sul dibattito delle idee e sulla varietà delle opinioni riducendo tutto a pubblicità, a propaganda, spesso a ricatto o a intimidazione.
Due casi recenti, ad esempio, sono emersi nella discussione “culturale” degli ultimissimi tempi: il derby tra il ministro della cultura Alessandro Giuli e la responsabile ministeriale per il cinema, Lucia Bergonzoni, a proposito dei “tagli” necessari (“ne-ces-sa-ri”) ai danni del già affannato comparto cinematografico, dove si parla di una riduzione sul tax credit di ben 196 milioni di euro prima e 240 dopo nell’arco di due anni a un complesso di attività e di iniziative che dà lavoro a migliaia di cittadini e che fa parte di un’industria, quella cinematografica, che da quasi un secolo propone al mercato internazionale prodotti di prima scelta per qualità e per quantità; una gloria per il nostro Paese che gli ultimi governi hanno in più casi penalizzato (scelte sbagliate a parte); e la kermesse della Fenice e di Beatrice Venezi, che negli ultimi tempi ha raggiunto le proporzioni di un ridicolo e scandaloso scontro tra fazioni opposte ed estreme della nostra già non onorevole vita politica.
Tutto ciò, beninteso, sempre che la ben lubrificata macchina di educato e patinato liberticidio universale non venisse intralciata da qualche sconsiderato bastoncello tra le sue ruote. Certi ambienti islamici, ad esempio; o magari le denunzie di Papa Francesco. O qualcun altro di quegli eventi che Vilfredo Pareto aveva elencato sotto la categoria dell’Imponderabile. E che gli ebrei chiamano hezbà Elohim, “il dito di Dio”.
Quando vennero scritte cose del genere, destinate a scandalizzare molti eminenti personaggi e tantissimi fra nani e ballerine (e il coraggio di scriverle ce l’avevano personaggi come Giovanni Raboni: dice niente il nome?), quello scandalo fu ingenuamente scambiato da qualcuno come un residuo di vecchi atteggiamenti mentali, residuo di un annoso conformismo che indicava la cultura nella sinistra e l’ignoranza nel suo contrario. È evidente che il pur rapsodico e confuso catalogo elaborato per dimostrare il suo assunto era stato composto abbastanza in fretta e furia, non senza una punta di facinorosa e forse un tantino palinodica per non dir autolesionistica malizia. Distinguere il mondo delle istanze culturali in una “destra” e in una “sinistra”, per esempio, era già allora un gioco – razionalmente e storicamente parlando – inaccettabile nel suo pesante cronocentrismo, ch’è come dire nel suo evidente anacronismo. Ma era meritorio nel far emergere insospettate forme di cattiva coscienza e di nevrosi.
Quel che tuttavia oggi si rilegge con accorato interesse, quasi con commossa nostalgia, è che ancora alcuni anni or sono polemiche di questo tipo erano possibili, anzi all’ordine del giorno, anzi brucianti. La distruzione del mondo dei valori diciamo così immateriali non era ancora cominciata visibilmente, per quanto fosse stata a lungo e da lungo tempo preparata e premeditata.
Allora eravamo tutti un po’ tentativi di riscrivere e riplasmare la storia politica e culturale del mondo, in specie degli ultimi decenni. Oggi la prospettiva è mancata: e le generazioni più anziane, a una delle quali purtroppo io appartengo, non possono che farne un severo mea culpa. Negli ultimi decenni un secolare lavoro di generazione dietro generazione è andato sperperato, complici falsi idoli politici e demenziali proposte di ricerca della libertà intellettuale e politica indirizzati unilateralmente al livellamento, alla distruzione delle gerarchie e delle differenze ritenute solo ostacolo al progresso dell’arbitrio e alla felicità e non invece argini al dilagare del Nulla; il dialogo intergenerazionale è stato sacrificato sull’ara del “Vietato vietare” che presto si è trasformato in “Vietato pensare”. Pier Paolo Pasolini aveva dato per tempo l’allarme. E non era mancato chi l’aveva giudicato un “traditore della sinistra”, come qualcun altro ha poi giudicato nella stessa maniera Cesare Pavese per alcuni giudizi da lui affidati ai suoi Taccuini. «Saggi son due, ma non vi sono intesi», aveva già sentenziato Dante Alighieri.
Meditare sulle rovine del passato può essere triste, ma anche assumere un valore catartico. La strada in discesa che da allora abbiamo percorso sino all’afasia critica dalla quale emergono forme nuove di dogmatismo inquisitoriale c’induce a chiederci di nuovo, come il Galileo di Brecht, a che punto è la notte.
Ma il meditare sulle rovine del futuro è vano ed amaro: produce solo, nel migliore dei casi, la disperante speranza di non aver capito nulla e pertanto di star sbagliando profezia. Cerchiamo di valutare spassionatamente lo scontro, mentre ci troviamo tra i residui giovanili di un’estrema destra che si riduce alle passeggiate notturne nei boschi e ai riti in finte feste carnevalesche e alle frange di un’estrema sinistra intenta a mimare di nuovo gli “epici” scontri di piazza dei peggiori “Anni di piombo”. E in questo contesto c’è qualcuno che sogna ancora i Grandi Teatri di una volta, con tanto di Traviata e di Forza del Destino come tampone decrepito a dissimulare il Nulla che avanza nel presente.


