Venezuela: La democrazia con le bombe

per Filoteo Nicolini

 Venezuela: La democrazia con le bombe

Di fronte allo spargimento di sangue e ai propositi di dominio politico ed economico della Nazione venezuelana vorrei esprimere alcune riflessioni e tanti dolori. Le immagini notturne dei bombardamenti a Caracas oltraggiano una città che tante volte ho percorso e suscitano ricordi struggenti di persone e luoghi. 

La popolazione è stata terrorizzata, la vita sociale alterata, la salute mentale degli abitanti minacciata, e l’appello a riprendere le attività crea l’ illusione di una normalità avvolta nella totale incertezza. E sorgono i ricordi dell’ ultima visita familiare di due anni fa, quando l’ aria irrespirabile trovava spiegazione sia nei vecchi motori delle auto che non facevano più revisione per risparmiare, sia per il combustibile importato (!) dal fornitore internazionale a causa delle sanzioni. Camminare per strada o viaggiare in bus con i finestrini aperti era un piccolo calvario e si respirava un’aria non salubre. Uno spostamento nel metro era immergersi nella realtà sociale del popolo, un campione di umanità che soffre carenze. Venditori ambulanti annunciavano l’ offerta del giorno, quasi sempre commestibile. Mendicanti a passo lento percorrevano l’esiguo spazio. Ne osservai uno in sedia a rotelle. Gli sguardi delle persone erano sfuggenti, spesso rivolti verso il basso. La gente si vestiva come poteva per coprirsi, faceva miracoli per lavare i panni e curare l’ igiene personale. Circostanze della visita mi portarono a frequentare principalmente zone popolari. E più acuto mi apparve il divario tra la città degli edifici e le baracche. C’era la sensazione di essere trascinati verso il basso, sempre più nelle necessità materiali, senza risalita alla vista. Mi distraevo con una lettura, una meditazione, la contemplazione di un’ opera d’arte al Museo. L’ altra sensazione era di stare assistendo a uno spettacolo ubiquo di diffusa bruttezza. Ci si abitua al panorama urbano inconsciamente. Sono convinto che abituarsi al brutto impoverisce e deprime l’ anima, e’ l’ altro aspetto di essere risucchiato in basso. Case e tuguri detti ranchos senza servizi igienici, prive di intonaco. La raccolta dei rifiuti è intermittente e senza differenziare. 

Ma già nel 1988 il 35% dei venezuelani si trovava in uno stato di povertà estrema.

E il proposito iniziale della rivoluzione bolivariana pose al centro la giustizia, il riconoscere e rispettare il diritto di ciascuno di quanto gli e’ dovuto per lo sviluppo della sua individualità. Era un caposaldo sancito dalla Costituzione, l’ ideale della democrazia orizzontale di partecipazione, il rispetto dei meno abbienti e degli esclusi dell’ epoca socialdemocratica. Accanto alla giustizia sociale si invocava la giustizia culturale, l’ arricchimento spirituale, l’ istruzione di qualità per tutti. Si cominciò con entusiasmo per recuperare ritardi storici. 

Ma crebbe presto l’ autoritarismo verso le voci dissidenti, l’ intolleranza per il confronto e il dibattito, la tentazione di imbavagliare chi pensava di un altro modo le riforme cariche di ideologia. Prevalse la logica del comando verticale mutuata dall’ origine militare del movimento. E la strategia militare tende ad annichilire il nemico. Se la società si modella guidata dalla struttura militare, appaiono gli ordini da obbedire, il nazionalismo acceso, la coercizione delle opinioni contrarie e critiche, il logorio esercitato sui partiti di opposizione, l’ autocensura. La rivoluzione prese una svolta autoritaria senza ritorno.

E’ cronaca di ieri la dura repressione delle elezioni contese, che si somma all’ esodo massiccio di uomini donne e bambini, di chi cerca come può una opportunità altrove. La struttura di potere si regge sui militari e gli apparati di sicurezza, oltre che su bande armate che il governo tollera. E poi ci sono le sparizioni extragiudiziali tristemente note.

In una società mutilata e traumatizzata può affermarsi, nell’ intimo di tanti, il bisogno di una presenza paterna simbolica che provveda a tutto, che sia autorevole, rassicurante. Un’immagine maschile, ovviamente, incarnata nella mitica figura dell’ uomo forte, disinteressato, abnegato, che veglia su tutto e tutti, dalla voce che non ammette discordanze né che la sua Parola possa essere messa in dubbio. Una tale figura e’ il salvatore della Patria, l’ incorruttibile dedito al bene collettivo. Si produce un abbaglio collettivo. Ne deriva una costante sottomissione della società civile a una Autorità unica incarnata dal Presidente. Tutto ciò viene dal triste trauma della carenza della figura del padre biologico nelle famiglie, la paternità incosciente e irresponsabile diffusissima nella società. Possiamo solo immaginare la sofferenza causata dalla scomparsa all’ orizzonte dei padri naturali che sgusciano via.

L’ antropologia sociale ci dice anche che il Padre è la voce intorno alla quale si è coagulato il potere, circondato da fedeli accoliti finora incorruttibili. Naturalmente, non sarà l’ uomo del nord colui che rimetterà le cose a posto, perché si stanno radicalizzando ancora di più le divisioni sociali, rinfocolando gli odi, esacerbando le passioni. La Venezuela che ho conosciuto nutriva sentimenti non proprio favorevoli agli USA, memore delle azioni militari a Grenada e Panama. Aveva dato Patria e rifugio a tanti esuli cileni, uruguaiani, argentini in fuga dalle dittature. Sebbene Venezuela fosse conosciuta principalmente come paese esportatore di petrolio, guardava al mondo apertamente. Gli USA erano riferimento commerciale e tecnologico, Europa il nesso naturale delle migrazioni dalla Spagna, Portogallo e Italia. Questo mondo è cambiato, oggi prevalgono ancora di più le logiche di mercato, le zone di influenza, la mercificazione delle coscienze. C’è chi e’ restato senza emigrare perché ama a modo suo la terra su cui è nato e spera in una Nazione pacificata.

FILOTEO NICOLINI

Immagine: Caracas.Grattacieli e baracche.

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