Sanità in Italia (2010–oggi): tra austerità, pandemia e ridefinizione del Servizio Sanitario Nazionale
di Mino Dentizzi
1. Introduzione: un sistema sotto pressione
All’inizio del decennio 2010, la sanità italiana si presentava come un sistema maturo, universalistico e regionalizzato, ma già sottoposto a forti tensioni economiche.
Il Servizio Sanitario Nazionale (SSN), riformato negli anni Novanta su base aziendale e regionale, doveva ora confrontarsi con due sfide cruciali:
• la crisi finanziaria globale del 2008, che impose severi vincoli di bilancio;
• l’invecchiamento della popolazione, con l’aumento delle patologie croniche e della domanda di assistenza continuativa.
Nel decennio successivo, la sanità italiana avrebbe vissuto un lento ma costante processo di contrazione delle risorse pubbliche, a cui si sommò, a partire dal 2020, la crisi sanitaria più grave del dopoguerra: la pandemia di COVID-19.
2. La stagione del contenimento della spesa (2010–2019)
Negli anni immediatamente successivi alla crisi economica globale, la politica sanitaria italiana fu dominata dall’esigenza di ridurre la spesa pubblica.
Le misure di austerità introdotte tra il 2010 e il 2015 — contenute nei vari “decreti di spending review” — portarono a un progressivo rallentamento del finanziamento del SSN.
Secondo la Ragioneria Generale dello Stato (Conti Pubblici Territoriali), la spesa sanitaria pubblica passò dal 7,1% del PIL nel 2010 al 6,5% nel 2018, mentre in termini reali crebbe di meno dell’1% l’anno, a fronte di un aumento dei costi strutturali e della domanda di salute.
La quota di spesa sanitaria pubblica sul totale della spesa sanitaria complessiva scese dal 78,5% al 74,2%, segnalando una crescita della spesa privata “out of pocket”, cioè a carico diretto dei cittadini (dati ISTAT e OCSE Health Data).
Effetti principali
• Blocco del turnover del personale sanitario, con un progressivo invecchiamento della forza lavoro: l’età media dei medici ospedalieri superò i 54 anni nel 2019.
• Riduzione dei posti letto: dai circa 4 per 1.000 abitanti nel 2010 a meno di 3,2 nel 2018 (OCSE).
• Allungamento dei tempi di attesa e aumento del ricorso al settore privato per prestazioni diagnostiche e specialistiche.
• Differenziazione regionale crescente: le Regioni sottoposte a “piani di rientro” (Campania, Lazio, Calabria, Molise, Sicilia) ridussero drasticamente servizi e personale per contenere i disavanzi.
Politiche e riforme normative
Nel medesimo periodo, lo Stato intervenne più volte per migliorare l’efficienza del sistema:
Il Patto per la Salute: coordinamento e sostenibilità del SSN
Tra il 2010 e il 2016 un ruolo fondamentale nel governo del sistema sanitario italiano fu svolto dai Patti per la Salute, strumenti di programmazione congiunta tra lo Stato e le Regioni, nati per garantire la sostenibilità del Servizio Sanitario Nazionale (SSN) e l’erogazione uniforme dei Livelli Essenziali di Assistenza (LEA) su tutto il territorio.
Si tratta di accordi triennali stipulati tra il Ministero della Salute, il Ministero dell’Economia e delle Finanze e la Conferenza delle Regioni e delle Province autonome. A differenza di una legge, i Patti non modificano direttamente l’ordinamento, ma stabiliscono le regole finanziarie, organizzative e di governance per l’intero sistema: definiscono il livello e la ripartizione del Fondo Sanitario Nazionale (FSN), fissano criteri di efficienza e trasparenza, e introducono meccanismi di controllo e monitoraggio per garantire l’erogazione dei LEA.
Il Patto per la Salute 2010–2012
Firmato il 3 dicembre 2009, questo accordo nacque in un contesto economico difficile, all’indomani della crisi finanziaria globale. L’obiettivo principale era contenere la spesa pubblica sanitaria, assicurando al tempo stesso la sostenibilità del sistema.
Il Fondo Sanitario Nazionale fu fissato a circa 106 miliardi di euro nel 2010, con incrementi molto limitati negli anni successivi. Furono introdotti vincoli stringenti per le Regioni in deficit — come Lazio, Campania, Calabria e Sicilia — obbligate a varare piani di rientro con tagli alla spesa, limiti alle assunzioni e riorganizzazione delle strutture ospedaliere.
Il Patto puntava inoltre a:
• rafforzare il controllo sulla spesa farmaceutica, con l’introduzione di tetti e meccanismi di compensazione per le Regioni che li superavano;
• potenziare i sistemi informativi per monitorare i costi e le prestazioni;
• verificare il rispetto dei LEA, tramite indicatori nazionali e regionali.
Il risultato fu un sistema più attento alla sostenibilità economica, ma spesso a scapito dell’ampliamento dei servizi e del reclutamento di personale, con conseguenti disparità territoriali.
Il Patto per la Salute 2014–2016
Firmato il 10 luglio 2014, durante il governo Renzi, rappresentò una svolta più propositiva. Dopo anni di tagli e austerità, il nuovo Patto introdusse una logica di rilancio e modernizzazione del sistema sanitario.
Il Fondo Sanitario Nazionale venne incrementato (da 109,9 miliardi nel 2014


