Il premier preferisce l’acclamazione e il plauso alle critiche

per Gian Franco Ferraris
Autore originale del testo: Alfredo Morganti

di Alfredo Morganti – 13 luglio 2016

Secondo me c’è un momento simbolico in cui la luna di miele di Renzi con l’italiano medio si è incrinata sensibilmente, ed è stato quando il premier ha detto di non andare a votare al referendum sulle trivelle, scegliendo l’astensionismo, ossia il fallimento del referendum stesso quale opzione politica. C’era già stato un caso eclatante, quello di Craxi quando suggerì agli italiani di andare al mare invece di recarsi a votare al referendum sulle preferenze del 1991. Per il leader socialista andò male, visto che votò il 65% circa degli aventi diritto. Diverso è stato il caso delle trivelle, almeno dal punto di vista numerico e del quorum. Pur tuttavia il terzo di elettori che è andato a votare contro il parere di Renzi rappresentò un segnale forte, l’indice di un malessere diffuso verso Palazzo Chigi che le amministrative di lì a poco certificarono.

Cosa c’è di sbagliato in un premier che dice di non andare a votare? Tutto, secondo me. Immaginate un professore che dica di non studiare, o un prete di non pregare. Il voto, in un sistema democratico è tutto. Certo, si può decidere di astenersi, ma non di usare l’arma dell’astensione come una bomba contro il meccanismo di voto stesso. Sbaglierò, ma nella propaganda per il non-voto ci ho visto non solo un gesto di arroganza politica, ma un’insofferenza mal trattenuta verso il meccanismo elettorale. Verso l’idea che i cittadini possano opporsi alle direttive di palazzo, e ancor prima dicano la propria opinione in libertà e autonomia. Il refrain del premier (l’Italia che dice sì) è traducibilissimo in un invito ad applaudire, ad acclamare, a sciogliersi nel consenso verso chi ci comanda.

L’acclamazione ci fa risparmiare dibattiti, prese di posizione, lunghi iter di campagna elettorale. Rende il consenso un pratica veloce, non burocratica (nel senso che si risolve in un attimo, tanto poco ci vuole a dire ‘sì’). L’applauso che decide non costa nulla, è un risparmio intellettuale, cancella odiose mediazioni, non toglie tempo al premier, che così può dedicarsi a ‘salvare’ l’Italia da chi lo ha preceduto. La polemica con D’Alema lo innervosisce per questo, perché lo costringe a rispondere, a confrontarsi, a contrattaccare. Tutte cose che, per il premier, sono ‘costi’ della politica! Ma come, non l’abbiamo rottamato, non si è macchiato di crimini politici nefandi, ancora sta lì ad attaccarmi, pensa dentro di sé Renzi.

Poi succede che per rispondere a D’Alema, Renzi dica una cosa inesatta, ossia che il governo diretto dall’ex deputato di Gallipoli avrebbe ‘privatizzato la Telecom’. Può succedere, perché questa benedetta democrazia obbliga al confronto e allo studio, e Renzi non ha mai avuto tempo per studiare, lui deve ‘fare’ mica può ‘parlamentare’ con dei rottamati. Eh! E quindi non poteva sapere che la privatizzazione Telecom l’ha fatta il governo Prodi nel 1997, e non quello diretto da D’Alema, che scelse invece la neutralità dinanzi all’OPA lanciata da Colaninno. Il governo D’Alema avrebbe potuto al più sollevare un diritto di veto verso l’operazione, perché il Tesoro deteneva comunque il 3,5% del pacchetto azionario. Ma non lo fece. Si scelse di lasciar fare il mercato. Si sbagliò, si fece bene? Mah. Di sicuro non fu il leder Maximo a privatizzare un’azienda che era già privata. Prima di tutto per ragioni logiche: privatizzare il privato è da pazzi. E anche la logica in politica conta, non solo il marketing.

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