GOETHE E LA VISIONE ETERICA
Goethe è convinto che i nostri sensi e il nostro intelletto siano doni che dobbiamo apprendere a sviluppare, svegliando e attivando facoltà sopite.
Il suo percorso gli mostra che ogni processo in Natura, osservato adeguatamente, desta in noi un nuovo organo di percezione. L’osservazione corretta consiste nel contemplare la Natura-ricreare da svegli-una Natura che è sempre creativa. Quello che conta nel suo impegno è soprattutto il “come” osservare, piuttosto che “cosa” osservare. Nei suoi studi di botanica riconosce che la pianta, in quanto organismo vivente, vive in un processo interminabile di divenire. C’è una differenza sostanziale con la crescita dell’ animale, perché la pianta manifesta continuamente all’ esterno la sua vita interna.
Il punto iniziale dei suoi studi botanici è osservare la trasformazione della forma della foglia, dove il principio della metamorfosi appare più evidente e manifesto. Però il principio non è limitato a questa parte dell’ organismo della pianta: infatti tutti i differenti organi che la pianta produce nel suo ciclo vitale -foglia, calice, corolla, organi di fertilizzazione, frutto e seme-sono metamorfosi di uno stesso organo.
In questa successione, Goethe riconosce anche un certo ritmo di espansione e contrazione, perché la pianta attraversa varie fasi nel suo divenire. Nel fogliame la pianta si espande, nel calice si contrae; si espande di nuovo nel fiore e si contrae nei pistilli e gli stami; infine, si espande nel frutto e si contrae nel seme.
Ma Goethe scopre che le piante in generale seguono diverse forme di metamorfosi, e tutte esse obbediscono alla stessa regola basica: prima di procedere a una fase superiore la pianta sacrifica qualcosa che ha già raggiunto in quella precedente.
Dietro la guaina poco visibile del calice vediamo la pianta prepararsi a una nuova creazione di ordine diverso. Come successore della foglia, il fiore appare ogni volta un miracolo! Niente ne lascia prevedere la forma, il colore, il profumo. La foglia verde è elevata fino a diventare fiore. Nel fiore, a ben vedere, la materia diviene trasparente, così che l’ immateriale può brillare.
E come la marea scende, così dalla foglia al fiore c’è una progressiva mancanza di vitalità, e il fiore ci appare un organo morente della pianta, perché la vita nel suo stato vegetativo si va ritirando, affinché una nuova manifestazione dello spirito possa aver luogo. E’ un po’ lo stesso quando la vitalità del bruco cede il passo alla bellezza effimera della farfalla.
Quindi, Goethe riesce a riconoscere che le apparenti differenze esterne sono identiche nella loro natura. La foglia, il sepalo, il petalo e così via, per quanto possano differire esternamente, si mostrano ai suoi occhi allenati come la manifestazione dello stesso archetipo spirituale. Le diverse apparenze della stessa specie in differenti regioni climatiche non nascondono l’ identità della specie.
Il compito successivo fu quello di prepararsi all’ idea fondamentale dalla quale l’ intero mondo delle piante nelle sue varietà potesse essere derivato.
“La mia è una crescente consapevolezza della Forma con cui la Natura si diletta ancora e ancora, e così facendo genera una vita molteplice. E ho il pensiero vivo che possa essere possibile da una forma derivare per metamorfosi tutte le forme vegetali “.
E il nome che le assegna è: pianta archetipica, ur-plant.
Goethe, al contrario dei suoi biologi contemporanei, non parte dalle forme inferiori per provare il suo metodo, ma presta attenzione speciale a quegli esempi in cui vede la più perfetta espressione. In tal senso, ciò che è nascosto nell’ alga è reso manifesto nella rosa. Spiegare le cose procedendo da sotto verso sopra invece è fraintendere il suo metodo.
Possiamo ora introdurre il concetto che Goethe formulò per spiegare l’ organo di cognizione ottenuto attraverso la contemplazione della Natura nel suo divenire, così come le piante gli mostrarono. Innanzitutto, fece uso della percezione sensoriale e della memoria che conserva. Poi, si sforzò di trasformare le immagini delle forme delle foglie memorizzate in altre, attraverso quella che chiamava “fantasia mobile “. Così facendo, dotava la memoria obiettiva, che di suo è statica, con le proprietà dinamiche della fantasia, che è soggettiva. Dalla proficua unione di queste due facoltà in collaborazione ne sorgeva il vedere e il pensare in modo vivo e reale.
La poliedrica concezione del mondo di Goethe partiva da un centro ideale che si trova nello spirito unitario del poeta ed estrae da esso quel lato che corrisponde alla natura dell’ oggetto contemplato. Goethe attingeva il modo di osservazione dal mondo esterno e non glielo imponeva. La sua concezione faceva nascere il modo di osservazione dalla natura dell’ oggetto osservato. Il suo amico filosofo Schiller osservò una volta che la Botanica, che tanto appassionava Goethe, con tutte le sue classificazioni sembrava un modo frammentario di guardare la Natura. Al che Goethe osservò che c’era un modo olistico di capire la Natura come essere vivente. Prese una penna e abbozzò il disegno di una pianta. Dietro la varietà c’era l’ unità, perché ogni pianta era la variazione di una figura archetipica. Da qualunque parte la si osservi, la pianta è sempre la foglia che cambia, aveva scritto nel suo diario durante il viaggio in Italia.
A questo punto Schiller commentò polemicamente che non si trattava di un’osservazione ma di un’idea . Con questa parola Schiller riassunse le loro differenti visioni. Schiller era idealista e per lui l’ idea della foglia in metamorfosi era preesistente nell’ anima di Goethe. Questi invece si considerava realista che contempla il mondo e ne estrae le idee soggiacenti. Quindi lasciando agire quella contemplazione sulla sua anima trovava parole umane alla “percezione” dell’ idea.
Riassumendo. La pianta archetipica di Goethe è un essere vivente eterico e allo stesso tempo è l’ idea di una pianta. Ma la scoperta di Goethe suggerisce ancora altro: così come sorge un organismo per cambi continui nella forma, così un pensiero deriva dall’ altro per trasformazione e metamorfosi dei suoi componenti. Questa caratterizzazione del pensare come tessitura si può comprendere così.
Se seguendo il metodo di Goethe ricreiamo nella mente la ripetuta separazione e riunione dei vasi di linfa, tenendo in mente che la forma esterna della foglia è il risultato di ripetuti collegamenti, allora l’ immagine dell’ attività di tessitura sorge davanti agli occhi della mente. Per Goethe c’è una evidente conformità dell’ atto di pensare con il modo in cui il mondo vegetale produce le sue forme, un atto di tessitura spirituale.
Così nel Faust:” In verità, quando concepiscono un pensiero, è come un capolavoro che tessono. Un filo, e mille fili prendono il volo. Veloci avanti e indietro volano le spolette, un colpo, e mille unità si uniscono”. Si applica all’ attività della Natura la stessa immagine che illustra l’ atto di pensare. Oggi lo possiamo esprimere dicendo che è l’ identità dell’ etere di luce. La luce letteralmente edifica il mondo vegetale, e quanto luce e pensiero siano vicini ce lo chiarisce la lingua quando diciamo di essere “illuminati” al momento di afferrare un pensiero.
Quindi Goethe si trova a suo agio in questa zona intermedia tra mondo fisico e mondo spirituale, nel mondo eterico. Ivi, idee e visioni sono equivalenti.
Filoteo Nicolini
Immagine: W.Goethe


