Morto Giuliano Spazzali, l’avvocato simbolo di Mani Pulite: fu legale di Pietro Valpreda e Sergio Cusani: aveva 87 anni
È morto Giuliano Spazzali, avvocato che ha attraversato la storia d’Italia recente e che resta nella memoria di molti: Fu avvocato di Soccorso Rosso, difensore di Pietro Valpreda, Toni Negri, nei processi di Tangentopoli. Aveva 87 anni. Assunse la difesa di Sergio Cusani nell’inchiesta e nel processo Mani Pulite, in cui restano famosi i suoi duelli verbali con l’allora pm Antonio Di Pietro, durante le udienze del processo trasmesso su Rai 3.

Spazzali: “La mia Mani pulite, io a mani nude contro il Trio Lescano”
Mani pulite? “È come la battaglia di Canne”. Giuliano Spazzali, avvocato, è stato 25 anni fa il grande antagonista di Antonio Di Pietro, magistrato: gli ha tenuto testa, con scontri epici, nel processo Cusani, trasmesso in diretta tv e diventato per tutti “il” processo di Mani pulite. Oggi accetta di ricordare quella stagione e di fare un bilancio provvisorio di un fenomeno ormai lontano, dice, “come la battaglia di Canne”. Eppure Mani pulite scatena ancora oggi l’odio e l’amore, divide i detrattori dai sostenitori. Segno che quel che c’era dentro – la corruzione, i rapporti tra politica e affari, gli scontri tra politica e magistratura – è ancora un problema che scotta.
Come iniziò Mani pulite, per lei?
Ero a Ustica in vacanza, nell’estate 1993. Mi comunicano che un indagato di Mani pulite in carcere, Sergio Cusani, mi aveva nominato suo difensore. Io non lo conoscevo. Il mio nome gli era stato indicato da un suo amico fin dai tempi degli studi in Bocconi, Piero Ravelli, figlio dell’agente di Borsa Aldo Ravelli, che conoscevo. Aveva scelto me perché ricordava che avevo difeso studenti in processi politici.
Che rapporto ebbe con Cusani?
È l’unico cliente in tutta la mia carriera con cui siamo passati dal lei al tu. Ha mantenuto una sua linea chiara e netta. Ha ammesso le sue colpe, ha pagato per i suoi reati, ma non è corso “a pentirsi”, come facevano tutti in quei mesi, a denunciare quelli con cui aveva lavorato. Non ha ceduto al “Trio Lescano”.
Prego?
Antonio Di Pietro, Piercamillo Davigo, Gherardo Colombo. I pm di Mani pulite da cui tutti correvano a “pentirsi” per evitare il carcere. Cusani il carcere se l’è fatto tutto.
Colombo ripete che gli indagati che non hanno raccontato tutto si sono tenuti segreti che poi hanno funzionato come ricatti per il futuro, il “non detto” che ha alimentato le corruzioni che sono arrivate fino all’oggi.
Così dice “la bianca Colomba”. Ma no, il sistema di corruzione e finanziamenti illeciti della Prima Repubblica è finito con Mani pulite. La corruzione di oggi, che c’è, è nuova, non è figlia di quella vecchia. Il sistema si è riprodotto, ma in forme diverse. Cusani ha semplicemente rispettato la regola che aveva imparato dal suo maestro Ravelli: mai tradire il proprio cliente, per cui hai lavorato. Sapeva tutto, ma non lo ha detto. Ha solo ammesso le sue responsabilità. Per quelle degli altri, è compito dell’ufficio dell’accusa trovare le prove. Invece Mani pulite è cresciuta enormemente tutta sulle confessioni degli indagati. Non è una buona inchiesta, quella che si fonda non sulle indagini, ma sulle confessioni.
Con Di Pietro avete avuto degli scontri epici, lei giurista raffinato, lui pm irruente.
Di Pietro ha dimostrato una capacità di comunicazione straordinaria. Era incerto sui congiuntivi, parlava in una lingua meticciata e le questioni tecnico-giuridiche gliele risolveva tutte Davigo, il “Dottor Sottile”, ma lui in tv è stato efficacissimo. Mani pulite si è in gran parte giocata con le confessioni e i patteggiamenti, l’unico vero processo è stato il processo Cusani, con Di Pietro che esibiva mezzi ultramoderni, mai visti prima d’allora in un’aula giudiziaria, come le proiezioni di schemi dal computer. Ma poi concludeva con frasi come “Ma che c’azzecca?”. E conquistava il pubblico tv.
Un processo-simbolo, quello Cusani, iniziato nell’ottobre 1993 con un solo imputato, il suo assistito, accusato di falso in bilancio e illecito finanziamento ai partiti per aver portato soldi della Montedison a tutti i partiti, per chiudere l’avventura Enimont che aveva tentato di sposare la chimica privata Montedison con quella pubblica di Eni.
Il mio primo atto come difensore di Cusani – lo racconto ora per la prima volta – è stato quello di andare alla sede della Montedison a spiegare come mai Cusani non aveva scelto un avvocato della Montedison. Trovai ad aspettarmi Carlo Sama, allora amministratore delegato e cognato di Raul Gardini, altri dirigenti della società e l’avvocato Luca Mucci. Dissi che avrei seguito le indicazioni del mio assistito.
Poi Sama fu imputato nel processo Enimont, in cui fu condannato insieme ai leader di tutti i partiti.
Sì. In quei mesi c’erano stati anche i suicidi di Raul Gardini e del presidente dell’Eni Gabriele Cagliari. Ma il processo Cusani nacque da una mossa furba di Di Pietro. Io ero andato a parlare con Francesco Greco, allora pm e oggi procuratore di Milano, che mi aveva detto: dì a Cusani di raccontare tre cose a Di Pietro e così esce da San Vittore. Ma Cusani niente. Era diventato la disperazione del direttore del carcere, perché si era messo a dirigere l’intero raggio e a far rispettare i diritti dei carcerati. E non voleva parlare. Allora Di Pietro lo mandò a processo, da solo, a giudizio immediato. Io resto convinto che fu una mossa non corretta, perché il giudizio immediato dipendeva dal momento in cui era stato iscritto nel registro degli indagati e il tempo ormai era scaduto. Ma Mani pulite era così: un’inchiesta contenitore, da cui erano via via aperti, a piacimento del Trio Lescano, i vari processi. L’ho visto, il fascicolo-madre: era immenso, occupava tutte le pareti fino al soffitto di un’intera stanza. Chissà quante cose c’erano, là dentro.
Al processo Cusani sfilarono, come testimoni, tutti i leader di partito che poi saranno condannati come imputati nel successivo processo Enimont, iniziato nell’aprile 1994. Anche Bettino Craxi, che fu trattato con grande rispetto. E anche Umberto Bossi. Il “vecchio” e il “nuovo”…
Craxi aveva ammesso il finanziamento illecito e questo a Di Pietro bastò. Io non gli feci alcuna domanda. Lo conoscevo bene, fin dai tempi dell’Ugi, l’Unione Goliardica Italiana: avevamo litigato molto, all’università, perché io avevo fatto entrare nell’Ugi gli studenti comunisti, con in testa il giovane Achille Occhetto. Molti anni dopo, al processo, sapevo che domande fargli per fargli male, ma non le ho fatte. Forse sono stato pavido.
Invece foste voi a far emergere un fatto che Di Pietro non sapeva ancora: i 200 milioni di lire della Montedison ad Alessandro Patelli, per la Lega di Bossi.
Dopo quell’udienza, ricevetti minacce pesanti. Il mio numero fu tolto dall’elenco telefonico – c’era ancora l’elenco telefonico – e io fui messo sotto protezione.
Alla fine del dibattimento, la sua strategia processuale non salvò Cusani dalla condanna: 6 anni e 6 mesi, poi ridotti a 5 anni e 10 mesi.
Cusani decise lui la strategia processuale e io lo assistetti con grande ammirazione. Decise di non rispondere alla domande di Di Pietro, ma di rendere alla fine dichiarazioni spontanee: disse che non spettava a lui portare prove per l’accusa, ma che se le accuse erano vere, la pena richiesta dal pubblico ministero era troppo bassa. E infatti i giudici la alzarono. Poi ebbe un comportamento carcerario esemplare e ottenne la riabilitazione.
Nel processo non emersero le prove per i soldi portati in una valigia a Botteghe Oscure, allora sede del Pci. La borsa con un miliardo di lire entrò dal portone, ma non si sa a chi finì. Avete salvato voi i comunisti?
Anche il Partito comunista era destinatario di somme cospicue. Cusani è rimasto coerente con la sua scelta di non fare lui il lavoro che devono fare i magistrati dell’accusa. Ma non sapeva neppure lui a chi fosse finita la valigia di Botteghe Oscure. Le indagini sul Pci incastrarono, per altri fatti, al massimo Primo Greganti: succede così quando basi le inchieste sulle confessioni e non fai indagini in proprio.
Mani pulite è stata una operazione politica, come dicono ancora oggi i detrattori? Una “rivoluzione giudiziaria”?
Ma no. In quegli anni era in corso una grande trasformazione sociale e politica. Declinavano la Dc, il Psi, il Pri, il Psdi, il Pli. Il Pci stava cambiando nome e natura. Era nata la Lega, poi arrivò con il suo partito Silvio Berlusconi. Non fu Mani pulite a provocare tutto ciò, Mani pulite fu al massimo l’ostetrica, l’assistente al parto.
Non ci fu, come dicono tanti suoi colleghi avvocati, un uso eccessivo della custodia cautelare per far parlare gli indagati?
Non più di adesso. Non ho mai creduto al complotto politico. L’attività della magistratura si sviluppa sempre in un certo contesto storico. Negli anni di Mani pulite il palazzo di giustizia di Milano fu la sala parto del cambiamento politico. Ma la madre e il padre non erano certo Di Pietro, Davigo e Colombo.
La stampa ebbe un ruolo importante negli anni di Mani pulite. Raccontò in diretta l’inchiesta senza timori per i potenti, mostrando che finalmente la legge era uguale per tutti.
C’era una corsia preferenziale per certe cose, e non per altre, che passavano dalla Procura ai giornali. Più che notizie, “avvisi ai naviganti”.
Come si è comportata, durante Mani pulite, l’avvocatura?
Ne è uscita malissimo. Con le ossa rotte. Faceva a gara a portare i clienti in Procura a confessare. Ma l’avvocato non deve dare un contributo a cambiare il contesto sociale, fa un altro lavoro. Io ho avuto premi, anni dopo, per essere stato l’unico a non aver ceduto: per mia incapacità anche solo a pensarlo; ma anche perché ho avuto la fortuna di avere un cliente, Sergio Cusani, robusto e non cinico e baro.

da Terzultima fermata
La difesa penale ai tempi di Mani pulite e i suoi effetti di lungo termine (di Vincenzo Giglio)
Ci sono periodi in cui tutto cambia velocemente e chiunque vi assista capisce che dopo le cose non saranno più come prima.
Così avviene anche per la giustizia e la stagione di Tangentopoli e Mani Pulite fu uno di quei periodi.
Cambiò davvero tutto: le Procure – in testa quella di Milano – occuparono il centro della scena, dentro e fuori il processo; la spettacolarizzazione mediatica delle inchieste e dei processi divenne un’abitudine; le cose della giustizia penale divennero affare corrente di cui si parlava nelle famiglie e nei bar; la politica incorporò profondamente quella sensibilità popolare e se ne fece rappresentante al punto che il garantismo di marca liberale divenne quasi una posizione di retroguardia difesa soltanto da singoli individui e da cerchie ristrette.
Indagini e arresti a raffica – alla fine si contarono a migliaia – e quindi tanti avvocati all’opera.
Come interpretarono il loro ruolo e come reagirono allo strapotere dei PM?
Qualche testimonianza di chi c’era può aiutare.
Per primo Ennio Amodio, cattedratico, componente della commissione incaricata di redigere il progetto preliminare del codice di procedura penale attualmente vigente, importante avvocato del foro milanese.
È la persona giusta per descrivere il clima di Mani Pulite (E. Amodio, Mani Pulite: una giustizia con l’elmetto, in Discrimen, 7 marzo 2022, a questo link): “Ricordo una mattina in Procura, in uno stanzone pieno di una decina di persone accorse spontaneamente per confessare le modalità e gli importi delle tangenti versate a funzionari pubblici. Ciascuno sedeva davanti ad un esponente della polizia giudiziaria che verbalizzava il racconto di imprenditori tremanti e manager ansiosi di vuotare il sacco per scampare alla galera. Un magistrato si muoveva tra i diversi punti di ascolto e verificava gli importi delle mazzette costitutive di reato. E in qualche caso il magistrato esplicitava la sua censura: «Solo duecento milioni di mazzette con il fatturato enorme che ha la sua azienda? Non è credibile: a San Vittore». Ho visto un anziano inquisito invocare stralunato un po’ di pietà: «Il carcere no, dottore, ho detto tutta la verità, mi creda!». Era questa la pratica della territio di medievale memoria. L’indagato doveva capire che collaborare con la giustizia era un dovere sanzionato con il carcere quando la bocca rimaneva troppo cucita. Mi è capitato di assistere un indagato che non riusciva a soddisfare l’esigenza del pubblico ministero. Ed ecco la reazione, come un colpo di frusta: «Lei non sta raccontando tutto quello che sa, se va avanti così sa dove va a finire? A San Vittore, perché il giudice ha già firmato un ordine di custodia in carcere che ora spetta a me eseguire». Una frase pronunciata sventolando un atto che confermava la decisione del giudice”.
E poi Giuliano Spazzali, mitico avvocato del Soccorso Rosso Militante e difensore di Sergio Cusani nel processo più iconico di Mani Pulite.
Nel 2017, intervistato da Gianni Barbacetto per Il Fatto Quotidiano (qui il link all’articolo titolato “Io e Cusani contro il ‘Trio Lescano’ [il riferimento va inteso ad Antonio Di Pietro, Gherardo Colombo e Piercamillo Davigo, i tre PM di punta del pool Mani Pulite, NdA]. La mia Mani pulite a mani nude”), espresse un giudizio nettissimo: “Come si è comportata, in Mani pulite, l’avvocatura? Ne è uscita malissimo. Faceva a gara a portare i clienti in Procura a confessare. Ma l’avvocato non deve dare un contributo a cambiare il contesto sociale, fa un altro lavoro. Io ho avuto la fortuna di avere un cliente, Sergio Cusani, robusto e non cinico e baro”.
Dichiarazioni interessanti ha fatto anche Ivano Chiesa (all’epoca dei fatti giovane collaboratore dell’avvocato Corso Bovio), intervistato il 17 febbraio 2022 da Luca Fazzo per Il Giornale (l’intervista, titolata “Mani pulite ci travolse. E i clienti confessavano per non finire in cella”, è consultabile a questo link): Quando capì che stava esplodendo qualcosa? «Ricordo bene il giorno dell’arresto di Chiesa, anche perché lo avevo visto uno o due anni prima nello studio di Bovio. Ma lì per lì non ci diedi grande peso. Nessuno immaginava quello che sarebbe accaduto». E invece? «Invece nel giro di due mesi venimmo travolti come studio legale da una ondata impressionante, una cosa mai vista prima. Arrivavano clienti in continuazione, si era creato un meccanismo di arresti su arresti, ogni giorno c’erano retate e a volte più volte al giorno. La processione continuò per mesi, in estate eravamo nel pieno del macello al punto che in agosto appena arrivato al mare venni chiamato da Bovio: torna indietro». Cosa vi chiedevano i clienti? «Sempre la stessa cosa: di poter andare da Di Pietro per raccontare tutto in modo da non essere arrestati. Una sera alle nove mentre uscivo dal lavoro me ne trovai davanti uno che voleva un appuntamento. Gli dissi di tornare domani. E lui: domani è tardi, potrei essere già dentro». Cosa li spingeva a correre a confessare? La paura o il pentimento? «In primis la paura. Negli imprenditori c’era anche la incredulità, ma come, ho pagato e devo anche andare in galera?. E soprattutto c’era la preoccupazione concreta, ho cinquecento dipendenti, devo pensare alle loro famiglie, facciamo fuori questa storia e buona notte. Loro erano l’anello debole del sistema perché avevano molto da perderci. Di Pietro lo capì perfettamente». E voi avvocati cosa facevate? «Ti facevi spiegare bene la situazione. Se capivi che l’arresto era inevitabile e c’era la volontà di confessare andavi da Di Pietro a chiedere appuntamento. La mattina dopo eri davanti a lui col tuo assistito. Lui ti accoglieva, ti ascoltava e verificava tutto in diretta perché aveva non solo una capacità di lavoro enorme ma una memoria prodigiosa. L’indagato gli diceva una cosa e lui lo fermava, andava a ripescare un verbale magari di sei mesi prima e gli contestava: eh no, qui le cose stanno diversamente». Gli avvocati milanesi si trasformarono in accompagnatori? Abiurarono al loro dovere professionale? «É un’accusa che hanno fatto in diversi ma è ingiusta. Bisognava trovarsi nella situazione, col cliente che aveva capito l’antifona e premeva per sbrigare la cosa il prima possibile. Cosa avremmo dovuto dire, no guardi lei deve fare l’eroe?». É vero che chi finiva a San Vittore usciva solo se parlava? «Assolutamente sì. Il dottor Davigo arrivò anche a teorizzare la legittimità di quella prassi. Fu una forzatura che poi divenne costante in tutti i processi di tutti i settori e le cui conseguenze paghiamo ancora oggi».
Dichiarazioni simili a quelle di Chiesa ha fatto di recente l’avvocato Massimo Di Noia in un convegno organizzato dall’Ordine degli avvocati di Milano e poi in uno scritto pubblicato su Sistema Penale per rispondere ad alcune neanche tanto velate critiche del professore Fiandaca: i suoi assistiti che rischiavano l’arresto volevano evitarlo ad ogni costo e con qualsiasi mezzo e in casi del genere il compito del difensore era di tutelare questa loro volontà, anche laddove avesse comportato confessioni.
Cosa debba fare un difensore in un contesto così travolgente come fu Mani Pulite e nel confronto con accusatori pubblici più potenti che mai e con le manette sempre pronte, non è facile a dirsi.
Non lo è neanche stabilire quale sia il miglior interesse dell’accusato in un frangente simile in cui la violazione dell’ortodossia procedurale era diventata la regola: se resistere, pagando il prezzo di una sicura e lunga carcerazione preventiva, e sperare in un futuro e incerto ripristino delle regole violate, oppure evitare la galera con una pronta confessione (ancora meglio se estesa ad altri), patteggiare una pena ridotta, leccarsi le ferite e farsi dimenticare.
Una cosa è certa tuttavia: prevalse di gran lunga il modello difensivo non oppositivo.
La sostanziale assenza di reazioni alla disinvoltura procedurale dei PM di Mani Pulite (con l’adesione sostanziale – è giusto ricordarlo – di tutti gli anelli della sequenza di controllo e garanzia messa in campo dal codice Vassalli e dunque giudici delle indagini preliminari, tribunali del riesame, Corte di cassazione) provocò una profonda alterazione delle regole del giusto processo i cui effetti negativi sono ancora tra noi.
Gli avvocati e l’avvocatura penalista denunciano oggi un trend giudiziario di noncuranza verso i diritti della difesa. Hanno ragione ma tutto cominciò trent’anni fa e qualche domanda dovrebbero farla anche a se stessi.

È morto a 87 anni l’avvocato Giuliano Spazzali, “l’antagonista” di Di Pietro durante Mani Pulite
Antonio Bravetti per “La Stampa”
Il suo è un nome che ha fatto storia due volte nel nostro Paese, durante gli Anni di Piombo e, un ventennio dopo, durante quelli agitatissimi di Mani Pulite.
Evocare Giuliano Spazzali – il legale di Soccorso ma anche dell’anarchico Pietro Valpreda e poi successivamente di Sergio Cusani nel processo Enimont spentosi ieri a Milano a ottantasette anni – significa evocare uno dei maggiori protagonisti nelle aule giudiziarie italiane per le difese memorabili e per il modo di contrapporsi all’accusa.
Rappresentò anche il contraltare dell’allora pubblico ministero Antonio Di Pietro che oggi lo ricorda con parole serie e commosse: «Onore all’avvocato Spazzali, ho rispettato le sue arringhe, anche molto determinate, quando era in vita e le rispetto ancora di più adesso che se ne è andato».
[…] Negli anni’60 si trasferisce a Milano dove diventa il legale di Soccorso Rosso, assistendo molti militanti della sinistra extraparlamentare. In quasi mezzo secolo di carriera, difende a più riprese gli anarchici milanesi tra cui Valpreda, ingiustamente accusato per la strage di piazza Fontana, e anche il leader di Autonomia Operaia Toni Negri.
Suo fratello Sergio Spazzali, anche lui avvocato e difensore di molti esponenti delle Brigate Rosse, morirà esule in Francia il 22 gennaio 1994.
Passato il clima di piombo dei 70′ lo ritroviamo in piena Tangentopoli alla ribalta nel Foro meneghino come difensore di Sergio Cusani, imputato nel processo Enimont, il primo a diventare anche mediatico e spettacolarizzato.
In questo contesto diventa la toga antagonista di Antonio Di Pietro, l’ex pm simbolo di Mani Pulite con cui sovente intavola duelli giudiziari.
Quando va in pensione, nel 2008, si dedica alle sue passioni, dai libri ai viaggi fino ai geroglifici e alla pittura, ma non dimentica l’antico amore e più di una volta si concede critiche severe al sistema giudiziario in metamorfosi («Ormai l’aula, il dibattimento, non esistono più – diceva-. Esistono i riti alternativi, il giudizio abbreviato, il patteggiamento, che comportano la totale rinuncia alla ricostruzione della verità» […]). […]






