Servizi sociali. In difesa del sindaco Danilo Rapetti Sardo Martini e delle persone che lavorano all’Asca
Dalla fatina bionda al Caterpillar
In questa primavera – da più parti sui social e sui giornali locali ci sono state una serie di accuse al sindaco di Acqui Terme per il cambio del direttore Asca che si possono così sintetizzare:
- Contestazioni sulle modalità che hanno portato al cambio
- È stata una scelta per motivi politici
- Mancanza di competenze specifiche di Paola Cimmino
- Incompatibilità tra comandante dei vigili e servizi sociali
Cercherò di confutare in modo oggettivo le accuse ma prima devo fare una premessa: L’Asca è una associazione che si occupa dei servizi sociali per i 29 comuni del territorio acquese, è nata all’inizio degli anni 2000, finanziata con quote a carico dei comuni stessi, trasferimenti dello Stato e della regione e in accordo e partecipazione delle spese con l’Asl per quanto riguarda gli interventi socio-sanitari ed è suddivisa in quattro aree: Anziani soprattutto non autosufficienti, disabili, minori e famiglie, povertà. In questi 25 anni i problemi sono cresciuti in modo esponenziale in concomitanza con i problemi del Paese. Una crisi senza fine, dal crollo demografico con conseguente invecchiamento della popolazione, alla crisi della famiglia tradizionale, all’aumento della povertà. Situazione che di fatto ha spinto ai margini sempre maggiori fette di popolazione.
Per fronteggiare questa situazione, negli ultimi tre anni sono stati presentati progetti e finanziati con fondi Pnnr interventi riguardanti tutte le aree per circa 5 milioni di euro da utilizzare per ristrutturare immobili, acquistare forniture idonee e assicurare prestazioni alle persone bisognose, tra questi il progetto più impegnativo da punto di vista economico riguarda “l’autonomia degli anziani non autosufficienti”, un titolo che già di per sé è una scommessa.
I fondi del Pnnr finiranno il 30 giugno di quest’anno e il mantenere almeno i servizi essenziali senza i fondi del Pnnr costituisce una vera e propria sfida.
Prendo ad esempio due linee del PNRR che sono esemplari: attualmente prestiamo assistenza a circa 112 anziani non autosufficienti per 725 ore settimanali. Il costo annuo attuale è pari a euro 942.500,00. Alfine di non lasciare tutti gli anziani assistiti senza servizi, con una previsione di ridurli al 35/40 per cento, obiettivo non facile da raggiungere, si dovrebbe arrivare a 436 ore settimanali con un costo annuale pari a euro 566.800,00. Sarebbe un risultato accettabile. Infine, non è da trascurare che attualmente lavorano 31 operatori sociosanitari e con la riduzione che si è ipotizzata passerebbero a 22. Se tagliassimo tutto ne rimarrebbero solo 9.
Il secondo esempio è quello degli educatori professionali: attualmente vengono prestate 370 ore settimanali per 103 utenti con un costo attuale di euro 538.720,00. Sono servizi necessari e urgenti. Se si riducessero a 300 ore settimanali, con una percentuale pari al 20%, la spesa diventerebbe euro 436.800,00.
Rispetto alla situazione precedente al PNRR sono da trovare nel bilancio dell’ASCA dai 450.000 ai 500.000 euro e questo in una situazione sociale sempre più difficile e complicata, in quanto le risorse non aumentano mentre sono in aumento le necessità e le spese (povertà, minori, donne vittime di violenza).
Inoltre, anche le famiglie vivono una situazione difficile in quanto un ricovero presso una RSA
costa a partire da circa euro 2.700,00 al mese. A seguito delle conseguenze COVID, fino al
2024 raramente c’erano liste di attesa e l’ASL versava la quota parte, dal 2025 le liste di attesa
sono sempre più lunghe. Le persone si aspettano un aiuto dallo stato, ma lo Stato non ha le
risorse sufficienti.
Orbene in nessun intervento sui social o sui giornali sono stati affrontati e neanche citati questi temi, nessuno ha manifestato preoccupazione per la perdita del lavoro da parte degli operatori socio-sanitari precari che hanno pure stipendi modesti ma tutta l’attenzione è stata rivolta al cambio della direzione. Tutti tranne il sindaco di Acqui che ha affrontato questi problemi sia nell’assemblea dei sindaci che quando è stato contattato dai giornali.
In questo quadro sono state contestate:
– le modalità del cambio della direzione, per primo è stato l’intervento del sindaco di Bistagno durante l’assemblea sindacale, il quale era tanto sicuro di avere ragione – ed è ben comprensibile che ritenesse di avere ragione avendo avuto notizia del cambio della guardia “in piazza”, che ha interrotto Rapetti prima che comunicasse la propria decisione, e ha protestato reclamando l’opportunità di un incontro preventivo dei sindaci per farli partecipi della decisione.
La domanda che si pone è il sindaco di Acqui era tenuto almeno per correttezza a fare un incontro preventivo con i sindaci?
Rapetti nei suoi interventi ha precisato ripetutamente:
La dottoressa Poggio ha chiesto e ottenuto due incontri con lui nei mesi precedenti. Di fatto ha chiesto questi incontri semplicemente perché dipendente di quel comune, funzionalmente in comando all’Asca e quindi con incarico secondo il disposto dell’art. 110 TUEL per ricoprire il ruolo dirigenziale.
Rapetti ha riconosciuto pubblicamente – e c’è motivo di ritenere che lo abbia fatto anche negli incontri riservati intercorsi tra loro – le qualità professionali della dottoressa Poggio nel settore sociale. Non a caso le ha proposto un incarico di elevata qualificazione. Semplicemente, ritiene che la fase che ASCA sta attraversando richieda oggi una figura con caratteristiche maggiormente manageriali e organizzative.
Un confronto preventivo sul merito della decisione avrebbe rischiato di trasformarsi in una sorta di processo pubblico alla direttrice uscente, situazione che sarebbe stata poco rispettosa nei confronti della persona e del lavoro svolto in questi anni.
Rapetti poi ha ricordato che tradizionalmente all’Asca, Acqui ha messo a disposizione dirigenti e i comuni responsabili dei servizi e di non avere mai contestato gli incarichi dei comuni del territorio.

Al dunque l’esortazione di Rapetti di non farne una questione politica è vera o falsa?
Colpisce che il PD di Acqui che oggi denuncia una presunta scelta politica sia lo stesso schieramento che, nel proprio programma elettorale, proponeva una profonda riorganizzazione dell’assetto dei servizi sociali dell’acquese attraverso la trasformazione di ASCA in consorzio e l’avvicinamento al modello ovadese. È dunque difficile sostenere che la politica debba restare fuori dalle scelte organizzative e, nello stesso tempo, proporre un diverso modello organizzativo ispirato a una precisa visione politica e amministrativa.
Sulla mancanza di competenze specifiche di Paola Cimmino sui servizi sociali è facile replicare che la stessa Cimmino da circa 10 anni ricopre tra le attribuzioni da dirigente quello di responsabile dei servizi sociali del Comune di Acqui, tuttavia su questo punto è pur vero che i servizi sociali nella società contemporanea richiedono competenze specifiche dovuta a una miriade di difficoltà sino a una ventina di anni fa sconosciute: Vulnerabilità delle famiglie con danno a quelle più fragili e alle persone che hanno bisogno: i minori e anziani non autosufficienti. Questi ultimi ormai molte volte sono pure senza famiglia, abbandonati a se stessi. Facile rispondere, in questo caso devono rispondere i servizi sociali ma è evidente che le risorse dello stato italiano sono alquanto limitate e non sufficienti per affrontare questi problemi epocali. La povertà che colpisce una moltitudine di cittadini. Paola Cimmino da venti anni ha fatto la dirigente del Comune di Acqui in diversi settori che rimbalzano dall’urbanistica alla vigilanza senza maggiori competenze specifiche dei servizi sociali se la è cavata molto meglio della media dei dirigenti dello stato italiano e ha pure acquisito una esperienza molto utile in questo cruciale passaggio.
Ancora più sorprendente è il richiamo al recente parere ANAC https://www.mediaconsult.it/newsletter/MC0625/04.pdf?srsltid=AfmBOoqtRonmHlZRMLuqHmaQlHR3rnWciXQagzmD2VXP_mE6wxBhgRot .
utilizzato dal Partito Democratico per sostenere una presunta incompatibilità tra il ruolo di comandante della Polizia Locale e quello di direttore dei servizi sociali. In realtà il documento afferma esattamente il contrario. L’ANAC ricorda infatti che, dopo la legge 208 del 2015 e la successiva giurisprudenza amministrativa, non esistono ostacoli all’attribuzione di ulteriori incarichi dirigenziali ai responsabili della Polizia Locale. L’Autorità richiama soltanto la necessità di valutare e prevenire eventuali conflitti di interesse, che però devono essere concreti e non semplicemente ipotizzati. Insomma, il parere ANAC non censura la scelta compiuta: chiede soltanto che sia adeguatamente motivata e accompagnata dalle necessarie cautele organizzative.
Ma il punto più grave, per me, è un altro.
In tutta questa polemica quasi nessuno ha parlato del vero problema: cosa succede ai servizi sociali dopo la fine del PNRR?
Negli ultimi anni ASCA ha retto e ampliato molti interventi grazie a finanziamenti straordinari. Ora quei fondi finiscono. E senza nuove risorse il rischio non è teorico: si possono ridurre servizi essenziali ad anziani non autosufficienti, disabili, famiglie fragili, minori, persone in povertà. Si rischia di lasciare sole le persone che già oggi vivono sul bordo, ai margini, spesso nell’indifferenza generale, proprio quelle persone che avrebbero maggiormente bisogno della presenza dello Stato e della comunità.. E si rischia anche di perdere decine di posti di lavoro: OSS, educatori, operatori che spesso hanno stipendi bassi e fanno lavori pesanti, poco riconosciuti, ma indispensabili.
Eppure il dibattito pubblico si è concentrato quasi solo sul cambio del direttore. Sugli equilibri politici. Sulle appartenenze. Sulle carriere. Sugli stipendi alti dei vertici. Molto meno sulle famiglie che aspettano un’assistenza domiciliare, sugli anziani che non possono permettersi una RSA, sugli operatori che rischiano di restare senza lavoro.
Questo mi rattrista più della polemica in sé.
Perché i servizi sociali non sono un campo di battaglia per regolare conti politici. Sono il luogo in cui una comunità decide se abbandonare i più fragili o provare, con fatica, a tenerli dentro.
Vorrei concludere con una nota personale.
Ho letto l’intervento di Giuliana Pietrovito e non nascondo che mi abbia addolorato. Giuliana è stata una persona importante della mia giovinezza e, soprattutto, non dimenticherò mai che, quando mio padre era morente, gli rimase accanto durante la sua ultima notte. Fu un gesto di straordinaria generosità che ho conservato nel cuore e che il tempo non cancella.
Proprio per questo mi ha colpito leggere parole che, a mio avviso, sembrano richiamarsi a una sorta di superiorità morale di una parte politica sull’altra. È un’idea che non condivido e che considero pericolosa. Nessuna forza politica possiede il monopolio della sensibilità sociale, dell’umanità o della giustizia. E soprattutto nessuno dovrebbe rinunciare al ragionevole dubbio di poter sbagliare.
Capisco perfettamente la stima che Giuliana nutre per la dottoressa Poggio, con la quale ha lavorato per molti anni. Una stima che rispetto. Ma la questione non può essere ridotta a una contrapposizione tra persone.
Qualcuno, con affetto, ha definito Donatella Poggio una “fatina bionda”. Paola Cimmino, invece, appare a molti come un “caterpillar”: concreta, determinata, talvolta ruvida, certamente poco incline ai formalismi.
Ma dove sta scritto che una fatina debba necessariamente possedere le qualità richieste per guidare una struttura complessa in una fase di trasformazione? E dove sta scritto che un caterpillar non possa essere lo strumento giusto quando il terreno è diventato difficile, accidentato e pieno di ostacoli?
La verità è che il problema, a mio avviso, non riguarda il valore professionale delle persone coinvolte. Riguarda piuttosto una organizzazione che era arrivata a un punto in cui le dinamiche interne e i rapporti di lavoro apparivano sempre più difficili. Continuare nella stessa direzione avrebbe probabilmente aggravato la situazione.
La scelta compiuta può essere criticata, come tutte le scelte. Può essere discussa, migliorata, perfino contestata. Ma rappresenta un tentativo concreto di cambiare rotta.
E mentre continuiamo a discutere di direttori, incarichi e appartenenze politiche, rischiamo di dimenticare ciò che conta davvero: gli anziani non autosufficienti, i disabili, i minori fragili, le famiglie in difficoltà, gli operatori socio-sanitari e gli educatori che ogni giorno lavorano spesso con stipendi modesti e responsabilità enormi.
Sono loro il vero centro della questione. Tutto il resto dovrebbe venire dopo.
Se tra qualche anno ricorderemo questa vicenda, dubito che qualcuno si chiederà chi fosse il direttore dell’ASCA nel 2026. Ci chiederemo piuttosto se siamo riusciti a non lasciare sole le persone più fragili e a salvaguardare i servizi costruiti in questi anni. È questa la domanda che dovrebbe guidare il dibattito pubblico.


