Buono come il pane…

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di Grazia Nardi – 16 luglio 2014

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La mia famiglia, di quattro persone, ne consumava un chilo e duecento grammi al giorno: le coppie (drugole) e i filoni di pastamolla, destinati alla merenda pomeridiana. Il motivo dell’abbondanza è del tutto evidente. Il pane, alimento dal costo modesto, compensava l’esiguità del “secondo” che veniva servito in tavola. Nessuno poteva addentare un pezzetto di carne o un boccone di affettato se non “accompagnandolo” col pane. “ Sé t’an magn è pen..è vu dì che tanè fema”….o “Senza pen un è fema, l’è luveria”.

Non azzardato sostenere che anche il cibo, allora, era “di classe”. Filetto, prosciutto crudo, banane, i primi yogurth nei vasetti di vetro, erano ad esclusivo appannaggio dei ricchi. Sul prosciutto si scatenava la corsa, tra le nostre mamme, a chi, per prima, arrivava al “gambuccio” o all’osso che finiva nella pasta e fagioli prima per insaporirla poi per essere piluccato. La gallina in brodo era la pietanza della domenica. Non c’erano scarti. Qui la corsa era tra noi bambini per “fregare” direttamente dal piatto di portata, tenuto in caldo sulla pentola del brodo, il maghetto, le zampine e le budelline.

Non tanto o non solo la cultura gastronomica romagnola-popolare ma la mancanza di disponibilità economica ci ha portato alla capacità di “elaborare” numerose ricette sfruttando ogni cosa commestibile: le foglie dei radicini (ravanelli), i bacelli dei piselli, il fegato, il polmone…impedendoci o, quantomeno, ritardando, l’approccio con il cibo industrializzato. A casa mia non è mai entrata la Simmental e neanche il dado da brodo. Non ci piacevano, costavano troppo ed anticipavano un sistema disgregante della famiglia. Americanate!

Credo di avere, anzi di mantenere, oggi, lo stesso atteggiamento nei confronti del cibo che viene propinato nei fast-food.

Spesso, allora, ho sentito l’espressione: “Purrett ussè ardott a magnè al scatuletti”! Come dire: quella è una casa dove non “si fa da mangiare”, quindi non è più una vera casa o una vera famiglia o una vera persona.

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Invece poveri ma dignitosi erano gli anziani, soli, che cenavano nella latteria. Ce n’era una in Via Sigismondo, di quelle che, eliminata la distribuzione a domicilio con la gamella, vendeva il latte nelle bottiglie di vetro: un litro, un mezzo, un quarto. Davanti al banco di vendita si stendevano tavolini e sedie di legno, gli uni e le altre pieghevoli, che sparivano durante il giorno e si riaprivano all’ora di cena. Qui, di sera, era possibile mangiare il pane inzuppato nel caffelatte servito in una ciotola. Il caffè era quello della caffettiera napoletana. A noi bambini che acquistavamo la porzione giornaliera del latte, ci arrivava un senso di malinconia, quasi un malessere fisico perché si captava che oltre la povertà, la nostra povertà, lì c’era un altro nemico: la solitudine anzi, come ho capito poi, l’emarginazione, la diversità negativa. Si avvertiva, insomma, che per quanto male si possa vivere, c’è sempre qualcuno che sta peggio, da riscattare. Mi ricorderò di questa sensazione, più tardi, alle scuole elementari.

Unico vero lusso alimentare, dopo anni di surrogato, di “Vecchina”: il Caffè Giovannini, poco ma buono, che le donne si concedevano, nel pomeriggio, dopo i lavori domestici (al fazendi) a suggello delle “chiacchiere”. Quando possibile, corretto con il mistrà.

La merenda, invece, era la vera nuova conquista alimentare. Il valore aggiunto, si direbbe oggi. Il segnale che, dalla fame, si passava ad un uso razionale ma saziante, del cibo. Dopo anni di penuria, si concretizzava la possibilità di un pasto secondario, sempre a base di pane e……Pane, un velo di burro e zucchero, pane e un filo di olio, pane e mortadella, pane e fruttino ovvero un quadretto di frutta pressata, una sorta di marmellata condensata. Pane, sempre pane: fresco, secco o riscaldato. Non a caso i films di successo di allora erano: Pane, Amore e……

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