di Alfredo Morganti – 15 ottobre 2018
Per molti, nel falso immaginario indotto dal dibattito politico italiano, il PD sarebbe l’ultimo virgulto di una catena di trasformazioni (o traslochi, direbbe Cuperlo) che partirebbe dal PCI e transiterebbe prima nel PDS e poi nei DS. A vedere quello che è oggi il Partito Democratico verrebbe piuttosto da pensare all’erede di un’allegra combriccola di mattacchioni, a una gita sociale, a scapoli-ammogliati, altro che l’austero rigore del vecchio comunismo italiano. Eppure, pensate com’è la vita, a contendersi la poltrona che fu di Renzi ci sono oggi due ex PCI, Zingaretti sicuramente e forse Minniti. Un ex veltroniano e un ex dalemiano. Deja vu. Tanto correre avanti insomma, tanto insultare quella tradizione, e così il novecento, e i vecchi partiti elefanti, e il gettone nell’iphone, ecc., per ripiombare diritti all’indietro, alla ricerca di una specie di usato sicuro su cui oggi la nostalgia pare diffondersi.
Basterebbe questo, questo malinconico incartocciarsi dopo tanto almanaccare sul futuro, il nuovo, la rottamazione, a convincere l’allenatore a bordo ring a gettare la spugna e a finirla lì, senza nemmeno troppo recriminare. Ci hanno gonfiato di botte, meglio andarsene. E invece no. La gara coi sacchi chiamato a sprezzo del pericolo ‘congresso’ continua nei fischi e nello strepitio generali, come in una fiera di paese, attorno a un albero della cuccagna spoglio di premi. Attorno è tutto un ciarlare di roba sovranista e di democrazia elettronica, ma nemmeno questo fa demordere i contendenti e gli scherani. Pensate che oggi Alessia Morani ha dichiarato che “Il Pd è l’unico partito che celebra un congresso”. Il PD inteso come partito, capite? E il congresso! Ha detto proprio così: ‘congresso’. Ci ho pensato un po’, dopo un’iniziale perplessità, e non ho capito se si riferisse alla kermesse delle primarie o alla Leopolda. Nemmeno Giuditta Pini riuscirebbe a fare lo spiegone su cosa sia il ‘congresso’ piddino. E ho detto tutto.


