Non consumiamo Enrico Berlinguer

0
129

di Antonio Napoletano da facebook

L’Italia televisiva s’è scoperta improvvisamente berlingueriana e berlingueriani i suoi sicofanti della prima serata con speciali e rievocazioni confuse, incerte nel calcare il vecchio e mai dismesso anticomunismo di sempre, ma tutte dedite all’esaltazione ‘del buon padre di famiglia’ – come ha fatto sua figlia – spericolato marinaio della domenica, tutto casa e direzione del PCI.

E in questa Italietta a dimensione renziana, anche questa edulcorata agiografia, così ruminata dal sistema onnivoro dei media, serve a fare quella brodazza melensa e inverosimile che, dai giornali, appena letti nei titoli, agli speciali televisivi finisce col travasare sulle magliette. Così sta nascendo sotto i nostri occhi il mito del comunista quasi non comunista, ultima, imperfetta mutazione di quella genia di mostri così poco italiani. Genia iniziata da Gramsci, arrivata perigliosamente via Togliatti, trasmessa in arrticulo mortis a Longo e giunta, ancora una volta per accidente, fino a lui: al Berlinguer, giovin marchese e figlio di framassone, iscritto – come non si mancò di ridire al suo apparire – da giovanissimo alla direzione del Partito.

In tutto questo riandare a ritroso, in una specie di paese dei campanelli, senza le feroci lotte ingaggiate da un potere incistato di fameliche corporazioni e di patti indicibili con lo straniero, Enrico – chiamiamolo anche noi così, cedendo a quest’onda di fasulli affetti postdatati – appare amato e venerato quasi subito e in vita da amici (pochi) e da nemici (tanti e perfidamente e indefessamente intenti a fargli l’esame di quanto sangue democratico scorresse nelle sue vene e in quelle del suo partito).

La sua ascesa alla segreteria appare irresistibile e senza i numerosi avversari mugugnanti e no che ebbe. Con un gruppo dirigente – quello vasto e composito che andava dal partito al sindacato e alle coop e fino alla più raminga organizzazione di categoria – che, non solo storceva il naso alla sua maldestra e dichiarata non ‘modernità’, ma remava contro colui che apparve loro e da subito come l’anticraxi, l’antisocialista per antonomasia e, forse, lo fu anche, ma come scordare quello che erano e quello che facevano i socialisti d’allora (non solo quello che scrivevano e che, peraltro, erano i primi a non tener da conto nelle sempieterne trattative in cui erano impegnati)? Sicché l’uomo, però, piacque, piaceva alla sua gente, agli iscritti, ai milioni di elettori. C’era poco da fottere: Berlinguer fu intoccabile perché così vollero le masse. E di fronte a questo consenso, così facile a una sorta di stordimento amoroso per lui, per quello che diceva, per come parlava e si atteggiava, per come stava in mezzo alla gente e alla sua gente, che destra e sinistra nel partito, ma più la destra migliorista, dovette ingoiare continbui rospi. E si trattò di dichiarazioni, prese di distanza, modi di fare che non avrebbe mai approvato, almeno in quel modo e che si dedicò a ridimensionare come un basso continuo per tutta la sua esistenza di Capo del Partito, irridendolo, precisando, correggendo, nascondendo, riaffermando.

Così, come fanno ridere oggi, le dichiarazioni d’amore appassionato dei sinistri sinistri, quelli che l’avrebbero scorticato vivo, quelli che non cessarono neppure un attimo di dirne peste e corna, di tacciarlo nei loro giornali, manifesti, volantini, slogan urlati nei cortei, come la quintessenza della controrivoluzione, della resa al nemico di classe, descrivendolo come sanguinario reggicoda della ragion di stato, mentre loro se ne andavano in giro per Roma a intavolare trattative farsa con quelli che ancora non sappiamo per conto di chi eseguirono la sentenza di morte di Aldo Moro (e della politica, la grande politica, di Enrico Berlinguer). Infami, già pronti a passare armi e bagagli al nuovo uomo della provvidenza, a fare gli aedi della nuova ‘rivoluzione liberale’. Facce di tolla che non hanno mai neppure per un attimo mostrato un minimo di resipiscenza.

E che dire poi dei suoi stessi ‘giovanotti’. Quelli che da lui appresero, senza averne la qualità morale e la cultura per sostenerla, la dignità del comando, ma soprattutto si dimostrarono incapaci di quel senso della misura, di quella fedeltà ai propri ideali, di quel modo di stare con e tra le masse che Enrico incarnava con la naturalezza di chi non potrebbe vivere diversamente. Non consumiamo Enrico Berlinguer.