Il linguaggio del potere tra er Monnezza e Banfi

per Gian Franco Ferraris
Autore originale del testo: Flavia Perina
Fonte: La stampa

Il linguaggio del potere tra er Monnezza e Banfi

Nel Secolo Vecchio non avremmo mai immaginato un’Italia dove il Papa si esprime come Lino Banfi-Fri Fri e la presidente del Consiglio come Tomas Milian-Er Monnezza. Ecco, ora siamo arrivati lì e il doppio uppercut verbale ci stordisce con la straniante sensazione di vivere in un cinepanettone che ogni giorno supera se stesso con le sue trame sboccate.

Risultano ricordi di un’epoca innocente gli strappi estetico-verbali sui quali ci siamo a lungo accapigliati. Silvio Berlusconi con la bandana, Matteo Renzi con il giubbotto da Fonzie, il Vaffa stereofonico di Beppe Grillo, quelli col cappio in aula, quelli con la mortadella dopo il voto di sfiducia, Umberto Bossi in canottiera che mostra il dito medio ai contestatori, la filosofia da bar sui poveri che mangiano meglio dei ricchi o sugli studenti da convertire con l’umiliazione. Ci siamo chiesti a lungo dove ci avrebbe portato questa escalation del grottesco nello spazio pubblico. Adesso lo sappiamo. Ci porta a un Pontefice che usa la parola “frociaggine” davanti a una platea di vescovi e obbliga i giornali a scriverla (con imbarazzo) per dare la misura dell’enormità. Ci porta a una presidente del Consiglio che nel più importante evento della settimana si presenta al governatore di Regione Vincenzo De Luca dicendo: eccomi, sono «quella stronza di Meloni, come sta»?

Il grottesco sta diventando il nuovo linguaggio del potere. Parla perlopiù romanesco, che in Italia è la lingua di chi comanda dai tempi di Giulio Andreotti e Franco Evangelisti. Cerca tonalità assertive attraverso il vocabolario delle liti di periferia. Ribalta l’insulto e lo fa suo per usarlo come una medaglia (Giorgia Meloni che si auto-definisce “la stronza”). Sposa il politicamente scorretto (la “frociaggine”) per scuotere una platea giudicata forse poco sensibile al tema. Esagera. Persegue l’ammiccamento del pubblico, la risata, la gomitata al fianco del vicino. Si danna per ottenere il momento-Anvedi, parola fatidica che la Capitale associa a ogni situazione memorabile ma anche all’incidente catastrofico, alla buffonata estrema o al passaggio di una bellezza in short.

La ricerca di questo effetto accompagna da un pezzo le performance comiziali, social, televisive della politica italiana e ogni volta pensiamo di aver raggiunto il top del genere, ma ogni volta quel record viene superato. L’inaugurazione dell’Estate di un importante museo diventa un’occasione di dibattito su prostata e conquiste femminili tra Morgan e Vittorio Sgarbi. Vabbè, ti dici, di peggio non si può fare. Poi arriva un sindaco di capoluogo di provincia (Terni, Stefano Bandecchi) che in consiglio comunale rivendica il diritto dell’uomo normale di guardare il sedere delle ragazze e chiosa: «Forse ci prova e se ci riesce se la tromba pure». Anvedi. Un ministro dell’Interno (Matteo Salvini) rivendica i pieni poteri su una spiaggia facendo il karaoke tra cubiste con perizoma tricolori e tu pensi: incredibile, questo è il massimo. E invece ecco il poster con l’uomo barbuto incinto e la signora che inghiotte un grillo vivo a sostegno della tesi che ci serve meno Europa. Anvedi, un’altra volta.

E tuttavia negli ultimi due giorni anche il fragile recinto che resisteva al vento del grottesco, del politicamente scorretto, insomma alla strategia dell’Anvedi, risulta travolto. Giorgia Meloni ha sfoderato la performance de “la stronza” nel corso di una cerimonia istituzionale molto rilevante e seria, nonché evento-clou della sua campagna elettorale: la restituzione a Caivano di un centro sportivo già teatro di spaccio, aggressioni, stupri. C’erano tutte le autorità del territorio, ministri, il vescovo, il figlio di Pino Daniele al quale è stato dedicato il complesso. C’era da valorizzare una promessa mantenuta dallo Stato, «trasformare Caivano in modello», come ha detto la premier nel suo intervento. Infilare quella battuta in un contesto così non è la stessa cosa che pronunciarla in un fuorionda.

Anche lo scenario in cui ha parlato il Pontefice era di particolare solennità: l’incontro a porte chiuse con duecento vescovi che lunedì scorso ha aperto l’Assemblea generale della Cei nell’Aula del Sinodo. Affrontava un discorso oggetto di dibattito da molti anni, e cioè l’ammissione agli ordini sacri di coloro che – per dirla con l’Istruzione emessa sotto Benedetto XVI – «praticano l’omosessualità, presentano tendenze omosessuali profondamente radicate o sostengono la cosiddetta cultura gay». Certo non un luogo dove usare la parola “frociaggine”, ammesso che ne esista uno adatto all’espressione. Le scuse di ieri a coloro che si sono sentiti offesi («Nella Chiesa c’è spazio per tutti») hanno formalmente chiuso l’incidente ma non la riflessione sul dove andremo a finire.

Il fatto è che l’effetto-Anvedi per riprodursi richiede dosi sempre crescenti di grottesco. Dopo il suo sdoganamento ai massimi livelli dell’autorità civile e religiosa, limiti non ce ne sono più. Il turpiloquio diventa un’opzione dialettica come un’altra. E si rafforzerà la convinzione di molti che la parolaccia istituzionale non sia uno sfregio al ruolo ma un atto di spontaneità, come certi copioni di Banfi-Fri Fri e di Milian-Er Monnezza: un libero esercizio di sintonia con il popolo sovrano.

 

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