Calenda: Pd, non si tratta di cambiare nome: è necessario cambiare il modo di fare politica

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intervista a Carlo Calenda di Maria Teresa Meli – 2 settembre 2018

«Dobbiamo darci una mossa, l’Italia è a rischio, non ci sono i tempi per un congresso infinito, posizionamenti tattici, Leopolde e altre amenità. Dobbiamo porre un argine al rischio mortale a cui Lega e 5S ci stanno esponendo, ed è assurdo dividersi sull’opportunità di discutere con gli autori di questo disastro. Così Carlo Calenda, ex ministro dello Sviluppo economico. Cioè l’uomo che ha innescato nel Pd un acceso dibattito sull’opportunità o meno di superare il Partito democratico.

Calenda, innanzitutto una domanda: il Pd è ancora il suo partito?
«Certo. Penso che occorra costruire qualcosa che vada oltre il Pd ma di cui il Pd deve essere parte e promotore, per questo ho proposto di costituire un fronte progressista, repubblicano, chiamiamolo come vogliamo, che sia capace di rappresentare chi vuole rinnovare la democrazia liberale e non distruggerla e tenere in sicurezza l’Italia, ed è molta più gente di quella disposta a votare oggi il Pd».

«Forse non è chiarissimo a tutti nel Pd che il nostro Paese si sta rapidamente avvicinando all’area di rischio default, perché tra i 350 e 400 punti di spread si aprono scenari che possono portare rapidamente l’Italia a non avere più accesso ai mercati. Rapidamente. Dopo si aprirebbe una prospettiva inaudita di cui pagheremmo il prezzo per anni tutti, e più di tutti i cittadini più deboli. E questa è interamente responsabilità dei cinque stelle e di Salvini. Eravamo in una situazione di bonaccia finanziaria, con tutti gli indici positivi: Pil, occupazione, produzione industriale, investimenti e deficit e debito in discesa. Le loro dichiarazioni sull’uscita dall’euro e sui piani B, nonché le promesse folli ci hanno ributtato nell’ennesima crisi, autoprovocata questa volta. Su quali basi concrete parleremmo con i cinque stelle?».

Però Zingaretti la pensa diversamente ed è l’unico candidato ufficiale alla segreteria.
«Spero che Zingaretti si riferisse agli elettori e non al M5s in quanto tale. Se la linea diventasse quella, il Pd cesserebbe di essere un partito progressista e diventerebbe un partito di sconfitti che cercano di abbarbicarsi a una zattera alquanto precaria».

Anche una parte del sindacato, almeno all’inizio, ha dato l’impressione di voler dialogare con il Movimento 5 Stelle.
«Sull’Ilva è stato sicuramente così. Dopo 32 incontri tra imprese e sindacati il nostro governo, per chiudere l’ultimo passo della transazione, ha fatto una proposta che prevedeva zero esuberi, posto di lavoro garantito per tutti con gli stessi diritti e stipendio. Tranne la Cisl, i sindacati si sono rifiutati di discuterne, dicendo che non avevamo più la legittimazione per farlo. Hanno impiegato tre mesi per arrivare allo show down con Di Maio e chiedergli finalmente che intende fare con l’Ilva dopo un’imbarazzante serie di “annullo, non annullo, chiudo, non chiudo” un dubbio peraltro non ancora sciolto. E in questo periodo abbiamo buttato altri 70 milioni di euro, più di quello che hanno recuperato con i vitalizi».

Intanto il Pd ha indetto una manifestazione contro il governo per il 29 settembre.
«Ci andrò. Ma anche in questo caso sarebbe stato meglio unire forze del lavoro, dell’impresa, della società e dell’associazionismo in una grande manifestazione senza bandiere di partito. Da imprese e alcuni sindacati segnali di disponibilità alla mobilitazione sono pure arrivati. Dobbiamo darci una mossa: le persone che hanno una voce pubblica forte nel partito devono coordinarsi e fare un passo avanti: Gentiloni, Renzi, Minniti, Martina, Delrio, Pinotti ma anche Sala e Gori. Parlare con una sola voce forte dopo aver deciso insieme la linea da seguire. E poi fare rapidissimamente il congresso che dia mandato al nuovo segretario di costruire una grande lista progressista che abbia come principi fondanti il fatto che l’Italia deve rimanere una grande democrazia liberale occidentale, rispettosa dei principi dello stato di diritto, saldamente piantata in Europa, legata a un’idea di sviluppo e progresso, certamente da cambiare rispetto agli ultimi trent’anni, ma senza ripiegamenti disastrosi come vorrebbero Lega e 5 stelle».

Lei si candiderà al congresso?
«No, perché penso che il Pd non sia il soggetto che alla fine dovrà presentarsi alle elezioni. Non si tratta di un cambiamento di nome: è necessario un cambiamento di offerta politica e di modo di fare politica. Dobbiamo far nascere il nuovo movimento progressista italiano, un’area larga con una proposta ben strutturata che possa andare da Pizzarotti a Enrico Rossi, da Giovannini a Bentivogli, da Più Europa ai liberali che non vogliono fare la ruota di scorta della Lega. E’ una battaglia decisiva per l’Italia e per l’Europa, non possiamo giocarla di rimessa».