per Filoteo Nicolini

I DUE DIAVOLI

 

Il diavolo non si mostra sempre come il repellente mostro con ali di pipistrello e coda bifida, armato di tridente e manganello, che castiga i lussuriosi e gli infami, o viene schiacciato sotto gli stivali da San Giorgio come raffigurato nei quadri. Né spunta minacciosamente rappresentato nei demoni multiformi e allucinanti, tipo lepidotteri, un misto di monaco e rana, pesce ed avvoltoio, rospo corazzato o viscido, alloggiati in enormi gusci d’uovo, con imbuti per cappelli, tenaglie e strumenti di tortura, come li dipinge Brueghel. E nemmeno nel Mefistofele ruffiano, di giubba elegante, piuma di gallo e mandolino dell’opera famosa. Il diavolo è solo una parola che mal racchiude, esigua com’è, una nozione senza data e senza frontiera, unita ad azioni, edificazioni o tentativi umani. Insomma, è Idea e non figura, e perciò può incarnarsi in un essere o un oggetto, adottare qualunque forma, trasmutarsi in un’altra cosa senza perdere come Idea il suo significato permanente. Neanche è più necessario firmare una pergamena con una piuma d’oca bagnata nel proprio sangue per cadere sotto il suo dominio. Basta accettare i suoi doni, godere dei privilegi concessi, fama, reputazione, riconoscimenti, denaro, mente brillante, creatività. Può anche lasciare il sembiante filosofico e mostrarsi popolare, affabile e di ottimo umore. Gli teniamo un certo timore, ma nel fondo si sa che è nostro amico, complice se si vuole, forse anche vittima per momenti della nostra perspicacia; lui è senza maggiore trascendenza, anche se poi recupera e dà segnali di acutezza e malizia. A volte non è neanche attivo, anzi. Accade sovente che il mortale lo tenti chiamandolo, affinché il principe delle tenebre si decida a fare la proposta tradizionale; in altre parole, il diavolo si presenta là dove lo invitano con il desiderio. Infatti, e qui i ruoli si confondono, il diavolo è lo spirito della curiosità, l’inquietudine e la disubbidienza ribelle; può ingannarci, ma anche ingannarsi a sua volta. Un detto popolare dice che il diavolo sa più perché è vecchio e meno in quanto diavolo. Ovvero, ha appreso nel cammino. È preferibile la compagnia del diavolo alla inerzia, perché la verità risiede nell’azione, ed ogni azione è diabolica.

Arrivati a questo punto, ci si può chiedere se vi sono aspetti e sfumature diverse nel diavolo così come lo conosciamo e frequentiamo, e la risposta è affermativa. Anzi, abbiamo a che fare con due diavoli che si differenziano nettamente in quanto ad approccio e funzione, facilmente distinguibili. Il primo ci induce a fantasie, i sogni ad occhi aperti, all’immaginazione sfrenata. Il suo impulso è attivo nell’arte, la letteratura, la musica. Eppure, frequentandolo assiduamente, possiamo spingerci fino a guardare il mondo dal punto di vista di uccelli in volo, a smarrire il contatto equilibrato con la realtà, perdere interesse per il prossimo. Può elevarci a livelli dove si possano aprire visioni d’altezza e allo stesso tempo rafforzare il nostro egoismo. L’altro diavolo invece ha ispirato il nostro pensare preciso, aguzzo, razionale. Grazie ai suoi impulsi abbiamo sviluppato l’intelletto, il pensare astratto e la cognizione razionale basata solamente sui processi sensoriali. Ma allo stesso tempo, questo secondo diavolo promuove in noi l’illusione che la materia sia l’unica realtà, la realtà ultima. Qui diviene intercambiabile con noi, e mi riallaccio a quanto detto prima. Crediamo di essere noi a giudicare a partire dalla nostra coscienza, laddove spesso l’opinione che esprimiamo deriva da impulsi sottili e subcoscienti. E mentre è relativamente facile per noi ammettere che i nostri sentimenti siano variabili per natura, eccitabili, dunque condizionabili, è più difficile accettare che i nostri giudizi siano soggetti a sottili influenze, perché li consideriamo manifestazioni elaborate personalmente dalla nostra individualità, dunque razionali ed intelligenti.

Ecco, queste brevi considerazioni sui diavoli, perché è definitivamente mostrato che sono due i diavoli, in occasionale combutta ma spesso in lotta e concorrenza, sono nate questa mattina stimolate da un articolo sui robot che si animano (!) utilizzando le architetture e la fisiologia meccanica degli esseri viventi della flora e della fauna. Viene citato il primo robot deformabile ispirato al polpo, e dal momento della messa in funzionamento di tale marchingegno, l’autrice di tale artefatto ci dice che non riesce più a mangiare i cefalopodi, di cui appare capire fosse ghiotta. In queste ricerche, alle frontiere dell’audacia prometeica, si parte dalle radici, dalle piante, dai semi per immaginare (!) un’altra realtà dove pascono e si deliziano i nuovi robot. È un mondo astratto e concreto allo stesso tempo, dove si cerca di costruire un pensiero alternativo all’attuale struttura della realtà. E infatti, la civiltà tecnologica cresce a dismisura, caratterizzata da una sempre più fantasmagorica materializzazione di idee. I dispositivi hanno effetti controllabili, sono progettati ad arte, con caratteristiche scritte in linguaggi scrupolosi e dettagliati. Quanta energia spirituale viene convogliata nelle tecnologie! Quante forze sono state materializzate e cristallizzate per realizzare benefici materiali! Muovendo dal pensiero e reggendosi sull’immaginazione creativa si costruiscono meccanismi, si disegnano i circuiti, si programmano le macchine, farmaci e vaccini. Si fa fluire lo spirito nella materia. Si è ricavato il pane dalle pietre. L’uso di tante forze ha significato tuttavia progresso spirituale? Non è cresciuta invece a dismisura l’illusione pertinace di essere circondati esclusivamente dalla materia nelle sue molteplici vesti, immersi in essa e ad essa devoti? L’artificiale non è il perfetto incantesimo contemporaneo dal quale siamo ammaliati? Se andiamo indietro con la memoria, il tentatore dice a Cristo: “Se hai forze divine, trasforma il minerale in pane, le pietre in pane!”. Replica Cristo: “Non di solo pane vive l’essere umano, ma di ciò che proviene dai Mondi spirituali”. Il tentatore lo ammette, è certamente vero, ma sa anche molto bene che qui sulla Terra è impossibile alimentarsi solo di spirito. Quaggiù, mormora soddisfatto come Entità informata dei fatti e con la vista posta sul futuro, sarà sempre più necessario trasformare il minerale e il metallo in pane, convertirlo in alimento e soddisfare esigenze materiali. Questa la piega che ha preso la Creazione.

FILOTEO NICOLINI

L’articolo in questione è apparso sul Sole 24 Ore di Domenica 14 Aprile, a pagina 10.

 

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