Quando i Sette hanno vinto

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Autore originale del testo: Luca Billi
Fonte: i pensieri di Protagora...
Url fonte: https://www.ipensieridiprotagora.com/

Tebe è assediata: l’esercito di Argo dilaga nella pianura che circonda la città e si è schierato davanti alle sue sette porte. Il popolo ha paura, è pronto alla resa, ma il re si mostra forte e riesce a infondere coraggio al suo esercito che, contro ogni previsione, riesce a sventare l’assalto nemico. Le vittime sono tante nel campo tebano, anche il re viene ucciso durante il combattimento, ma alla fine le perdite degli argivi sono ancora più ingenti e la guerra è vinta.

E’ questa, in buona sostanza, la trama della tragedia di Eschilo I sette contro Tebe. Un’opera inconsueta, a partire dal titolo: si tratta infatti dell’unica tragedia tramandata fino a noi in cui nel titolo non è citato il nome di uno dei personaggi o quello del coro: nella tragedia che porta il loro nome nessuno dei sette è mai in scena, neppure il fratello del re di Tebe, l’uomo che ha voluto la guerra, convincendo suo suocero, il re di Argo, a muovere le proprie truppe contro quella che un tempo era stata la sua città e da cui è stato bandito. La tetralogia con cui Eschilo ha vinto le Grandi Dionisie del 467 a.C. è composta da altre due tragedie, intitolate rispettivamente Laio ed Edipo e dal dramma satiresco La sfinge: questi titoli rendono subito chiaro di cosa si parlerà. Evidentemente con quel titolo “strano” Eschilo vuole dire qualcosa al suo pubblico.

Poi è una tragedia un po’ più corta delle altre, con meno personaggi e una struttura arcaica, tanto che negli anni successivi è stata ripresa da altri drammaturghi che vi hanno aggiunto un paio di scene per raccontare cosa è successo subito dopo la battaglia: ma evidentemente a Eschilo non importa approfondire il tema della sepoltura dei fratelli nemici, che invece è il punto centrale di questa successiva aggiunta, un motivo diventato celebre grazie a Sofocle e alla sua Antigone.

Infine Eschilo mescola un po’ le carte ed è particolarmente reticente sul motivo per cui la guerra è scoppiata, ossia quello che dovrebbe essere il tema centrale della narrazione. Se la tragedia si fosse intitolata – come avremmo potuto aspettarci, viste le due precedenti – Eteocle, sarebbe stato chiaro il disegno dell’autore: raccontare in successione, l’una dopo l’altra, le vicende delle tre generazioni colpite dalla terribile maledizione che Pelope ha scagliato contro Laio quando ha scoperto che il re di Tebe, mentre era suo ospite nel Peloponneso, si è invaghito di suo figlio Crisippo, lo ha rapito e ha abusato di lui, motivo per cui il ragazzo si è ucciso. La maledizione di Pelope, come sappiamo, ha avuto un’indubbia efficacia. Ma ciascuno dei “maledetti” ha fatto poi qualcos’altro per peggiorare la propria posizione: Laio ha voluto uccidere il proprio figlio Edipo – peraltro senza riuscirci – Edipo invece ha ucciso il padre, mentre Eteocle ha la colpa di non aver rispettato il patto che ha stretto con suo fratello Polinice, quando, scoperto il suo delitto, Edipo si è condannato all’esilio, ossia che avrebbero regnato un anno a testa; ma al momento di cedere la corona a Polinice, la sua sete di potere è stata più forte di quel solenne impegno. Questa è la colpa di Eteocle, su cui Eschilo sorvola, ricordandoci soltanto che sui due giovani principi tebani pesava una maledizione che li avrebbe portati a uccidersi a vicenda.

Eschilo mette in scena un’altra storia: fa scontrare i buoni e i cattivi. La parte centrale e più lunga della tragedia è il dialogo tra Eteocle e il messaggero che gli spiega come si stanno organizzando gli argivi. Per sette volte, con uno schema molto simile, il messaggero descrive il campione scelto dal re di Argo e cosa è rappresentato sul suo scudo e per sette volte Eteocle decide chi dei loro affronterà quella sfida. Le immagini sugli scudi dei guerrieri argivi – almeno di sei tra di loro – sono raffigurazioni di superbia, di sfida agli dei e all’ordine della polis, addirittura su quello di Ippomedonte è rappresentato Tifone, che ha avuto la sfrontatezza di sfidare gli dei fin sulla vetta dell’Olimpo.

Eschilo, citando nel titolo i sette, vuole dire agli ateniesi – qualche anno dopo la fine delle guerre persiane, in un periodo che si annuncia particolarmente propizio per la città – che il disordine può tornare in qualunque momento. La tragedia non racconta – come fa ad esempio la trilogia dell’Orestea – la fondazione di un ordine, non racconta ciò che è stato fatto per sempre, ma quello che per sempre sarà a rischio. Il tragediografo chiede ai suoi concittadini di essere pronti a combattere queste forze che possono tornare e distruggere l’ordine della città. Per questo I sette contro Tebe non è la tragedia di Eteocle, ma quella di una società che deve difendersi, anche al suo interno, dalle forze che la possono disgregare e distruggere. Non è una tragedia sulla colpa, ma sul pericolo. E la risposta di Eschilo è la più tradizionale possibile, quella del coraggio maschile, dell’ordine patriarcale, dei valori della religione olimpica.

“O sventura, o mi sia la sorte amica

e nei giorni più cari, o non mi trovi

mai una donna al fianco.”

Sono le sprezzanti parole con cui Eteocle rimprovera le donne di Tebe che costituiscono il coro. La guerra e la virtù sono cose da uomini.

Cinquantasette anni dopo – quando il disordine è tornato ad Atene, anzi dopo che il disordine ha vinto – sarà Euripide a rispondere al venerato maestro, mettendo in scena la sua versione della storia dell’attacco delle truppe di Argo alla città di Tebe, con l’obiettivo di togliere dal trono Eteocle e di sostituirlo con il fratello Polinice.

E, in maniera classica, decide di intitolare la sua tragedia Le Fenicie, perché il coro è composto da un gruppo di giovani donne di Tiro che, in attesa di recarsi a Delfi, si fermano a Tebe e assistono, loro malgrado, a quella terribile guerra. Non è più la storia di Tebe, o almeno non è più la storia della sola Tebe, è la storia del mondo, sembra dirci Euripide, scegliendo questo coro così inusuale.

E, a differenza di quella di Eschilo, è una tragedia piena di personaggi e ricca di intrecci. Euripide, come spesso fa, inventa una storia diversa. Immagina che Edipo, una volta scoperta la sua colpa, si sia accecato e abbia rinunciato al trono, ma non abbia lasciato Tebe e soprattutto che Giocasta non si sia uccisa. Sarebbe stato troppo facile togliersi la vita, Giocasta è prima di tutto una madre e, come tale, deve prendersi cura di quella sua strana famiglia, di quel suo figlio-sposo cieco e così segnato dalle prove delle vita e dei quattro figli che insieme hanno generato, due maschi e due femmine, a cui non deve essere stato facile spiegare che il padre è anche loro fratello e la madre è anche loro nonna. Giocasta non può concedersi il lusso di morire, ha una famiglia da portare avanti.

Poi Euripide riprende la storia come l’ha raccontata Eschilo: dopo l’abdicazione di Edipo, i due figli maschi decidono di alternarsi sul trono, ma Eteocle non rispetta i patti e Polinice, dopo aver sposato la figlia del re di Argo, convince il suocero a muovere guerra contro Tebe.

E ancora Euripide inventa una scena di magistrale forza teatrale. Giocasta fa in modo che Eteocle e Polinice si incontrino, anzi si offre lei stessa come mediatrice e tenta di convincere i figli a non combattersi. Euripide ci dice che un ordine diverso è possibile, è quello di Giocasta, è quello delle donne trattate in maniera così dura da Eschilo. Ma non c’è nulla da fare: la guerra è decisa, Eteocle e Polinice si parlano, ma non si ascoltano, sanno che il loro ordine prevede la guerra, e soltanto la guerra.

Lo scontro – come racconta anche Eschilo – è terribile e i due fratelli si uccidono a vicenda. E’ solo a questo punto che Giocasta si arrende, capisce che, nonostante tutti i suoi sforzi, il suo ordine non riuscirà mai a prevalere. E si uccide. E il nuovo re, Creonte, decide che è il momento che quel vecchio cieco se ne vada da Tebe. Deve trionfare l’ordine maschile, l’ordine della guerra e deve andarsene chi non accetta quell’ordine, come Antigone, a cui ora spetta di continuare la lotta della madre, o non vi si adatta più, come Edipo, che lasciando la città e tutti quei morti, dice

“Ma che vale ormai piangere

e lamentarsi? E’ vano! Chi è mortale deve

piegarsi agli eventi.”

Sono le ultime parole della tragedia. Non c’è più nulla della forza eroica raccontata da Eschilo. I sette hanno vinto.