Ve lo meritate, Mario Adinolfi

per Gian Franco Ferraris
Autore originale del testo: Alessio Mannino
Fonte: La Fionda

Ve lo meritate, Mario Adinolfi

Parafrasando Gaber che ci scuserà dall’oltretomba, “non temo Mario Adinolfi in sé, temo il Mario Adinolfi in noi”. In noi italiani, in certi italiani, che approfittano della gogna giudiziaria per deridere un personaggio che avrebbe dovuto essere dimenticato da tempo. Uno di quelle maschere da tragicommedia diffusa, del sottogenere predicatore, cui viene riconosciuta una patente di serietà per scrutabilissimi motivi ma al quale si sarebbe già dovuto tributare, invece, la più totale indifferenza, condita al massimo da una punta di sarcasmo. E se in questa sede oggi ce ne occupiamo, non è per gli arresti domiciliari con l’accusa di aver truffato ed evaso tramite un giro di scommesse sportive in cui le vittime, secondo i magistrati, lamentano di essere caduti per aver riposto fiducia in un pio agitatore di crocifissi. Né, tanto meno, per fare a nostra volta la facile morale su chi ha fatto della moralizzazione, specialmente in materia sessuale, il proprio credo (sul quale credo lo scrivente, non essendo cristiano, non ha motivo di sindacare). No, Adinolfi è un caso interessante perché, nella sua piccolezza, racchiude una questione che è molto più grande di lui, e che ci parla di certa nostra attitudine, come popolo italiano, a far passare tutto in cavalleria, a obliare in fretta, a smussare e a perdonare – perdonismo, vizietto tipicamente cattolico – dove, al contrario, bisognerebbe aver liquidato il tutto, e da un pezzo, con una risata. O, a volte, neanche con quella. Perché ignorare è la migliore reazione nei confronti di chi, semplicemente, non ha, se mai l’ha avuta, quella cosa sempre più rara chiamata credibilità.

Si dovrebbe dar credito solo ed esclusivamente a una persona, non importa di quali idee e gruppo d’appartenenza, che testimoni con i fatti la coerenza verso princìpi, pre-politici, pre-ideologici e anche pre-religiosi, che si chiamano dignità, lealtà, senso delle proporzioni, aderenza fra realtà e apparenza. Certo, da sempre sono virtù patrimonio di una minoranza trasversale e di difficile individuazione. Ma questo perché hanno il pregio di non puzzare di moralismo. Uno può anche essere, poniamo, un giocatore accanito come il pokerista Adinolfi, o cedere all’alcol, o amare la bella vita. Insomma avere vizi, difetti e persino perversioni, nel privato. Il problema non è essere viziosi: è nasconderlo, come fanno gli ipocriti, oppure sbandierarlo ai quattro venti, come gli esibizionisti. E difatti, fra le principali tare di una società che spettacolarizza e mette in vetrina ogni pelo ci sono, guarda caso, l’ipocrisia e l’esibizionismo. Adinolfi, che pure suscita un’inopinata simpatia con quella stazza di cui il primo a sorridere è lui, le riassume entrambe. Non perché sia ipocrita e narcisista: non lo sappiamo con certezza, né saperlo ci cambia granché. Possiamo essere sicuri, però, che ha sempre dimostrato di esserlo.

In politica, saltabeccando senza requie né vergogna pur di ottenere l’agognata visibilità: nel 2001 fondando, da ex segretario dei giovani del Partito Popolare Italiano, la sigla “Democrazia diretta” (0,1% dei voti alle comunali di Roma, per virare al secondo turno su Walter Veltroni), poi civico alle regionali con Piero Marrazzo, poi dando vita a “Generazione U” nel Partito Democratico, poi candidandosi alle primarie Pd del 2007 (rimediando uno 0,17%), riprovandoci nel 2011 ma uscendone per sostenere Matteo Renzi e, due anni dopo, appoggiare “Scelta civica” di Mario Monti, poi creando, nel 2016, il “Popolo della Famiglia” (0,6-7% alle politiche del 2018), poi correndo a sindaco di Ventotene, città simbolo dell’europeismo (risultato: neppure un voto), poi inventandosi, per le elezioni del 2022, “Alternativa per l’Italia” assieme all’ex-Casapound Simone Di Stefano (zero virgola alle urne). Sul versante giornalistico non è stato da meno, raggiungendo l’acme con il quotidiano online da lui diretto e fondato, La Croce, diventato cartaceo nel 2015 e ritirato dalle edicole dopo appena quattro mesi. Una parabola involutasi in un crescendo di prese di posizione da cattolico ostentatamente integralista. Dove l’accento negativo non sta nell’integralista (per quanto ci riguarda, si ha diritto a essere quel che si è, punto), ma nell’ostentazione. Cioè nel cercare in modo scoperto, così scoperto da risultare ridicolo, di far parlar di sé, di conquistare l’attenzione, di strappare un titolo, un invito, una comparsata. E nel frattempo, allo stesso tempo, imbastire un sistema di gioco d’azzardo.

È questo presenzialismo sgomitante, per soprammercato  in nome di Gesù, Giuseppe e Radio Maria, l’insopportabile, anzi l’Intollerabile, di personaggi alla Adinolfi. È la volgarità di sventolare la causa del Bene per finire all’Isola dei Famosi, nello specifico sfruttando consapevolmente e dichiaratamente la propria fisicità. Sapendo che quella, e solo quella, era il motivo di richiamo. E rendendo così i fervorini in mutandoni sulla sacralità del matrimonio un’oscenità tecnica, calata com’era in un contesto trash che, come ogni prodotto pensato per la sola pubblicità, trasforma in pattume tutto ciò che tocca. L’immagine grottesca di Adinolfi smagrito e affamato che sbrana una bistecca dovrebbe rimanere impressa come scena primaria del laidume da sghignazzo dei nostri tempi scatologici (senza la e: scatologici e basta). Il vero Male, volendo usare maiuscole improprie, sta nella miscela d’impudicizia e di cinismo di chi non sa stare nei propri abiti, letteralmente togliendoseli pur di farsi notare, e contemporaneamente ergendosi a evangelizzatore. È la frode esibita, sfacciata, socialmente accettata, a farci più orrore del raggiro da codice penale.

Il guaio non sta nelle presunte malefatte di Adinolfi Mario, ma nei Mario Adinolfi che pullulano e imperversano, in misura e quantità variabile, in ogni posto, contrada e ambiente di quell’Italia che non riesce a essere seria senza essere seriosa, né leggera senza scadere nella farsa. È in tutti quei comici involontari che, pur avendo magari un indiscusso valore, menti toste e brillanti con curricula da combattenti all’attivo, proprio non ce la fanno a trattenersi da una spudorata e ammorbante autopromozione perenne, e gonfiano ogni uscita con io, io, io (“il più lurido dei pronomi”, diceva Gadda), frementi di radunare e aumentare proseliti nel portare la Verità ai gonzi. E così facendo, agli occhi di chi non se la beve, perdono all’istante ogni credibilità. Ce ne sono a bizzeffe, di egomaniaci di questa risma. E fra tutti, quelli meno perdonabili sono, sul piano politico-culturale, coloro che avrebbero anche buone idee, ma non il carattere per meritarsele. C’è un detto che fa: appena vedi il Buddha, uccidilo. Regoletta aurea: appena vedete un paraguru, girategli al largo. Tanto più e a maggior ragione se la pensate come lui. È facile sgamarlo: dirà sempre quel che volete sentirvi dire

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