PNRR: il conto che arriva nel 2026: siamo riusciti a buttare 200 miliardi di euro

per Gian Franco Ferraris

PNRR: il conto che arriva nel 2026: siamo riusciti a buttare 200 miliardi di euro

I casi folkloristici fanno notizia, ma non spiegano il problema. Il vero punto è un altro: una spesa frammentata e lenta che rischia di presentare il conto, tutto insieme, nel 2026.

Da mesi il dibattito sul PNRR si alimenta di esempi isolati: il “circolo della briscola”, la cattedrale nel deserto, l’intervento inutile o fuori scala. Ma l’errore sarebbe credere che il guasto stia soprattutto negli episodi caricaturali. La crisi, semmai, è di sistema: la mancanza di un disegno organico e la difficoltà strutturale dello Stato nel trasformare risorse in opere, servizi, crescita.

Industria, sanità, welfare, infrastrutture: settori che avrebbero richiesto poche priorità chiare e una catena di comando efficiente. Invece, in troppi casi, la spesa si è dispersa in una miriade di misure, spesso scollegate tra loro, con un effetto “a pioggia” che attenua l’impatto e moltiplica le complicazioni. In parallelo, la macchina amministrativa ha mostrato tutte le sue fragilità: stazioni appaltanti sottodimensionate, competenze disomogenee, turn over, procedure che si allungano, una burocrazia che tende a proteggersi dietro il formalismo. I controlli sono indispensabili, ma quando diventano un labirinto di adempimenti anziché una garanzia di qualità, l’effetto finale è lo stesso: ritardi, rinvii, rincorse.

Il risultato è sotto gli occhi di tutti: fondi disponibili, ma attuazione faticosa; progetti approvati, ma cantieri che arrancano; scadenze che si avvicinano e interventi che rischiano di diventare “spesa dell’ultimo minuto”. È qui che il PNRR smette di essere solo un tema di buona amministrazione e diventa una questione di rischio paese.

C’è infatti un punto che pesa più delle polemiche: l’impatto sui conti pubblici dei prestiti PNRR ancora da spendere. Le sovvenzioni europee hanno una natura diversa; il nodo vero sono i prestiti e la spesa pubblica da essi finanziata, che può incidere sulla dinamica del rapporto deficit/PIL nei prossimi due anni.

I numeri disponibili indicano che, dei 122,6 miliardi di prestiti spettanti all’Italia, 68,7 miliardi sono già stati erogati e 53,9 miliardi devono ancora arrivare. Ma quanti dei 68,7 miliardi sono già stati effettivamente spesi e hanno quindi già inciso sui deficit fino al 2024? Non abbiamo un dato certo. Sappiamo però che, per le note difficoltà organizzative delle stazioni appaltanti, una parte significativa di quelle risorse rischia di tradursi in pagamenti e cantieri soprattutto nel 2026, quando il PNRR arriva a scadenza.

Anche assumendo in modo ottimistico che dei 68,7 miliardi già erogati circa 20 miliardi siano ancora da spendere, sommati ai 53,9 miliardi non ancora incassati portano a circa 75 miliardi complessivi: quasi il 4% del PIL. Se una quota rilevante di questa spesa dovesse concentrarsi nell’ultimo anno, il rischio è chiaro: una pressione significativa sul rapporto deficit/PIL proprio nel 2026, quando le margini di manovra potrebbero essere più stretti.

In altre parole, il PNRR rischia di chiudersi come è stato gestito: non come una trasformazione ordinata, ma come una corsa contro il tempo. E quando lo Stato corre in affanno, non vince l’efficienza: vince l’improvvisazione. Con il risultato peggiore possibile: un’occasione storica ridotta a una sommatoria di micro-interventi, e un’eredità di debito e conti più pesanti senza il corrispettivo in crescita, servizi e infrastrutture.

Il problema, oggi, non è “difendere” o “attaccare” il PNRR. Il problema è evitare che diventi la dimostrazione definitiva di una debolezza italiana: la capacità di spendere molto senza cambiare davvero nulla. E se la modernizzazione promessa non arriva, il conto – quello sì – arriva puntuale. Nel 2026.

Come volevasi dimostrare: siamo riusciti a buttare 200 miliardi di euro

(Stefano Iannaccone – editorialedomani.it) –

Campi di padel, tornei di briscola, app per le diocesi, fondi a pioggia agli hotel per le ristrutturazioni. E ancora: società pubbliche “fantasma”, soldi a fondazioni, associazioni, musei di ogni risma.

Ma, nel mare magnum del Pnrr, non passa inosservato il finanziamento approvato all’Unione astrofili italiani con lo scopo di «promuovere la cultura scientifica e valorizzare la conoscenza del cielo notturno stellato, attraverso la creazione di una rete nazionale». Finanziamento previsto? 50mila euro abbondanti.

Tavolata Pnrr

Al banchetto del Piano nazionale di ripresa e resilienza si sono seduti un po’ tutti. Almeno chi ne ha avuto la possibilità.

Certo, le risorse sono state stanziate dopo apposite domande validate anni addietro, volate sopra le teste dell’attuale ministro, Tommaso Foti. Dunque, a monte c’è una decisione consapevole. Gli effetti sul Pil italiano non sono stati decisivi. E Confindustria ha lanciato l’allarme sull’economia «quasi ferma» e oggi gli investimenti del Pnrr «sono l’unica spinta». La luce sta per spegnersi e le riforme latitano. «Non sono stati centrati gli obiettivi di migliorare tasso di crescita economica, rimuovendo lacci di natura regolamentare e amministrativa», dice l’ex economista del Fmi, Fabio Scacciavillani.

I progetti hanno spesso una ridotta platea di beneficiari. Uno dei casi è quello dei campi di padel per la palestra di Vigo di Cadore, 1.500 abitanti in provincia di Belluno. Next Generation Eu, il nome europeo del piano, ha messo a disposizione un importo di 300mila euro. Stessa somma destinata al comune di Castelpagano (1.300 abitanti), nel Sannio, per il percorso fitness nella pineta comunale.

È stato confermato, con un decreto del 2025, poi il progetto “un giro di briscola”, elaborato nel modenese, per la socializzazione delle persone anziane: la spesa è di 222mila euro. E se lo stadio di Firenze è stato eliminato dalle opere finanziabili dal Pnrr, su richiesta dell’allora ministro, Raffaele Fitto, è andata meglio allo stadio “Mimmo Garofalo” di Tursi, in provincia di Matera: il Pnrr ha previsto un importo di 700mila euro per la realizzazione del campo in erba sintetica e per la copertura della gradinata. Dunque, il Franchi no, ma sì al Ciullo di Salve (4.500 abitanti), in provincia di Lecce: il completamento della struttura è costato un milione di euro.

Sul fronte culturale, come già raccontato da Domani, nel Pnrr cultura, sono stati assegnati circa 40mila euro alla fondazione Magna Carta presieduta dall’ex ministro berlusconiano, Gaetano Quagliariello, con lo scopo di rifare i contenuti editoriali del sito e potenziare l’e-commerce. Mentre alla pro loco di Castel Viscardo (Terni), è stato approvato un importo di oltre 25mila euro per la «creazione del primo borgo umbro nel metaverso». Un turismo immersivo.

In mezzo alla miriade di micro-progetti ne spuntano tanti altri, che non hanno portato di certo impennate per il Pil. Stando ai database pubblici, l’associazione museo della Bora di Trieste è stata ammessa al finanziamento per 75mila euro (che risultano ancora da erogare) per la «digitalizzazione del patrimonio analogico del magazzino dei venti attraverso installazioni digitali».

Mentre la diocesi di Massa Carrara-Pontremoli ha ricevuto il via libera al finanziamento (per un massimo) di 75mila euro. La finalità? Un’app da scaricare sugli smartphone per promuovere il patrimonio religioso della zona.

Il caso della 3-i spa

Il Pnrr è anche la fotografia delle cattedrali nel deserto, non per forza fisiche. Il paradigma è la 3-i spa, società pubblica pensata per favorire la digitalizzazione di tre colossi, Inps, Inail e Istat, che sono infatti diventate socie per gestire la spa che avrebbe dovuto assorbire una serie di servizi. Era una delle “milestone” del Pnrr.

A tre anni dalla fondazione, la 3-i resta un oggetto misterioso. Un dato è singolare: una società che si occupa di digitalizzazione non aggiorna nemmeno il proprio sito. A inizio settembre, nel cda è entrato Paolo Guidelli al posto di Ester Rotoli, mentre il presidente del collegio sindacale è diventato Stefano Moracci in sostituzione di Cosimo Giuseppe Tolone. Informazioni non riportate dal sito dopo vari mesi.

Il problema è pure il piano industriale, tuttora in costruzione, mentre i conti traballano. Significativo è il bilancio del 2024. La differenza tra entrate e uscite è stata di oltre 600mila euro: per ammortizzare, il management ha compiuto degli investimenti per 500mila euro. Operazioni finanziarie “salva-conti”, che non sono il core business della società. Nei mesi scorsi c’è stato qualche passettino in avanti. «Nel 2025 sono stati sottoscritti gli accordi di servizio con gli enti coinvolti, segnando l’avvio a regime della società», spiegano a Domani fonti di governo.

A chiudere il cerchio gli stanziamenti del ministero del Turismo, già quando c’era Massimo Garavaglia con il governo Draghi: affittacamere, agriturismi, hotel, bed&breakfast e ristoranti hanno beneficiato di 600 milioni di euro di incentivi, 150 milioni a fondo perduto. Il Pnrr è un’occasione per molti, insomma. Specie per i musei più fantasiosi.

A Ficarra (Messina), oltre 90mila euro sono stati previsti per il museo del giocattolo medievale, e i 600mila euro per il museo del prosciutto a Langhirano (Parma). A Sala Consilina (Salerno), infine, c’è il progetto Casa Surace, con un importo di circa 39mila euro, per «un portale digitale per tramandare le leggende italiane». Per un Pnrr da lasciare ai posteri.

Babelezon bookstore leggi che ti passa

Articoli correlati

Lascia un commento

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.