Jobs act: prendere al lavoro per creare lavoro

per Gabriella
Autore originale del testo: Alfredo Morganti
Fonte: facebook

di Alfredo Morganti 23 settembre 2014

Ieri Del Rio ha giustificato l’ “inutilità” dell’art. 18 (e dunque la necessità, a suo dire, di abolirlo) con il semplice argomento che il licenziamento in Italia è già libero. Del Rio scopre l’acqua calda, perché se avesse seguito un po’ più da vicino la vicenda Alitalia, per dirne una, non sarebbe caduto dalle nuvole. È curioso, ma è la stessa cosa che sostiene chi è contrario alla sua abolizione: in Italia le aziende in crisi già licenziano. L’art. 18, in fondo, serve solo a evitare i licenziamenti senza giusta causa. Non quelli generati dalle crisi aziendali. Quello che dice Del Rio è un’altra cosa: dato che in Italia si può già licenziare, estendiamo la possibilità di licenziamento a tutti i lavoratori (così finisce l’apartheid) e non se ne parla più. Magari prima li assumiamo a tempo indeterminato (a tutele crescenti, quali?) e poi li licenziamo al volo, quando serve: perché delocalizzo, o solo perché voglio modificare i budget aziendali. Perché il punto è questo: si vuole rendere il lavoro una variabile sempre più dipendente dalle ristrutturazioni aziendali, una mera variabile di bilancio. Le risorse umane dovrebbero essere equiparate al capitale variabile e alle macchine. Devo ridurre il budget? E allora riduco la produzione riducendo gli addetti. Abbatto il costo del lavoro abbattendo i lavoratori. Punto. Se un’azienda dovesse rivedere le sue strategie aziendali, da domani potrà far leva su tutti i capitali di cui dispone, a partire dalle persone. Ti offrirà un indennizzo computato sull’anzianità: ma si tratterà di indennizzo ridicolo, perché le carriere professionali saranno brevi e frastagliate. Tutti i lavoratori alla lunga diverranno neoassunti, anche a 50 anni.

Cresceranno gli addetti? È possibile, come no. Ma la mobilità sarà altissima. E il valore del lavoro decrescerà, mentre crescerà la quota profitti, senza alcuna garanzia che questa si riversi adeguatamente nella voce di bilancio dedicata agli investimenti. Si sappia questo: in questi anni di crisi gli investimenti produttivi sono stati derubricati e tramutati in spese di consumo o finanziarie, perché le rendite sono più redditizie e i consumi di lusso fanno status. Alle nuove condizioni, questa tendenza crescerà senz’altro. Il nuovo contratto di solidarietà ‘espansivo’, di cui si parla, è il testimonial del nuovo corso. Grazie a una contrazione dei salari aziendali sarà possibile assumere nuovi addetti. Le risorse le troveranno dal lavoro già esistente, in una sorta di osmosi. Nessun capitano di industria aprirà il portafoglio. Sarà un deflusso orizzontale, in cui il lavoro sarà esborsato per crearne di nuovo, meno tutelato. Ma tutto il jobsact è così, e non si venga a dire che si estende il welfare: esercitare il diritto di maternità in questa nuova giungla di precariato a tempo indeterminato sarà un’impresa. In America nemmeno vanno in ferie per non trovare la scrivania occupata, qui si continuerà a temere (sempre più a ragione) di essere licenziati nel caso si ‘ecceda’ nell’esercizio dei diritti. I lavoratori saranno più deboli. Già oggi una commessa fatica a esercitare i propri diritti di maternità. Figuriamoci domani: ti indennizzano e via, avanti un’altra. Diminuisce la tutela, diminuisce il potere di interdizione dei lavoratori. Il lavoro, insomma, si creerà col lavoro. Di qui la fretta di chi non vede l’ora di avere le mani libere (che non sono i piccoli e piccolissimi imprenditori, per i quali l’articolo 18 già non valeva, ma le medie e grandi imprese, felici di dare la botta definitiva al sindacato).

(PS. Ragiono sulle nuove regole di accesso al mercato del lavoro, facendo finta che il problema sia davvero questo, e non l’abisso di disuguaglianze che ha generato la crisi e si è spalancato davanti a noi. Occupy Wall Street aveva detto da tempo che la questione non era solo il debito pubblico, ma ancor più le enormi, sproporzionate ricchezze detenute dell’1% dei superricchi. Ecco, se invece di creare lavoro col lavoro (movimento orizzontale) si facesse defluire una quota anche piccola di quelle ricchezze spudoratamente eccessive verso il basso, verso il lavoro, verso il bene pubblico (movimento verticale) forse avremmo fatto una rivoluzione copernicana nel nostro modo di intendere la fuoriuscita dalla crisi. D’altronde, come ha scritto Timothy Smeeding (Università di Madison, citato da Federico Rampini), “tutta la ripresa di questi ultimi quattro anni ha arricchito solo i ceti più benestanti”. Allo stato attuale i ricchi diventano sempre più ricchi e chiedono pure lo Stato minimo. Come dire che serve un “nuovo equilibrio tra capitale e lavoro” (Bersani) non il solito rimestio di poche risorse nel basso. Così non c’è soluzione, sapevatelo.

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