LA NUOVA GUERRA ALL’IRAN

per Gian Franco Ferraris
Autore originale del testo: Federico Petroni
Fonte: Limes

LA NUOVA GUERRA ALL’IRAN

L’America colpisce la Repubblica Islamica per la seconda volta in un anno, ma tutto è cambiato. L’obiettivo esplicito non è più smantellare il programma nucleare ma cambiare il regime.  L’offensiva congiunta con Israele. Le riserve dell’intelligence e dei militari statunitensi.

Gli Stati Uniti hanno lanciato un attacco all’Iran assieme a Israele con l’esplicito obiettivo di abbattere il regime della Repubblica Islamica. È il secondo nel giro di otto mesi.

Le condizioni, stavolta, sono radicalmente diverse.

Diversa è la modalità: i due paesi attaccano insiemea differenza di giugno, quando gli americani avevano negato ogni coinvolgimento e si erano limitati a difendere l’alleato, mentre ora Washington conferma subito la partecipazione ai raid, per ora contro bersagli governativi e militari.

 

Diverso è l’obiettivo: cambio di regime. Nel messaggio alla nazione, Donald Trump esorta gli iraniani a “prendere il controllo del vostro governo, quando avremo finito”. I suoi aerei lo ribadiscono bombardando la residenza di Ali Khamenei – la Guida suprema pare sia stata trasferita in un luogo sicuro.

 

Diversa è la giustificazione, stavolta assente. Il ministro della Difesa israeliano Israel Katz parla di “attacco preventivo“. Tuttavia, prima dell’attacco di giugno per mesi si era discusso di una (controversa) stima d’intelligence secondo cui Teheran sarebbe stata prossima a sviluppare un’arma nucleare. Oggi, nemmeno questo. Sì, nei giorni scorsi Washington aveva iniziato a parlare di attività sospette degli iraniani, ma senza curarsi di scendere nei dettagli.

Diverso è il consenso interno fra i poteri. I militari americani hanno compiuto il raro passo di segnalare alla stampa i loro dubbi sull’operazione. Il capo degli Stati Maggiori riuniti, generale Dan Caine, ha ammonito che le Forze armate hanno scorte limitate di munizioni, soprattutto di missili per la contraerea con cui proteggere le basi nell’area e Israele. Addirittura, l’intelligence israeliana stima che gli americani finiscano le bombe in appena cinque giorni.

Che l’obiettivo americano non fosse il nucleare lo aveva certificato un episodio avvenuto poche ore prima dell’inizio dell’attacco. Con una mossa più unica che rara, il mediatore delle trattative Usa-Iran, il normalmente riservatissimo ministro degli Esteri dell’Oman, era andato in tv a rivelare il contenuto del negoziato. L’Iran, secondo il diplomatico, aveva accettato di non accumulare uranio arricchito, di rendere le riserve irreversibilmente inutilizzabili e di sottoporsi a “ispezioni complete”. Una novità, che nemmeno l’accordo di Barack Obama del 2015 era riuscito a strappare.

 

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Di fatto, gli Stati Uniti hanno stracciato l’accordo offerto da Teheran di rinunciare alla BombaIl motivo è tutto da verificare: forse perché non si fidano più degli iraniani, forse perché non vogliono trovarsi nel futuro a “tagliare l’erba” (cioè ad attaccare periodicamente per fermare il programma nucleare), forse perché l’obiettivo vero non era l’atomica ma lo smantellamento dei missili (il vero obiettivo di Israele). O forse semplicemente per mascherare la nuda realtà: abbattere il regime iraniano.

 

Ventitré anni dopo, l’America torna a provare quel che fallì occupando l’Iraq, stavolta con un paese più grande, più popoloso e bombardandolo semplicemente dall’aria in condizioni di scarsità di munizioni. Vedremo se la spallata israelo-americana sarà sufficiente a far crollare un regime sclerotico e delegittimato dalla brutale repressione del malcontento popolare. Forse Trump è interessato solo alla demolizione. Ma quel che succederà dopo riguarda tutti.

 

Federico PETRONI - Consigliere redazionale di Limes e coordinatore didattico della Scuola di Limes.

 

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