Politica, teoria, bene comune e sinistra. Un vero rovello

1
228

di Alfredo Morganti

 Leggo in questi giorni molte analisi, tutte orientate a chiarire come andrebbe configurata oggi la battaglia politica dell’opposizione. Ognuno ha la propria proposta ma tutte o quasi si concentrano sulla necessità di ‘battere’ la destra, di riorientare l’opinione pubblica, di cogliere consensi ‘contro’. ‘Vincere’ insomma. Poi si vedrà. Nessuna sfiora nemmeno un po’ il tema di fondo oggi, ossia quello del ‘governo’. Non l’esecutivo, si badi, ma il ‘governo’ in senso largo, compresi il Parlamento e le altre forme istituzionali, ossia la capacità di porre concretamente mano agli infiniti problemi con soluzioni che siano all’altezza della propria rappresentanza e del bene comune.

La politica è fatta di idee, proposte, programmi, soluzioni, prassi. Il compito è quello di trascendere la semplice amministrazione (tappare le buche stradali, ad esempio) mutandola in politica (un programma di manutenzione urbana) adottando quindi specifico punto di vista (partire dalle periferie). Tutto ciò, con l’occhio sempre aperto all’unica ragione per cui si dà una polis, quella di risolvere assieme (ma conflittualmente!) i problemi legati al nostro vivere comune. Ovviamente da punti di vista e di rappresentanza anche opposti e rigidamente alternativi, ingaggiando una durissima lotta democratica. Ma questo è la politica: agone e prassi – e non tecnica (la soluzione è una sola) e nemmeno pura teoria (idee disincarnate). Una teoria che abbia la forma di una prassi concreta, istituzionale anche, attenta ai meccanismi effettivi di governo e trasformazione, insomma.

Il tema del governo è, dunque, la sfida insuperabile. Potrei quasi dire che la sinistra ‘perde’ anche quando ‘vince’, se poi dinanzi alla ‘macchina’ istituzionale conquistata quasi disdegnandola, dimostra di non saperla guidare e tanto meno riformare. Se le idee restano ‘disincarnate’, se tutto si riduce a un gioco di specchi, vuol dire che la politica è solo teoria o competizione per il potere, lasciando necessariamente inebetiti dinanzi al ‘governo’. Niente di dissimile rispetto a quel che accade in epoca di populismo, quando si infiamma la piazza con l’ideologia per ‘vincere’, magari col maggioritario, e poi approdare al governo scontando tutto l’abisso che separa il movimentismo antecedente dalla grettezza politica e insipienza amministrativa successiva.

Che cos’è il populismo, in fondo? Un pazzesco cortocircuito tra Capo e Popolo. Nessuno capisce, e scalda, e vezzeggia il popolo come il grande Capo populista. Così che, ogni qualvolta si “buca” il tema del ‘governo’, che poi è il tema delle istituzioni, il populismo ci sbrana. Perché il Popolo non va ‘riconquistato’ alla sinistra, al partito, alle teorie, alle strategie e alle tattiche della politica alta o bassa che sia, MA ALLE ISTITUZIONI, ai luoghi della mediazione (e dei conflitti), laddove le proposte prendono forma e si orientano alla risoluzione dei problemi e alla indicazione di un indirizzo politico. È questo il punto. Ma né la ‘nuova’ sinistra post muro, quella del maggioritario, né quella radicale che in questi anni si è ridotta al lumicino ed è parte della crisi (non la sua soluzione), lo hanno capito. Intorno a noi è solo il balbettio di chi propone la soluzione più dirompente, più identitaria o più radicale. Come se il metodo debba essere radicale e non gli obbiettivi.

Ci vuole pazienza, lo so.