Fonte: facebook
di Alfredo Morganti 11 dicembre 2014
Venticinque anni fa, con il PCI, abbiamo buttato via tutto il resto. Ci pensavo leggendo i resoconti dell’assemblea con Orfini a Laurentino 38. E in quel ‘resto’ c’è pure la responsabilità politica e morale. Quella che spingeva i partiti (oggi defunti) a farsi carico di scegliere i candidati, presentarli all’esame degli elettori, convincere questi ultimi con uomini, programmi e idee adeguati, e raccogliere infine, nel bene e nel male, i frutti di questo lavoro in termini di risultato elettorale. Si poteva perdere anche presentando una lista di persone per bene, anche presentando programmi all’altezza della situazione. È successo a Roma, è successo in Italia. Poteva accadere, il popolo una volta era sovrano. Nessuno riteneva che si dovesse VINCERE A TUTTI I COSTI. Ricorrendo persino a mezzucci comunicativi, furbate o paraculate di ogni sorta. Nessuno pensava, ancora, che si potesse lasciare ai passanti, alle comunità straniere adescate magari con un pacco di pasta, agli iscritti dell’ultimissima ora (e spesso ignari) l’onere (il tremendo onere) di candidare persone giuste per gli incarichi pubblici che si ritenevano loro adeguati, di scegliere i gruppi dirigenti, la leadership, la nostra rappresentanza locale e nazionale. Ma come è stato possibile che la sinistra abbia perduta coscienza e autonomia sino al punto di vendere se stessa (e oggi sappiamo anche la propria anima) a uno stile da carosello pubblicitario e, in certi momenti, persino criminale?
Pochi sanno che, trenta anni fa, per iscriversi al PCI bisognava fare gavetta. Andare in sezione continuativamente, presentarsi, mostrare le proprie capacità, il proprio impegno, il proprio disinteresse, la propria moralità e POI, soltanto POI, magari a distanza di mesi, anni, vedersi accettata la proposta di iscrizione. Se mancavano i soldi per l’affitto dei locali della sezione non si facevano botte volanti e alla cieca di tesseramento straordinario, si faceva una sottoscrizione tra gli iscritti e i tra i cittadini. Trenta anni fa, quando c’erano i partiti, si andava porta a porta a chiedere soldi e idee, si certificava sino all’ultima lira raccolta, si raggiungevano obiettivi che oggi nemmeno se li sognano questi qui. Ripeto: questi qui. Forse perché i comunisti erano diversi? Non credo, erano diversi i tempi e i metodi. Ed erano pure diversi i dirigenti, le persone, le comunità. Era diversa la politica, che ancora aveva una sua autonomia rispetto a tutto il resto (comunicazione, tecnica, finanza, e persino criminalità). E se spuntavano casi di malaffare (ma siamo già negli anni 80-90) quei partiti avevano tali anticorpi in se stessi (tale partecipazione, tale moralità personale, tale disinteresse, tale radicamento nei quartieri e nel popolo) che il virus veniva subito attaccato. E si poteva rialzare la testa. Feriti, ma ancora in piedi.
Oggi leggo che Orfini vuole l’anagrafe patrimoniale degli eletti. Ma, se invece di farli nominare in lista da non si sa chi, fossero stati scelti responsabilmente, di modo che qualcuno (compresa un’assemblea di dirigenti o iscritti) fosse oggi imputabile della scelta e potesse pagare, non sarebbe stata la cosa migliore? Se invece di consentire iscrizioni self service o primarie fast & furious, si tornasse all’idea che per essere in un partito si deve entrare in un tunnel di impegno disinteressato e di formazione? E poi in caso si riceve la tessera? Se tornassimo alla convinzione comune che, per candidarsi, non si deve essere figli della classe dirigente, parenti o amici di un criminale, fedeli a un poco di buono, o vincere delle parlamentarie goffe, casuali, improvvisate, forse irreali? E se uccidessimo finalmente il tarlo di ritenere che la politica sia un interessante sbocco professionale e ben retribuito? Ma se il partito (il partito?) tornasse ad assumersi delle responsabilità invece di delegarle alla cieca e sconsideratamente, oggi, al passante, domani al leader che appare in Tv, e dopo domani a qualche losco figuro di un qualche sottobosco (non è necessario che sia un criminale, basta che sia uno di cui non sappiano nulla e di cui non conosciamo gli obiettivi veri)? Se, insomma, il partito tornasse partito (con le sue regole, la sua partecipazione, la sua responsabilità, il suo radicamento sociale, il suo esser di parte, il suo orgoglio, le sue idee, le sue passioni e, dopo, ma molto dopo, in ultimo, anche la sua leadership – se il partito tornasse partito, non sarebbe la cosa migliore invece di fare le carnevalate in periferia a uso dei media?
PS. Non credete che Roma sia il male e tutto il resto del Paese il bene. Sarebbe ingenuo o in malafede. Il male è ovunque. In diverse gradazioni. Così come il bene. Guardatevi attorno.



1 commento
Condivisione piena: la vita nel PARTITO era quella.