Fonte: La Stampa
Khamenei, dietro la fine oscura dell’ayatollah l’illusione occidentale del cambio di regime
L’epilogo dei tiranni non è mai un capolavoro ad alto rendimento retorico e scenico. Machbet è una mirabile invenzione di Shakespeare; la realtà sono squallidi lampi di cronaca nera alla Gheddafi o alla Ceausescu. E sì, rassegnamoci. L’orrore della fine è un enigma che ognuno porta con sé e trascina da solo nella sua morte. Gli ultimi, possibili istanti della Guida suprema sotto le bombe israelo-americane li dovremo immaginare. Mancheranno le frasi celebri, le maledizioni postume, gli appelli alla vendetta, perfino perché no? i pentimenti, la umanissima paura, il pianto. Corron voci che Khamenei sia già morto ieri. Ha ucciso fino alla fine e la sua fine comunque sarà violenta.

Perfino i suoi veri sostegni, i guardiani della rivoluzione, attendevano l’ultimo respiro del vegliardo, forse non più venerando, per arrangiare nuovi equilibri sempre totalitari ma più scaltri, morbosi e viscidi. Insomma l’ambiente soffriva tensioni orizzontali e verticali, gli eminenti litigavano, spinte dal basso insidiavano le vecchie gerarchie. Irrompevano figure senza qualità. Forse bastava attendere.
L’aggressione “preventiva” invece rassoderà e sveltirà i calcoli di nuove lobby perverse, senza creare smagliature in uno scenario già scritto con Comitati, direzioni collegiali, poliarchie senza capi unici, successioni fissate fino al quarto stadio di omicidio mirato. Attenzione quindi a ipotecare futuri radiosi, una specialità delle intronate espertocrazie occidentali. La tirannide teocratica è lo strumento di potere più ferreo mai inventato perché garantisce margini di violenza senza limiti in quanto sacri, in quanto scatenati contro peccatori e non banali dissidenti. Diffonde messaggi divini, se qualcosa risultasse falso, il mentitore sarebbe dio. Difficile che gli eredi, con o senza abaya e turbante, non ravvivino a loro vantaggio queste utilissime braci. È curioso che ci sia sempre un progetto dinastico nei plumbei e fallimentari refrain delle dittature orientali.
Imprigionato più volte dalla Savak, non era però ai primi ranghi del nuovo, originale potere che il Grande ayatollah aveva imposto per referendum alla Repubblica islamica: in un inedito quadro semiotico divino il presidente è eletto a suffragio universale ma sottoposto alla Guida che risponde delle sue decisioni soltanto all’Onnipotente. Insomma lui era un esecutore servizievole ed entusiasta che stava lì a fare siepe con i notabili in zimarra nera. Anche perché nella nomenklatura della prima rivoluzione islamica della storia Khamenei non vantava un rango religioso adeguato. Tiriamo le somme. Per i sussiegosi grandi ayatollah era poco più di un curato di mezza tacca. Fu l’invasione decisa da Saddam che lo fece uscire dalle seconde linee dell’agglomerato politico rendendolo un protagonista. Vice ministro della difesa strinse legami con i Guardiani della rivoluzione, eroi della epica difesa contro l’invasore nelle paludi di Bassora e sgherri della feroce repressione interna, tipacci inclini all’eccidio.
Ecco il vero potere in arrivo: perché sono loro che bisognerà sradicare non solo dalle caserme ma anche dai ministeri, dalle aziende petrolifere, dalle industrie militari e atomiche, dal contrabbando milionario, con una loro storia che costeggia quella della casta degli ayatollah ma non sempre coincide, che hanno famiglia, conti in banca, e anche convinzioni da difendere.
Per questo l’avvicendarsi dei decorativi presidenti eletti era secondario: radicali come Ahmadinejad o moderati come Rohani, ideologi come il macellaio Raissi o pragmatici come l’attuale Pazeshkian. Mentre in occidente si costruivano illazioni su un tiepido autunno del regime era sempre lui ad avere il comando, a ordinare repressioni implacabili ad ogni cadenza di rivolta. Sapeva che una teocrazia è irriformabile perché costruita su una verità monolitica. Con le bombe spesso si libera il diavolo, non la democrazia, il cambio di regime, la rivoluzione. Per ora c’è, forse, la morte di un uomo.


