Fonte: La Stampa
Se la sinistra rinuncia a raccontare la realtà
«La Dc non si definisce, si constata», scrive il direttore Malaguti (La Stampa, 2 novembre), attribuendo al Partito democratico di oggi la stessa lapidaria definizione della Democrazia Cristiana data a suo tempo dal corrispondente in Italia di Le Monde. È vero: il Pd non si definisce, si constata. Con la differenza (sostanziale) che nella Dc della Prima Repubblica si constatava un partito di governo con il 35-40% dei voti, nel Pd di oggi un asfittico 20/22% che balbetta all’opposizione. La Destra non ha affatto risolto i problemi di questo Paese, ma ha saputo “raccontarli” rivolgendosi all’emozione dei cittadini e, attraverso la narrazione, ha saputo dare l’impressione di saperli affrontare. La sicurezza è l’esempio più evidente: non sono affatto diminuiti né i furti, né gli scippi, né le risse, e le periferie urbane hanno aree di emergenza esattamente come prima. Però la Destra si è intestata la difesa dell’ordine, ha fatto gli hub in Albania, ha inveito contro gli sbarchi di clandestini, e se i problemi restano è colpa dei magistrati che hanno intralciato la politica, oppure del sindaco Sala che non controlla la malavita milanese.
Il problema vero è che il Pd è nato nel 2007 come una fusione a freddo tra gruppi dirigenti, con tante aspettative (giustamente) e scarsa progettualità (colpevolmente). Ricordo un intervento in un grande assemblea preparatoria fatta nei locali della Fiera di Rho, quando un delegato, rivolgendosi a Valter Veltroni, disse «qui ci sono anime diverse, ma sarai tu, con la tua capacità, a trovare la sintesi»: la sintesi non c’è stata, non c’è. E in assenza di un progetto sono scattati i veti interni, quelli cui ogni “cordata” (“corrente” sarebbe una legittimazione impropria) ricorre per mantenere un’ombra di identità: come è possibile che il Pd, negli anni in cui è stato al governo, non abbia fatto una legge sul “fine vita”? O sul salario minimo? Il Pd è rimasto una scelta tattica, come tattico è ora il “campo largo”: ma le battaglie politiche si vincono con le strategie di lungo periodo, non con le tattiche. C’è uno spazio enorme nell’opinione pubblica italiana e lo dimostrano le percentuali esorbitanti di coloro che non votano, che sono indecisi, che sono delusi dal governo ma votano Meloni per mancanza di alternative. L’alternativa si costruisce nel concreto. Con le idee. Con le “testi pensanti”, che certo non mancano. Con il linguaggio della gente comune. Magari anche ascoltando i consigli del “vecchio” Romano Prodi che invita a individuare dieci temi centrali e portarli nelle piazze d’Italia. Come altri, continuerò a votare tappandomi il naso: ma mi piacerebbe poter dire, prima delle prossime elezioni, «il Pd non si constata, si definisce».


