Le rivoluzioni non cadono dal cielo

per Gabriella
Autore originale del testo: Alessandro Pagano Dritto
Fonte: ilrererendum.it
Url fonte: http://ilreferendum.it/2014/04/10/pietro-secchia-lantifascismo-la-resistenza-e-gli-ideali/

Le rivoluzioni non cadono dal cielo

 MARCO ALBELTARO – LE RIVOLUZIONI NON CADONO DAL CIELO. PIETRO SECCHIA, UNA VITA DI PARTE – ed. LATERZA

da  ilreferendum.it

Pietro Secchia: l’antifascismo, la Resistenza e gli ideali

di Alessandro Pagano Dritto

Marco Albeltaro, Le rivoluzioni non cadono dal cielo. Pietro Secchia, una vita di parte, Editori Laterza, Roma-Bari, 2014, pp. 235, 22 euro. (Fonte: www.laterza.it)

L’ultimo libro dello storico Marco Albeltaro, Le rivoluzioni non cadono dal cielo. Pietro Secchia, una vita di parte (Editori Laterza, Roma-Bari, 2014, pp. 235, 22 euro) è un libro denso, del quale il recensore può dedurre con una certa facilità che non sarà semplice rendere conto in ogni suo aspetto. È un libro denso per colpa, o per merito, tanto del biografo quanto del biografato, che ci mettono ognuno del suo: il primo, a dare fondo ad archivi e fonti dei tipi più vari − da Roma a Milano passando per Torino, dai diari privati agli articoli di giornale passando per le pubblicazioni anche ma non solo dello stesso Secchia – il secondo, invece, a vivere in pieno il proprio secolo, il Novecento. Un secolo, questo, che, per usare le parole dello stesso Albeltaro, ha avuto, rispetto a quelli che lo hanno preceduto, «un profilo più definito e riconoscibile» (p. V), ma che proprio per questo vale la pena di essere scoperto, con i suoi protagonisti, da «una generazione post novecentesca, nata senza nessuna delle coordinate politiche, sociali, esistenziali e, oserei dire, antropologiche del Novecento» (p. VI): a questa generazione, non a caso, appartiene per sua stessa indiretta ammissione, l’autore del saggio e con lui quello di questa recensione.

La vita di Pietro Secchia (1903-1973), dunque, fu pienamente novecentesca e non mancò nessuno degli appuntamenti fissi cui fu tenuta la sua generazione di militanti: antifascisti, perché Secchia fu un antifascista, e comunisti, perché Secchia fu un comunista. Lo spazio obbliga qui a passarli in volata: la prima guerra mondiale, il biennio rosso, la nascita del Partito Comunista d’Italia (PCd’I) da una costola del Partito Socialista Italiano (PSI), la nascita del fascismo, la clandestinità e il confino, la Resistenza. Secchia visse tutto questo in due vesti principali: quella di giornalista – prima di tutto nella sua Biella, col socialista Corriere biellese e poi col comunista Il Bolscevico – e quella di organizzatore del PCd’I. Questo ruolo gli fu assegnato una prima volta nel 1928 e poi lo mantenne quasi ininterrottamente fino a che contò qualcosa all’interno di quel partito, cioè fino alla metà degli anni ’50.

La prima veste la indossò sin dai tempi di Biella e della sua militanza giovanile: seppure di origini contadine, Pietro Secchia aveva, infatti, potuto frequentare delle buone scuole e dotarsi di una certa cultura, così come di una certa prolificità e vivacità di penna. Fu proprio per questa sua vena, spesso satirica, che dovette allontanarsi dalla città natale e raggiungere Milano, dove i fascisti del posto non lo conoscevano ancora e dove invece conobbe il compagno di partito Luigi Longo, allora a capo della Federazione Giovanile Comunista Italiana (FGCI). Il fatto poi di possedere una pistola e dei proiettili clandestinamente non lo aiutò a evitare di spostarsi.

Miriam Mafai, L’uomo che sognava la lotta armata. La storia di Pietro Secchia, Rizzoli, Milano, 19841, pp. 193, 13.000 lire. (Fonte: www.bibliotecamarxista.org)

A questo proposito giova sfatare un mito, o meglio un equivoco, che risale almeno agli anni ’80, quando un titolo definiva Secchia «l’uomo che sognava la lotta armata» (Miriam Mafai, L’uomo che sognava la lotta armata. La storia di Pietro Secchia, Rizzoli, Milano, 19841, pp. 193, 13.000 lire): Albeltaro prende a più riprese le distanze da questa categorizzazione quasi totalizzante, dimostrando come questa certa componente del suo pensiero vada rilegata a determinati periodi e contesti e non assunta come inderogabile costante. Si deve saper iscrivere Secchia nel suo Novecento e avere coscienza di determinate dinamiche per poterlo giudicare correttamente, altrimenti se ne falserà l’immagine.

La seconda identità di Secchia fu quella di organizzatore del partito, ruolo che ereditò in un periodo molto delicato in cui il PCd’I aveva per poco e da poco evitato il dissolvimento. Secchia predicò da subito il pugno duro con le spie che al suo interno avevano causato l’arresto e quindi l’inattività di, secondo calcoli dello storico Paolo Spriano, circa un terzo dei militanti: un atteggiamento, quello del partito contro le spie, che Secchia non esitò a definire «strafottente» in una seduta verbalizzata dell’8 giugno 1928. In un paio di punti del libro Albeltaro si sofferma a spiegare nel dettaglio in cosa dovesse consistere per Secchia, tecnicamente, questa nuova organizzazione. Qui rimandiamo alle pagine dello storico il lettore curioso, limitandoci a cogliere quella che invece fu una costante dell’uomo di vita quanto dell’uomo di partito: quella di «organizzare un’improvvisata», come dice il titolo del capitolo quarto, ovvero sentire la necessità di organizzare in modo che non si disperdesse in mille rivoli ogni movimento spontaneo. Un ruolo questo che spettava non ad altri che al partito rivoluzionario di cui Secchia si sentiva militante: «Nelle parole di Secchia – scrive Albeltaro – c’è infatti tutta la convinzione di una superiore intelligenza di cui il partito sarebbe depositario. Un’intelligenza che gestisce le masse con un atteggiamento paternalistico, ma che lo fa all’interno di una mitologia che ruota attorno all’idea che il proletariato sia antropologicamente superiore» (p. 34).

Quando il suo più stretto collaboratore, Carlo Seniga, nel 1954 fuggirà con una cifra pari a 9 milioni di euro di oggi, forse deluso che Secchia non si fosse messo a capo di un partito che stesse alla sinistra del PCI, Albeltaro giudicherà l’idea semplicemente assurda per chiunque lo conoscesse (p. 175). Nulla avrebbe convinto Secchia a tradire la dimensione totale dei suoi orizzonti, il partito, fuori dal quale nessuna azione rivoluzionaria sarebbe stata possibile e dentro il quale si doveva invece lottare per migliorarlo. Sul partito e sul suo rapporto con l’ideale – il comunismo, per lui – Secchia ebbe modo di scrivere anche queste parole che ne mostrano forse la coscienza e la lungimiranza: «Differenza tra partito e ideale. Il partito è uno strumento per realizzare un ideale, non va confuso con l’ideale stesso. Il comunismo è una concezione ideale della società» (cit.; p. 212). Al figlio Vladimiro dirà, infatti, poco prima di morire: «Sono convinto che se le mie posizioni fossero state seguite, noi non ci troveremmo nelle condizioni di oggi. Non dico che si sarebbe potuto fare la rivoluzione. Ma certo si poteva fare molto di più, mantenendo il carattere rivoluzionario al partito, per sostenere, difendere e portare avanti certe posizioni che avevamo conquistate» (cit.; p. 228). Sono le parole di un uomo deluso che già aveva così criticato l’andamento degli ultimi anni, a giochi ormai per lui conclusi: «Si lotta soltanto contro coloro che vengono definiti conservatori soltanto [sic] perché vorrebbero conservare al partito comunista le caratteristiche di un partito comunista» (cit.; pp. 192-193)

Pietro Secchia dopo la Liberazione; per il biellese, un periodo di grandi speranze che si risolse presto in un’amara delusione. Alla sinistra della foto si può notare Palmiro Togliatti.
(Fonte: www.cedocsv.blogspot.com)

Chiudiamo quindi ricordando il periodo più felice e allo stesso tempo, per i suoi esiti e per il modo in cui fu trattato, la più grande delusione vissuta da Secchia: la Resistenza. Quello fu un periodo in cui la lotta armata divenne una realtà e che Secchia intese per certo come una svolta per la storia nazionale. Al comando del compagno di militanza giovanile Luigi Longo, ex garibaldino di Spagna, Secchia fu Commissario politico delle formazioni armate comuniste, le Brigate d’Assalto «Garibaldi», e si spese tra il partito settentrionale – Umberto Terracini era a capo della sezione romana, in territorio ormai già alleato – e il Comitato di Liberazione Nazionale (CLN), che rappresentava per lui il vero fulcro politico del futuro. Dopo il 25 aprile Secchia sarebbe, dunque, rimasto volentieri a Milano, ma fu chiamato a Roma da Palmiro Togliatti, che lo voleva ancora ad organizzare il partito. Seppure a malincuore, Secchia allora obbedì e partì alla volta di Roma con Cino Moscatelli e un pugno di partigiani a lui fedeli, stringendo in mano una lista di nomi che nelle intenzioni avrebbero dovuto portare nei burocratici uffici palatini, a lui molto poco congeniali, un po’ di fresco vento del Nord. Poche settimane dopo già scriveva: «Caro L. [Longo], ancora una volta siamo rimasti fregati; qui il governo conta un cazzo, ma è la sola cosa di cui si occupa T. [Togliatti], la Resistenza è svalutata, i CLN li vogliono smobilitare. In parte dipende anche dal fatto che non si sono trovati loro al Nord. Se ci fossero stati loro ed altri dei grandi che oggi governano, forse ci sarebbe una maggiore valorizzazione della Resistenza» (cit.; p. 144).

Pietro Secchia.
(Fonte: www.senato.it)

Ci sarebbe molto altro da dire su Secchia che emerge dalle pagine di questa nuova biografia firmata da Marco Albeltaro: molti altri fatti, molti altri aspetti di una vita, appunto, densamente vissuta e densamente descritta. Ma lo spazio di una recensione è spesso avaro e in casi come questi non ne dà la possibilità. Sarà quindi il lettore curioso o incuriosito ad andare a leggere da sé. Qui si spera solo di aver dato un’idea della complessità di un personaggio novecentesco come lo fu Secchia, di un «rivoluzionario professionale novecentesco» (p. V), come lo chiama il suo biografo più e più volte lungo tutto il libro.

Cosa può rimanere di un personaggio così, al di là delle sue convinzioni strettamente politiche? Limitare persone come Secchia alla propria fede politica di comunisti sembra oltre modo riduttivo, soprattutto per una generazione come quella descritta da Albeltaro all’inizio del suo libro e di questa recensione: una generazione non più novecentesca, post novecentesca, chiamata a una totale analisi e riconsiderazione dei valori del secolo breve. Rimane allora forse, piuttosto, un certo modo di intendere la vita e la politica come lotta, come ideale. Rimangono forse, ancora una volta, queste ultime parole del militante biellese, pronunciate sul finire della vita: «Ciò servirà a dare delle idee, degli orientamenti, delle speranze ai giovani. Servirà a dimostrare che per tutta la mia vita, pur essendo sempre stato un comunista e un rivoluzionario e avendo lottato soprattutto contro il capitalismo, per la rivoluzione socialista, non ho mancato di lottare anche in seno al mio partito per sostenere e fare trionfare certe posizioni contro il revisionismo e contro l’opportunismo di ogni sorta» (cit.; p. 228).

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