Fonte: La Stampa
Delocalizzati e felici in Parlamento: così i politici si assicurano il posto
Sembra un paradosso, ma è vero: nei prossimi trentadue giorni tutti i leader continueranno a scambiarsi fiammeggianti invettive, ma nel frattempo la competizione per la scelta dei parlamentari si è già chiusa. Senza che nessuno se ne accorgesse, è accaduto quarantotto ore fa, con la presentazione delle liste nelle Corti di Appello: i nomi dei 600 parlamentari che rappresenteranno gli elettori di fatto sono stati già tutti scelti. Tutti. I 367 parlamentari di Camera e Senato che saranno eletti col sistema proporzionale (dando il voto al partito) usciranno da listini bloccati, secondo un ordine deciso dai partiti e agli elettori non resterà che prendere o lasciare. E lo stesso potere assoluto da parte dei leader si è prodotto nella scelta dei candidati per i 221 collegi.
Ma non è finita qui: molti dei candidati nominati dai partiti sono stati “paracadutati” in realtà locali a loro poco conosciute e tutto questo produrrà un risultato davvero originale: un Parlamento ricco di onorevoli senza radici. Di notabili che hanno alle spalle una cospicua esperienza virtuale – anni e anni di tweet, ore e ore di trasmissioni tv – ma che spesso conoscono a malapena i propri elettori in carne ed ossa ed ancora meno le realtà sociali, politiche ed umane che sono chiamati a rappresentare.
Certo, la “colpa” è della legge elettorale, ma è pur vero che il criticatissimo “Rosatellum” è stato approvato nel 2017 col voto favorevole di Pd, Lega, Forza Italia e nei 5 anni successivi non è stato cambiato per la resistenza passiva di chi quella legge l’aveva voluta e la resistenza attiva di chi non l’aveva votata: Cinque stelle e Fratelli d’Italia. E in ogni caso la storia insegna: anche una cattiva legge elettorale può essere corretta con una buona interpretazione. Stavolta una speciale applicazione è stata invece dedicata nella ricerca delle migliori “location”, anche a costo di “delocalizzarsi”.
Il caso più significativo è quello del ministro ai Beni culturali Dario Franceschini, uno dei capicorrente del Pd: dal 2001 è stato eletto ininterrottamente, prima nel collegio uninominale della sua Ferrara e poi nei listini dell’Emilia-Romagna, ma nel 2018 è stato battuto nel collegio della sua città: stavolta, per andare sul sicuro, si è trasferito lontano da casa. È il numero uno nella lista bloccata in Campania: rielezione blindata.
Altrettanto originale, sempre in casa Pd, uno scambio di postazioni: il lucano Roberto Speranza, capofila di Articolo Uno (movimento che da quattro anni non si è mai cimentato in elezioni di alcun tipo) sarà capolista nella lista bloccata della Campania, mentre il campano Enzo Amendola guiderà le liste dem in Basilicata. Altro caso di “delocalizzazione” è quello di Piero Fassino: dopo sei legislature, l’ex leader Ds ed ex sindaco di Torino, incontrando resistenze in diverse circoscrizioni, ha trovato casa in Veneto, in cima al listino bloccato.
E proprio in Veneto, regione con due anime (una prevalente leghista e una cattolico-democratica) si incrociano, in modo bizzarro, altri destini. Anna Maria Bernini, presidente dei senatori di Forza Italia, bolognese, davanti ad una rielezione incerta in Emilia-Romagna (dove era passata nel 2018) ha chiesto a Berlusconi un posto al sole nel listino bloccato in Veneto, proprio nella circoscrizione che sarebbe spettata alla presidente del Senato, Maria Elisabetta Casellati: un modo per indicare al “mondo” chi è più importante in casa azzurra? Una cosa è certa: Casellati è dovuta riparare suo malgrado in Basilicata. Sorride Paolo Giaretta, già sindaco di Padova, uno dei “grandi vecchi” del centro-sinistra veneto, l’unico in tanti anni che sia riuscito a battere Casellati nel collegio uninominale: «Curioso davvero questo brusco dirottamento di Casellati ma è figlio dei tempi: nella Prima Repubblica, quando c’erano le preferenze, erano i tuoi elettori che ti mandavano in Parlamento e così negli anni del Mattarellum: venivi eletto nel collegio ed erano i segretari dei partiti che chiedevano di candidarsi agli esponenti più stimati del collegio. Ora – ed è questo il cambio di sistema – i segretari regionali non cercano i migliori, se c’è un posto ci si mettono loro e d’altra parte una volta che sei dentro la logica strettamente di partito, se da Roma ti chiedono di paracadutare qualcuno, non resta che adeguarsi».
E i leader di partito? Nei due tempi della Repubblica, la Prima e la Seconda, candidarsi e farsi eleggere a casa propria era una sorta di obbligo morale: lo fu per De Gasperi e per Togliatti, per Moro e per Fanfani, per Craxi e Andreotti, ma anche per Berlusconi e Prodi, per Fini e per Bossi. E stavolta? Ognuno ha fatto a modo suo. Con qualche grossa sorpresa: Enrico Letta, eletto pochi mesi fa nel collegio uninominale di Siena, ha preferito due listini proporzionali bloccati (Lombardia e Veneto) e la stessa scelta minimalista l’ha fatta Matteo Renzi: anche lui preferisce evitare sconfitte e dunque soltanto proporzionale. Come Matteo Salvini: all’ultimo momento ha rinunciato a correre in un collegio lombardo. In quello di Monza ci sarà invece Silvio Berlusconi e in quella dell’Aquila Giorgia Meloni. Chi ha chiesto e ottenuto un collegio uninominale sicuro è il leader dei Verdi Angelo Bonelli: Bologna-Imola.
Ma i casi di paracadutati in posti sicuri sono diversi altri. Come il cuneese, ex Forza Italia e ora col Terzo polo, Enrico Costa che guiderà la lista proporzionale a Milano, la marchigiana Laura Boldrini (per il Pd) nella sicura Toscana, che ospita anche la umbra Anna Ascani. Il metodo dei nominati e paracadutati produce una prima sorpresa. La anticipa a La Stampa Arturo Parisi, proverbialmente l’“inventore” dell’Ulivo e tra i fondatori del Pd: «Al Senato, nel collegio più importante d’Italia per il Pd, quello di Bologna, è stato scelto Pierferdinando Casini, uno dei principali fautori del Porcellum, la legge che ha aperto la strada al peggiore dei vizi, poi ereditati dal Rosatellum: un Parlamento nominato dai capi-partito, con parlamentari privi di un mandato personale distinto. Questa candidatura mi impedirà di votare per il Pd».


