Fonte: blog.terminologiaetc.it
Url fonte: http://blog.terminologiaetc.it/2014/10/30/giuseppe-antonelli-perbenismo-lingua-italiana/

COMUNQUE ANCHE LEOPARDI DICEVA LE PAROLACCE – di GIUSEPPE ANTONELLI – ed. MONDADORI
recensione di Licia Corbolante da terminologiaetc.it
Antonelli inizia da due errori diffusi nel dibattito sulla salute dell’italiano: il vedere il cambiamento linguistico come elemento negativo e l’usare un modello di riferimento letterario che non tiene conto dell’evoluzione continua della lingua ed è inadatto alla comunicazione quotidiana.
Antonelli smonta pregiudizi e allarmismi sull’italiano (la morte del congiuntivo, l’invasione degli anglicismi, il degrado da turpiloquio ecc.) con molta ironia e argomentazioni ed esempi che spaziano dai grandi nomi della letteratura alle canzoni contemporanee.
Molti fenomeni ritenuti recenti e per questo stigmatizzati (è il perbenismo linguistico) hanno in realtà radici nel passato: è il caso ad esempio dell’uso frequente di volgarità varie, che invece si trovano anche nelle opere e negli epistolari di molti autori, tra cui Leopardi (lo sapevate che già ai suoi tempi si diceva che le donne “non la danno”?). Eccezione: Manzoni, che stupito dalla presenza di alcune parolacce nel Vocabolario della Crusca le aveva evidenziate con ben quattro “Ohibò!” e “Perché tutte queste schifezze?”.
Con aneddoti e osservazioni argute Antonelli ci fa apprezzare la grammatica come “l’arte di dire le cose nel modo giusto al momento giusto”, una visione che si oppone a quella scolastica di rigide norme linguistiche ancorate a una concezione astratta dell’italiano e distanti dall’uso reale:
| «[gli] aspetti del mondo in cui viviamo non andrebbero demonizzati, ma utilizzati per rinnovare l’insegnamento della grammatica partendo da alcuni valori condivisi: realismo (materiali linguistici presi dalla realtà e non frasette o discorsetti inventati); pragmatismo (parlare e scrivere bene significa esprimersi in maniera adeguata ed efficace rispetto a un destinatario, a un argomento, a un obiettivo); pluralismo (giusto e sbagliato dipendono spesso dalla situazione in cui ci si trova a comunicare); dinamismo (una lingua viva è in continua evoluzione).» |
Un libro divertente e istruttivo, consigliato a tutti ma con un avvertimento per puristi, talebani della lingua e integralisti della grammatica: rischiano un coccolone!
—
scheda del libro
Il congiuntivo è morto, il punto e virgola è morto e anche l’italiano – vorrebbero farci credere – non si sente tanto bene. Continuano a ripeterci che la nostra lingua si sta corrompendo, contaminata dall’inglese e minacciata da Internet e dai messaggini. Ma siamo sicuri che le cose stiano davvero così? Siamo sicuri che l’italiano virtuale sia quello di Facebook e Twitter e non quello scolastico-burocratico che ci spinge a dire “recarsi”, “presso”, “effettuare”; “dimenticare” e non “scordare”, “prendere” e non “pigliare”, “egli” e non “lui”; mai e poi mai “ma però”? Con grande ironia e intelligenza, Giuseppe Antonelli decide di sfidare i luoghi comuni del conservatorismo e del perbenismo linguistico. Affrontandoli uno dopo l’altro, fa a pezzi gli ingiustificati pregiudizi che troppo spesso si tramandano riguardo alla nostra lingua. E lo fa con argomentazioni brillanti e irresistibilmente divertenti, puntando sui giochi di parole (“Quando c’era egli”, “Una gita sul pò”, “Non ci sono più le mezze interpunzioni”) e su un ricco campionario di esempi e di aneddoti che coinvolgono i nomi più grandi della letteratura italiana: da Leopardi a Manzoni, da Gadda a Manganelli. E non si limita a polemizzare con la paura dei neologismi o a dimostrare che si possono usare anche formule come “a me mi”, ma addirittura si spinge fino alla (parziale) riabilitazione delle parolacce e delle vituperatissime abbreviazioni che si usano negli sms e nelle chat. Perché la lingua è un organismo vivo e, con l’intenzione di proteggerla da ogni innovazione, si finirebbe per metterla in gabbia e farla morire triste e deperita come certe bestie feroci e meravigliose costrette alla cattività. Se si ama la propria lingua, ci dice Antonelli, non c’è peggior delitto di volerla seppellire viva. Di imbalsamarla con norme e precetti considerati astrattamente eterni. Di ibernarla in nome di una mai esistita èra glaciale della perfezione.
Giuseppe Antonelli insegna Storia della lingua italiana all’Università di Cassino. Collabora all’inserto domenicale del “Sole 24 Ore” e conduce su Radio Tre la trasmissione settimanale “La lingua batte”. Tra i suoi ultimi lavori: L’italiano nella società della comunicazione (Il Mulino, 2007), Ma cosa vuoi che sia una canzone. Mezzo secolo di italiano cantato (Il Mulino, 2010) e la curatela, con Matteo Motolese e Lorenzo Tomasin, della Storia dell’italiano scritto (Carocci, 2014). Ha collaborato con Luciano Ligabue per il suo La vita non è in rima (per quello che ne so). Intervista sulle parole e i testi (Laterza, 2013).



3 commenti
Sono l’autrice di questa recensione, ma non collaboro con questo sito né mi è stata chiesta alcuna autorizzazione per pubblicare qui il testo completo. Sono sicura che è un errore in buona fede perché il mio nome è comunque indicato, ma vi ricordo che in mancanza di autorizzazione va pubblicata solo una parte del contenuto altrui, con un link alla fonte originale per proseguire la lettura.
Grazie,
Licia Corbolante
Sig. Licia Corbolante, ho indicato il suo nome, la fonte e il link come peraltro facciamo sempre. D’altra parte, sul suo sito non ho rintracciato questa “regola” e non sono a conoscenza dell’esistenza di questa regola, che lei dà per scontata. Penso che lo spirito della rete sia di favorire la circolazione e la condivisione delle informazioni. A mio parere, l’aver pubblicato la sua recensione ha consentito a qualche nostro lettore di leggerla e magari di fare una capatina sul suo sito; in sostanza le abbiamo dato “visibilità”, si tratta quindi di una specie di “pubblicità” gratuita. In ogni caso, se preferisce, provvederò a eliminare la sua recensione e, ovviamente, eviterò per il futuro di utilizzare il suo sito.
Grazie per la risposta.
Aggiungo che questo riutilizzo di testo altrui senza alcuna modifica è noto in inglese come scraped content e in italiano come contenuto clonato, contenuto duplicato non autorizzato o appropriazione di contenuti e penalizza chi lo usa in termini di SEO.
Se analizzate siti dove viene proposto contenuto già pubblicato altrove, come ad esempio Il Post, vedrete che non viene mai incluso l’intero testo ma solo una parte, a cui viene aggiunto il link per continuare la lettura nel sito di origine.