Economia

Pubblicato il 24 febbraio 2018 | di Nicola Acocella, Davide Antonioli, Lucio Baccaro,, Colonia Roberto Balduini, Annaflavia Bianchi,

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“Neoliberismo ed Europa, serve una svolta”. Lettera aperta a Liberi e Uguali

“Liberi e Uguali non sta riuscendo in quello che si era esplicitamente proposto, cioè chiamare a raccolta quel ‘popolo di sinistra’ che sempre più numeroso ha abbandonato il Pd”. Da un gruppo di intellettuali un appello affinché LeU dia un forte segnale di discontinuità con il passato, soprattutto rispetto all’accettazione delle idee del neoliberismo e all’adesione al Trattato di Maastricht e agli accordi che ne sono seguiti.

per aderire all’appello: appelloaleu@gmail.com

Negli ultimi quarant’anni la scienza e la tecnologia hanno fatto progressi inimmaginabili e la ricchezza del mondo è aumentata, tanto nei paesi che avevano un minor livello di sviluppo che in quelli di più antica industrializzazione. In questi ultimi, però, la maggiore ricchezza generata è andata quasi esclusivamente nelle mani di un piccolo numero di persone, invertendo la tendenza a una più equa distribuzione che si era verificata a partire dalla fine della seconda guerra mondiale. Non si è trattato di una fatalità o di un fenomeno impossibile da controllare: è stato il frutto dell’ideologia economico-politica che ha conquistato l’egemonia dagli anni ’80 del secolo scorso.

Da questa ideologia si sono lasciati conquistare anche i partiti della sinistra storica, tanto da essere in molti casi protagonisti, come forze di governo, delle politiche che da essa venivano dettate. L’Unione europea è nata sulla base di questa ideologia, le cui linee fondamentali sono ben sintetizzate dalle parole di Guido Carli, subito dopo la firma del Trattato di Maastricht, riportate nelle sue memorie: “L’Unione Europea implica la concezione dello ‘Stato minimo’, l’abbandono dell’economia mista, l’abbandono della programmazione economica, una redistribuzione delle responsabilità che restringa il potere delle assemblee parlamentari e aumenti quelle dei governi, l’autonomia impositiva degli enti locali, il ripudio del principio della gratuità diffusa (con la conseguente riforma della sanità e del sistema previdenziale), l’abolizione della scala mobile, la riduzione della presenza dello Stato nel sistema del credito e dell’industria, l’abbandono di comportamenti inflazionistici non soltanto da parte dei lavoratori, ma anche da parte dei produttori di servizi, l’abolizione delle normative che stabiliscono prezzi amministrati e tariffe. In una parola: un nuovo patto tra Stato e cittadini, a favore di quest’ultimi”. Carli dimenticò di precisare “a favore di una parte di quest’ultimi”, ma per il resto la descrizione di quello che sarebbe accaduto è quanto mai precisa e definita.

Questa è l’Europa dell’euro e del Trattato di Maastricht a cui ci siamo legati. Con una aggravante: il dominio politico-economico della Germania e dei suoi alleati, a cui per ragioni storiche è stata associata la Francia. Questo gruppo di paesi guida l’Unione in base ai suoi specifici interessi, anche quando confliggono con quelli degli altri membri. Pensare di riuscire a cambiare sostanzialmente questa situazione è puramente illusorio: la modifica dei trattati richiede l’approvazione all’unanimità, che implicherebbe la rinuncia da parte del “nucleo forte” a una situazione che lo favorisce. La prospettiva è semmai di un peggioramento: le linee della riforma della governance europea, che dovrebbe essere approvata entro il prossimo anno, sono frutto di una trattativa essenzialmente tra Germania e Francia. Se verrà approvato lo schema attualmente in discussione, le conseguenze per l’Italia saranno pesantissime. Il nucleo-guida ha già dimostrato di non tenere in alcun conto le ragioni del nostro paese: da oltre tre anni abbiamo chiesto ufficialmente di cambiare il metodo di calcolo del Pil potenziale, che è la base di giudizio per i conti pubblici e che è stato giudicato poco attendibile da un gruppo di esperti incaricato di valutarlo dalla stessa Commissione, e ad oggi non abbiamo ottenuto alcun risultato. Questo è senza dubbio un pessimo segnale per il futuro.

I partiti politici che si sono alternati al governo dell’Italia hanno pesanti responsabilità per la situazione in cui ci troviamo. Ma ancor di più ne hanno i partiti di sinistra, che, come nel resto d’Europa, si sono convertiti ad una “terza via” inesistente, perché altro non era che un’adesione incondizionata al neoliberismo. La gestione della crisi ha poi portato alle estreme conseguenze questa linea politica: una scelta pagata dai partiti socialisti e socialdemocratici europei con disastrosi crolli elettorali.
Il Pd, dopo un’evoluzione (o involuzione) durata quasi un trentennio, è definitivamente approdato alla completa condivisione dell’ideologia neoliberista. Molti dei suoi elettori lo hanno via via capito, e non ritenendo che vi fossero alternative valide hanno fatto arrivare il numero di chi si astiene dal voto a livelli mai toccati prima nella storia della Repubblica.

Liberi e uguali è un partito nato dichiarando esplicitamente di voler dare rappresentanza agli elettori della sinistra riformista. I sondaggi dicono però che ci sta riuscendo in modo molto parziale e che anzi negli ultimi mesi le intenzioni di voto mostrano una tendenza discendente. Se il risultato sarà quello delle attuali stime, che lo prevedono tra il 5 e il 6%, sarà sufficiente a superare la soglia necessaria ad eleggere una rappresentanza parlamentare, ma avrà coinvolto la metà o forse meno del suo elettorato potenziale.

Noi che sottoscriviamo questo documento crediamo che ciò avvenga perché LeU non ha dato precisi segnali di discontinuità rispetto al processo che ha portato i partiti tradizionali della sinistra a convertirsi alle idee del “pensiero unico” e alle scelte che questo ha comportato, prima fra tutte quella di disegnare un’organizzazione sociale funzionale ai desideri (non alle “necessità”) del mercato, subordinando ad essi le istanze di promozione sociale che la Costituzione pone come scopo della Repubblica. A parte alcune eccezioni, ci sembra che il suo atteggiamento rispetto all’Europa reale sia superficiale e reticente: non ha senso vagheggiare una ipotetica “Europa più giusta, più democratica e solidale” per cui non ci sono le condizioni né ci saranno nel prossimo futuro. Occorre invece porsi il problema di cosa fare per non farsi schiacciare dall’Europa che c’è. Che non abbia avuto il coraggio – o forse la convinzione – di dire che la strada dell’ultimo quarto di secolo era sbagliata per chi si ponga in un’ottica di sinistra. Riconoscere i propri errori è la condizione di base per elaborare una visione nuova, che proponga un’alternativa a una società che ha fatto aumentare le disuguaglianze in modo insopportabile, ha trasformato il lavoro in precariato e sfruttamento e promette ai nostri figli una vita peggiore di quella dei loro padri. Un primo passo può essere quello di proporre che sia possibile sottoporre preventivamente al giudizio della Corte Costituzionale, anche su iniziativa dei cittadini, le norme e gli accordi che hanno origine dall’Unione europea. Come del resto avviene in Germania.

Alcuni di noi hanno deciso che non voteranno LeU alle prossime elezioni, ma potrebbero cambiare idea se ricevessero risposte chiare ai problemi che qui sono stati posti, così come farebbero numerosi altri elettori del “popolo della sinistra”. Oppure no, se le riterranno insufficienti. Altri di noi hanno deciso che voteranno LeU comunque, per preservare un riferimento a sinistra, ma non smetteranno, anche dopo le elezioni, di insistere sulle scelte di fondo di cui qui si è detto.

Spetta ora ai dirigenti di LeU offrire un segnale senza ambiguità se vogliono davvero riconquistare il popolo della sinistra. Altrimenti sono destinati a seguire la sorte dei partiti socialisti e socialdemocratici che sono passati dal governo all’irrilevanza.

Primi firmatari:

Nicola Acocella, economista, univ. La Sapienza
Davide Antonioli, economista, univ. Chieti-Pescara
Lucio Baccaro, direttore Istituto Max Planck, Colonia
Roberto Balduini, dirigente, Roma
Annaflavia Bianchi, economista, univ. Ferrara
Luigi Bosco, economista univ. Siena
Sergio Cesaratto, economista, univ. Siena
Guglielmo Chiodi, economista, univ. La Sapienza
Carlo Clericetti, giornalista, Roma
Massimo D’Angelillo, economista, Bologna
Massimo D’Antoni, economista, univ. Siena
Sebastiano Fadda, economista, univ. Roma 3
Daniele Girardi, economista, univ. del Massachusetts
Andrea Guazzarotti, costituzionalista, univ. Ferrara
Ugo Marani, economista, univ. Napoli L’Orientale
Salvatore Monni, economista, univ. Roma 3
Antonio Musolesi, economista, univ. Ferrara
Domenico Mario Nuti, economista, univ. La Sapienza
Leonardo Paggi, storico, già docente universitario
Paolo Pini, economista, univ. Ferrara
Geminello Preterossi, Filosofo del diritto, univ. Salerno
Fabio Ravagnani, economista, univ. La Sapienza
Pasquale Santomassimo, storico, univ. Siena
Roberto Schiattarella, economista, univ. Camerino
Alessandro Somma, giurista, univ. Ferrara
Antonella Stirati, economista, univ. Roma 3
Francesco Sylos Labini, fisico Centro Enrico Fermi, Roma
Mirco Tomasi, economista, Bruxelles
Leonello Tronti, economista, univ. Roma 3
Antimo Verde, economista, univ. Tuscia
Marco Veronese Passarella, docente economia, univ. Leeds
Paolo Piacentini, economista, univ. La Sapienza
Marzia Zanardi, pensionata, Bologna
Gennaro Zezza, economista, univ. Cassino e Levy Institute

(24 febbraio 2018)

Autore Originale del Testo: Nicola Acocella, Davide Antonioli, Lucio Baccaro,, Colonia Roberto Balduini, Annaflavia Bianchi,

Nome della Fonte: Micromega

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