CREARE E’ FORMA DI MATERNITÀ
Desiderare vuol dire essere lontani dalle stelle: (essere lontani) de (dalle stelle) sideris. Desiderare significa dunque una mancanza simbolica di stelle, avvertire inconsciamente l’ assenza, la lontananza, la perdita della dimensione spirituale che i Cieli rappresentavano per i nostri antenati. E qui il teologo Guidalberto Bormolini* ci viene incontro con un breve testo in cui diffida della teoria del Big Bang, dove ci vieni detto che tutto sarebbe cominciato con una esplosione cosmica. Ma ci chiediamo: chi avrebbe dato fuoco alle polveri una volta confezionato l’ ordigno? Bormolini saggiamente propone la spiegazione alternativa del Big Song, riconoscendo che nei miti sono il suono, la parola e la danza a creare tutto. Sono stati i suoni e la parola a generare e creare.
Ormai il suono e la parola sono purtroppo oltraggiati.
Intanto il desiderio di risalire ci assale, e’ sempre la consapevolezza di una mancanza. A coglierne il significato nascosto in quella tensione si cimenta eroicamente la poesia. Nella ricerca poetica e’ vivo sia il sentimento di separazione che l’ anelito di riunione. La parola che giaceva sepolta comincia ad essere pronunciata tra balbettii e silenzi. La poesia non fa nascere fantasmi sonori o concettuali per rinchiuderli nelle parole, bensì fa esplodere ancora di più lo spirito che le parole racchiudono in sé stesse. Questo almeno cerca di fare la poesia.
Ma rimane l’ origine della persistente separazione e i danni derivanti, e qui ci illumina Anna Maria Ortese** in un saggio lucido e angosciato dove discorre dell’ esprimersi. Il bambino lo fa di solito col disegno, col gioco, fantasticando, perfino inventandosi un altro Io che lo difenderà dal mondo in agguato. Se in questo delicato periodo in cui vorrà dare una forma propria, quindi nuova, a ciò che sente, il mondo gli presenterà i suoi propri modelli culturali, oppure un vuoto di modelli, il giovanetto verrà plagiato e consegnato a una crescita distorta. Il mondo attuale dell’ infanzia e la adolescenza, afferma Ortese, e’ pieno di ragazzi plagiati dalla società, o abbandonati al ripiegamento su sé stessi nei paesi poveri.
All’ adulto tutto il mondo è diventato il mondo dell’ ovvio, del luogo comune. Perciò applica i suoi cartelli sulle cose, le informazioni e l’ uso. Ma per il fanciullo e un certo tipo di artista non è così. Dovunque egli si inoltri, tutto risplende di una luce senza origine. Egli capisce nella sua innocenza ciò che l’ adulto non sa: il mondo è un corpo celeste, tutte le cose sono di materia celeste, il loro senso e natura sono insondabili. Il suo approssimarsi può essere un estasi o un impatto. Avere, in queste circostanze, mezzi espressivi ed essere educati ad usarli significherebbe entrare nel mondo per il verso giusto.
Quando purtroppo ciò non avviene, e trova tutto già fatto, nel bambino resta un’ansia, un vuoto, che diviene insoddisfazione, o ira.
Secondo Ortese, dovremmo avere dei bambini in grado di entrare nel mondo cosiddetto adulto creando essi stessi, e non invece appropriandosi di qualcosa già confezionato, frenetico e competitivo, fonte di solitudine e depressione. Creare e’ una forma di maternità; educa, rende felici e adulti in senso buono. Non creare e’ morire, e prima, irrimediabilmente invecchiare.
FILOTEO NICOLINI
* FRANCO ARMINIO E GUIDALBERTO BORMOLINI, “ACCORGERSI DI ESSERE VIVI.” Edizioni Ponte alle Grazie.
** ANNA MARIA ORTESE, ” CORPO CELESTE”. ADELPHI
Immagine: L’enigma della giornata di Giorgio De Chirico


