Vincenzo Musacchio: Tra i «pericoli» nella riforma Nordio c’è la modifica dell’equilibrio tra i poteri della Stato garantito dalla Costituzione».

per Vincenzo Musacchio

di Lucia De Sanctis

Il professor Vincenzo Musacchio, giurista e docente universitario, analizza la riforma Nordio, dalla stretta sulle intercettazioni all’abolizione dell’abuso d’ufficio fino agli interventi della maggioranza di governo sulla Corte dei Conti e la Carta Costituzionale.

Per il professor Vincenzo Musacchio i rischi di questa riforma sono molteplici. Il primo, ormai già palesato in pubblico, sarebbe quello di togliere al pubblico ministero la direzione della polizia giudiziaria. Ci sono poi i rischi connessi alla stretta sulle intercettazioni, all’abolizione dell’abuso d’ufficio fino al depotenziamento della Corte dei Conti. Sembra si voglia ristabilire il primato della politica e del Governo sugli altri due poteri dello Stato (legislativo e giudiziario).

Professore, proviamo a fare maggiore chiarezza: riforma della Corte dei Conti, abrogazione dell’abuso d’ufficio, riforma costituzionale. C’è un disegno ben congegnato?

I fatti collegati tra loro fanno pensare ad un disegno predeterminato. Si è abolito l’abuso di ufficio, facendo un regalo ai colletti bianchi, in danno dei più deboli che ora hanno meno tutele, poi si è passati alla riforma della Corte dei Conti che ha depotenziato il controllo preventivo ed ha ristretto i margini del danno erariale, sempre in danno dei cittadini, a questo si aggiungano le limitazioni imposte alle intercettazioni ed il risultato finale è che i reati contro la pubblica amministrazione saranno difficilmente perseguibili come accadeva, invece, in passato.

Il Vicepresidente del Consiglio Tajani ha proposto di privare il pubblico ministero della direzione delle indagini e del coordinamento della polizia giudiziaria. Cosa accadrebbe se la cosa si verificasse?

Attualmente, durante le indagini preliminari, il pubblico ministero dirige e coordina le attività della polizia giudiziaria per raccogliere prove, individuare i responsabili e ricostruire il reato, dando direttive specifiche (cerca prove a carico e a discarico dell’indagato). Il pubblico ministero è il “titolare” delle indagini e la polizia giudiziaria è il suo braccio operativo, svolgendo funzioni repressive e investigative sotto la sua direzione funzionale, come previsto dall’articolo 327 del codice di procedura penale. Se il pubblico ministero non dirigesse più la polizia giudiziaria, verrebbe meno uno dei pilastri fondamentali dell’attuale sistema processuale penale italiano, con conseguenze importanti sull’efficacia delle indagini e sull’equilibrio tra i poteri. Senza una regia centralizzata, ci sarebbe il rischio di duplicazione degli sforzi operativi, lacune investigative o indagini non allineate con la strategia processuale che il pubblico ministero deve poi sostenere in giudizio. Ci sarebbe di fatto una maggiore influenza dell’esecutivo poiché le forze di polizia dipendono gerarchicamente dal potere esecutivo (Ministero dell’Interno, della Difesa, dell’Economia e della Giustizia). Svincolare la polizia giudiziaria dalla direzione del pubblico ministero, che è un organo giudiziario autonomo, potrebbe esporre maggiormente l’attività investigativa a condizionamenti politici. Questo è uno dei grandi rischi che stiamo correndo.

Lei si è espresso nettamente per il No al prossimo referendum, dopo questa sua uscita pubblica è stato bersaglio di attacchi anche sui social, si è chiesto come mai?

Sinceramente non saprei spiegarlo. Credo, tuttavia, che questo modo di fare crei alla fine un danno di ritorno che si ritorcerà contro chi vuole avvelenare il dibattito e la dialettica così necessari su temi importanti come questo oggetto del prossimo referendum costituzionale.

In questa tornata elettorale i fuorisede in vista del referendum non potranno votare dove hanno il loro domicilio ma dovranno tornare nei luoghi di residenza, come vede questa scelta da parte del Governo?

La vedo come una scelta non consona ai principi di partecipazione democratica di tutti i cittadini italiani. Invito tutti ad andare a votare perché in gioco c’è la Costituzione italiana e alcuni principi fondamentali in essa contenuti.

Secondo lei, professore, questo referendum è una questione politica?

Sì. La revisione costituzionale riguarda l’assetto della magistratura e quindi interessa ogni singolo individuo che si trova nel territorio italiano. Il raddoppio del CSM, il sorteggio dei membri togati e l’Alta Corte disciplinare con presenza di nomina governativa ridisegnano gli equilibri istituzionali dello Stato, riducendo gli spazi di autonomia dei giudici. Per i cittadini significa minori tutele e un sistema di controllo degli abusi più delicato. Una riforma che si presenta come tecnica, ma interviene soprattutto sugli assetti democratici che riguardano la politica intesa nel senso più nobile del termine.

Lei si è sempre espresso a favore della separazione della carriere, perché oggi ha cambiato idea?

Non ho affatto cambiato idea, sono favorevole ancora oggi alla separazione delle carriere ma non con le modalità e i contenuti di questa riforma. Io sono sempre stato e sono tuttora per la piena autonomia e indipendenza della magistratura. Sono convinto che il potere giurisdizionale debba restare unico ed autonomo mentre questa proposta di riforma del Governo mira a rompere questa unità.

 

Vincenzo Musacchio, giurista, criminologo, docente di strategie di contrasto alla criminalità organizzata, associato al RIACS di Newark, è noto per il suo impegno nella lotta alle mafie e per la sua attività di formazione in ambiti riguardanti la cultura della legalità. Ha insegnato in diverse università italiane e presso l’Alta Scuola di Formazione della Presidenza del Consiglio dei Ministri in Roma. Attualmente tiene corsi negli Stati Uniti, insegnando tecniche di indagine antimafia a membri delle forze di polizia, inclusa la Polizia Metropolitana di New York. È ricercatore indipendente e membro ordinario dell’Alta Scuola di Studi Strategici sulla Criminalità Organizzata del Royal United Services Institute (RUSI) di Londra. È stato allievo di Giuliano Vassalli e ha collaborato con Antonino Caponnetto. Concentra i suoi studi sulla criminologia delle organizzazioni mafiose e sul narcotraffico internazionale. È artefice di programmi educativi, come il progetto “Legalità Bene Comune” nelle scuole di ogni ordine e grado. Interviene regolarmente in trasmissioni televisive della RAI a livello nazionale come “Presa Diretta”, “Newsroom” e “Report” e su altre testate nazionali e locali per commentare vicende di mafia e criminalità. Ha scritto numerosi libri e articoli su temi di diritto penale e criminologia. Nel 2019 a Casal di Principe gli è stata conferita la Menzione Speciale al Premio Nazionale “don Giuseppe Diana” dai familiari del sacerdote assassinato dalla camorra. Il 27 dicembre 2022 il Presidente della Repubblica gli ha conferito l’onorificenza di Cavaliere dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana. Il suo lavoro contro le mafie gli ha causato minacce di morte, che non hanno comunque interrotto la sua attività antimafia.

 

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