Se salta il ponte, resta solo la guerra: la solitudine delle giornaliste iraniane

per Gian Franco Ferraris
Autore originale del testo: Maddalena Celano

Se salta il ponte, resta solo la guerra: la solitudine delle giornaliste iraniane

In ogni conflitto, la prima vittima è la verità, ma i primi bersagli strategici sono i ponti. Non parliamo solo di cemento e acciaio, ma di ponti umani: persone capaci di collegare mondi distanti. Far saltare un ponte non è mai un errore collaterale; è una strategia precisa per isolare i popoli, impedire loro di guardarsi e riconoscersi, lasciando spazio solo al muro dell’odio e alla logica dello scontro frontale.
Oggi, una rete di giornaliste, accademiche e analiste della diaspora iraniana sta subendo un attacco senza precedenti. Figure come Negar Mortazavi, Minoo Mirshahvalad e Farian Sabahi si trovano schiacciate tra due fuochi: la repressione di Teheran e il linciaggio digitale di una diaspora radicale che ha scelto la via dello scontro, del fondamentalismo politico e della guerra.

Il “peccato” della trasformazione endogena

Il post recente di Negar Mortazavi è un grido d’allarme contro minacce fisiche e campagne di fango. Ma perché queste donne sono così odiate? La loro colpa imperdonabile è credere nella trasformazione endogena.
Queste voci non cercano scorciatoie esterne. Sanno che la libertà non si esporta con i missili e che un cambiamento imposto da sanzioni che affamano i bambini o da bombardamenti stranieri non produce democrazia, ma solo “Stati falliti”. Loro puntano a un miglioramento che nasca dall’interno, attraverso le spinte della società civile e la resistenza del popolo iraniano. Vogliono un Iran più laico e pluralista, ma che rimanga sovrano a casa propria, indipendente e autonomo.

La strategia dell’isolamento

Per chi tifa per la guerra — sia essa interna (contro l’ attuale governo) o esterna (chi invoca interventi militari) — la complessità è il nemico numero uno. Chi, come Minoo Mirshahvalad (voce lucida in spazi come Ottolina TV), spiega le dinamiche sociali dell’Iran fuori dagli slogan, diventa un ostacolo.

Subiscono attacchi digitali, minacce di morte e attacchi sessisti volti a colpire la loro dignità di donne per delegittimare la loro voce di professioniste. Eppure, il mondo “libero” sta a guardare.

Un patriottismo che non si arrende

Queste giornaliste incarnano un patriottismo nobile: amano il loro Paese senza volerlo vedere bruciare. Non cercano restaurazioni nostalgiche o uffici di potere all’estero; difendono il diritto del popolo iraniano di decidere il proprio destino.
Abbandonare queste voci significa accettare che l’unica alternativa al presente sia il fuoco. Se lasciamo che questi ponti vengano abbattuti nel silenzio, avremo scelto di vivere in un mondo dove esiste solo la forza e mai la ragione. Proteggere Negar, Minoo e Farian non è solo un atto di solidarietà, è l’ultimo modo per tenere aperta una speranza di pace che non passi per le macerie.

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