La rivoluzione allegra non si ferma a sinistra

per Gian Franco Ferraris
Autore originale del testo: Monica Frassoni
Fonte: Il Manifesto
Url fonte: http://fondazionepintor.net/politica/frassoni/rivuluzione_allegra/

di Monica Frassoni, 13 marzo 2015

 Gli eventi di que­sti giorni, dalla bat­ta­glia sul «fronte greco», al Quan­ti­ta­tive easing, alla par­tita a scac­chi con Putin con il suo tra­gico tri­buto di san­gue (e il corol­la­rio quasi pate­tico delle gesti­co­la­zioni di Renzi) ci dimo­strano molto chia­ra­mente che l’Ue non è ancora avviata sulla strada della discon­ti­nuità che molti, e i Verdi euro­pei fra loro, auspi­cano da molto tempo. La par­tita euro­pea è fatta di rap­porti di forza, e non val­gono gli argo­menti razio­nali e le buone ragioni. Il fatto che da sei anni le poli­ti­che lacrime e san­gue impo­ste alla Gre­cia (e non solo) l’abbiano spinta nel bara­tro, sal­vando i soldi degli inve­sti­tori pri­vati e tra­sfe­ren­done i debiti sui cit­ta­dini tede­schi, ita­liani, fran­cesi, spa­gnoli e per­fino lituani o let­toni, non sono ser­vite ad abban­do­nare o almeno a ren­dere meno feroce la spinta alle riforme di bilan­cio e ai tagli come unica rispo­sta ai defi­cit interni. La par­tita intorno alle scelte di Tsi­pras è resa più dif­fi­cile dal fatto che i part­ner euro­pei trat­tano il nuovo governo con mag­giore dif­fi­denza e seve­rità che quello di Sama­ras — poli­tico diret­ta­mente e per­so­nal­mente respon­sa­bile delle frodi e bugie che hanno por­tato la Gre­cia alla ban­ca­rotta — sem­pli­ce­mente per­ché cerca di rom­pere il cir­colo vizioso dei tagli che por­tano a più debito e a mag­giore sof­fe­renza e dipendenza.

D’altra parte, il bal­letto di Junc­ker intorno al suo piano, che con­tiene, certo, ele­menti di inte­resse, o la reto­rica di Renzi sulla fine dell’austerità non rie­scono a dis­si­mu­lare il fatto che quando Schau­ble abbaia, molti, com­presa la Com­mis­sione, si met­tono a cuc­cia. Vari paesi, inclusi il nostro e la Fran­cia, si accon­ten­tano di un po’ di cle­menza e qual­che rin­vio e sono molto otti­mi­sti sul fatto che il Quan­ti­ta­tive easing serva a ren­dere il cre­dito più facile. È in que­sto con­te­sto di sostan­ziale indi­spo­ni­bi­lità a rom­pere dav­vero con le poli­ti­che degli ultimi anni che si deve muo­vere in Ita­lia (e non solo) quel largo e vario­pinto fronte di «euro­pei­sti insu­bor­di­nati» di spi­nel­liana memo­ria, diviso secondo me in modo inop­por­tuno ed elet­to­ral­mente non vin­cente dalla scelta di fare alle euro­pee una lista Tsi­pras limi­tata allo stretto peri­me­tro della sinistra-sinistra. Il rischio di ritro­varsi nello stesso spa­zio chiuso basato su iden­tità impor­tanti, ma orien­tate più alla difesa che all’attacco per la crea­zione di un nuovo mondo e del con­senso neces­sa­rio a costruirlo, mi sem­bra molto pre­sente nella pro­po­sta del Fronte Pop degli amici Airaudo e Mar­con. Biso­gna rian­no­dare il filo con chi nella poli­tica e nella società costrui­sce un’alternativa, anche se lo fa ancora in ordine sparso e con moda­lità diverse. Sono d’accordo che ci sia uno spa­zio di azione poli­tica aperto dalla scelta di Renzi del par­tito della nazione.

Da ambien­ta­li­sta, ho detto e scritto in molte occa­sioni che legare in una pro­po­sta di tra­sfor­ma­zione eco­lo­gica dell’economia e della società le innu­me­re­voli ver­tenze sul ter­ri­to­rio, ma anche i tanti ope­ra­tori eco­no­mici inno­va­tivi e crea­tori di nuovi lavori, rap­pre­senta una sfida che va al di là delle appar­te­nenze asso­cia­tive e di par­tito. Finora pero, que­sta tema­tica è rima­sta sullo sfondo per la sini­stra, le asso­cia­zioni si sono a spesso riti­rate nell’Aventino della dif­fi­denza in blocco per tutta la poli­tica, e nep­pure noi siamo ancora riu­sciti a coa­gu­lare le forze disperse dell’ambientalismo italiano.

Quindi ben venga la pro­po­sta di rior­ga­niz­zare que­ste forze euro­pei­ste e insu­bor­di­nate. Ma, som­mes­sa­mente, mi per­metto di fare alcune con­si­de­ra­zioni sulle moda­lità pro­po­ste: innan­zi­tutto, lo spa­zio che si deve ambire a costruire non è quello dell’«opposizione». Ma come, ci pre­pa­riamo a con­ti­nuare a per­dere? La nostra pro­spet­tiva deve essere quella dell’alternativa di governo e di scelte che non devono limi­tarsi a orga­niz­zare la resi­stenza. Quindi non pos­siamo par­lare solo ai sin­da­cati, alle Ong o alla sini­stra: dob­biamo smon­tare pezzo a pezzo e con deter­mi­na­zione le false verità di Con­fin­du­stria e Lega, pun­tando a ricon­qui­stare chi è attratto dal loro mes­sag­gio. E dob­biamo porci in diretta inter­lo­cu­zione con chi innova, con chi costrui­sce una nuova Ita­lia, non solo dalle meri­to­rie mense della Cari­tas, ma anche da un’impresa pri­vata o un’amministrazione locale, pur se non tar­gata «sini­stra». Que­sto è per me un punto impor­tante. Non sono sicura che il nostro obiet­tivo debba essere copiare Syriza e Pode­mos, date le grandi dif­fe­renze tra i nostri paesi. Ma nella loro espe­rienza c’è un ele­mento sul quale riflet­tere: il supe­ra­mento della sini­stra come ele­mento iden­ti­ta­rio costi­tuente e dominante.

Come notano Airaudo e Mar­con, Pode­mos — creata da un gruppo di cin­que pro­fes­sori vicini a Izquierda Unida — non parla di riag­gre­gare la sini­stra che, con­tra­ria­mente all’Italia, è tra­di­zio­nal­mente mag­gio­ri­ta­ria in Spa­gna. Ma parla di chi sta den­tro e di chi sta fuori dal sistema, chi sta arriba e chi abajo e sta costruendo in modo spre­giu­di­cato e lon­tano dagli schemi una pro­po­sta di governo sle­gata da ogni alleanza con schie­ra­menti esi­stenti. Tsi­pras ha pre­fe­rito allearsi con un par­tito di destra e nazio­na­li­sta per non essere costretto ad avere con­di­zio­na­menti interni rispetto alla sua stra­te­gia di supe­ra­mento del piano della Troika.

Insomma, per costruire un sog­getto poli­tico alter­na­tivo e di governo non basta coa­gu­lare il dis­senso pur impor­tante di set­tori vitali del paese. Per bat­tere la «rivo­lu­zione» ren­ziana e il par­tito della nazione non neces­sita una «con­tro­ri­vo­lu­zione» iden­ti­ta­ria e talora da amar­cord, ma un’altra rivo­lu­zione, più radi­cale ma anche più alle­gra. E in que­sto senso noi pen­siamo che la pro­po­sta di nuova eco­no­mia e società non possa fare a meno di inte­grare dav­vero e in modo pro­fondo, anzi «rivo­lu­zio­na­rio», l’idea ora­mai col­lau­data di un Green New Deal che, a par­tire dalla realtà dei cam­bia­menti cli­ma­tici, della scar­sità delle risorse e della dipen­denza ener­ge­tica, punti ad atti­vità eco­no­mi­che «intense» in lavoro di qua­lità e inno­va­zione, alla rior­ga­niz­za­zione degli spazi urbani, alla mobi­lità soste­ni­bile, alla demo­cra­zia ener­ge­tica; tema­ti­che que­ste che danno alle parole «libertà» e «par­te­ci­pa­zione» un senso nuovo, lon­tano da indi­vi­dua­li­smi esa­spe­rati, ma anche da impo­si­zioni mora­liz­za­trici. E magari pos­sono aiu­tare a uscire da quelle ambi­guità che hanno por­tato Lan­dini a par­lare di «tri­vel­la­zioni com­pa­ti­bili con l’ambiente» o a con­trap­porre da sini­stra il tema del lavoro a quello dell’ecologia, come mi è capi­tato di sen­tire, dimen­ti­cando i 230mila posti di lavoro creati dalle ener­gie rin­no­va­bili, o il fatto che l’Italia verde in Europa è seconda solo alla Germania.

C’è un con­fronto di cul­ture da inven­tare, cer­tezze sto­ri­che da modi­fi­care, com­pa­gni e com­pa­gne di strada ina­bi­tuali da coin­vol­gere, scelte sco­mode da fare. Ci pos­siamo cer­ta­mente pro­vare, ne vale la pena. E auspico che l’evento del 28 marzo sia la prima occa­sione per farlo.

il manifesto del 14 marzo 2015

Babelezon bookstore leggi che ti passa

Articoli correlati

Lascia un commento

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.