di Alfredo Morganti- 22 agosto 2016
Resterà fino al 2018. Sia che vinca sia che perda. Si considera un intoccabile. Uno che è al di sopra di tutto, al di sopra dei responsi, delle opinioni, delle critiche. Lui deve fare le riforme, a qualunque costo, anche se gli italiani non le vogliono, o almeno non le vorrebbero così come lui le vuole. E siccome deve ‘fare’, deve essere lasciato perdere. Punto. Non disturbate il manovratore, sembra dire. Non controllate il controllore. Non scocciate. Fatevi i vostri referendum, che fino a ieri erano roba sua, roba da chiedere le dimissioni in caso di sconfitta, ma che oggi sono roba altrui, che lo riguardano ma non sino al punto di doverne trarre le debite conseguenze politiche. Non lo avete capito e se ne dispiace, ma senza di lui è la fine del Paese (e mo pure dell’Europa), è l’Apocalissi, è il ritorno dei dinosauri, lo sbarco degli alieni, l’invasione delle cavallette. A lui le cavallette e gli alieni, invece, gli rimbalzano. La politica, ossia il dibattito, l’opinione pubblica, gli umori, il voto, tutto questo non lo interessa. Anzi lo infastidisce. Lui è al di sopra della politica, la vede da lontano, la schifa. Se la democrazia non esistesse non dovrebbe nemmeno perdere tempo a riformare la legge elettorale quel tanto che basta per far perdere gli altri e far vincere lui. Quando ci spiega che ‘vincere’ è tutto, è costretto a farlo perché esistono le elezioni. Toglietele di mezzo e vivrebbe più tranquillo, più concentrato, senza pensare alle vittorie e alle sconfitte, e così potrebbe dedicarsi serenamente, direi nascostamente, al compito di realizzare le ‘riforme’ destinate a preconizzare la ‘crescita’.
Sembra un filosofo disturbato dalle chiacchiere, dai ‘si dice’, dai ‘si fa’. Disturbato dai responsi, dai numeri, dagli esiti, dai risultati. Imprigionato da chi propone ancora un’identità invece di ammucchiarsi al centro, alla ricerca di un seggio parlamentare, oppure di un incarico politico, o anche solo di una consulenza ben remunerata, o meglio di una carriera garantita. Immobilizzato da chi lo critica pervicacemente, senza capire che lui sta lavorando per il bene di tutti e le critiche sono roba da gufi, da ‘vecchi’, da nullafacenti, da nostalgici. Lui, se scopre di non essere compreso, ne soffre di una pena sincera. Ecco perché resterà, perché soffrirebbe ad andarsene, e perché nessuno è migliore, nessuno può darci la felicità come lui. Le elezioni, in fondo, sono lo specchio di opinioni confuse, sono soltanto espressione di un popolo che poco capisce, e che va affrontato con i trucchi del marketing, o con quelli delle neuroscienze. Pensateci: se non dovesse parlare ai giornali, pubblicare post, twittare, polemizzare con l’ANPI, vestirsi da Fonzie, prendersela coi gufi, affondare la sinistra, litigare con D’Alema, se non dovesse fare tutte queste cose balzane, avrebbe un’infinità di tempo in più. Non dovrebbe fissare scadenze, né limiti, né personalizzare alcunché, né rendere conto a chicchessia, e nemmeno contraddirsi di giorno in giorno, smentendo per mero opportunismo quel che aveva detto un attimo prima. Sarebbe libero. Perché senza democrazia si risparmiano soldi e c’è più tempo per ‘fare’. Senza limiti temporali c’è l’infinito davanti. Come Buzz Light Year di ‘Toy Story’ scagliato (a chiacchiere) verso l’universo e oltre. Altro che il 2018.


