Cartolina da Parigi au petit matin, après la nuit des gilets jaunes

0
88

di Franco Cardini – Parigi, 6 gennaio 2019

E’ inutile, noialtri italiani siamo i migliori. Siamo impagabili, inarrivabili, invincibili. Mi sveglio stamani di buon mattino (au petit matin, si dice qua), accendo il computer mentre mi preparo il caffè con lo stamani qui immancabile trancio di galette des rois e vedo che mi hanno rimbalzato il twit di un signore ormai non più giovanissimo, ma con un rampante passato remoto di contestatore liberal e radicale, di un certo per lui proficuo passato prossimo di politico e di giornalista trascorso come scudiero liberista, atlantista e occidentalista del Cavalier Berlusconi e un presente da maître-à-penser sul modello illustre di un Bernard-Henry Lévi che, avrebbe detto il principe de Curtis, “scusate se è poco!”. Il twit in questione, a proposito dello spettacolo dei gilets jaunes di ieri sera a Parigi (lui forse non lo ha visto: io invece sì, e vi assicuro che ne è valsa la pena) c’informa con nitida sicurezza che quella gentaglia è fatta di fascisti diretti e pagati da Putin.

Beh, ve lo confesso: un po’ di facinorosa e, lo ammetto, irrazionale simpatìa nei confronti dei gilets jaunes la provavo: ma, dopo questa folgorante rivelazione, ho una voglia matta di procurarmi quanto prima anch’io l’indumento coloro canarino.

Scherzi a parte (e sto scherzando: anche se poi mica tanto), qui è certo che qualcosa stia succedendo. Stamattina la città, avvolta in una gradevole bruma invernale non troppo fredda e, quella sì, davvero bien parisienne, è splendida come sempre; si sta risvegliando un po’ pigra in questa domenica arcifestiva, una delle più festive dell’anno, ed è assolutamente linda e ordinata. Non si direbbe, certo, che qui, qualche ora fa, c’era un’atmosfera che non si vedeva più dai giorni del joli mai, con in più il tocco drammatico delle auto rovesciate e dell’assalto al ministero, insomma roba a pensarci bene da Commune del 1870…

Uscendo dal portone della casa dove c’è lo studio che non è mio ma che da quasi un quarto di secolo è come se lo fosse, arrivo in qualche secondo al quai davanti al Pont Neuf, giro a destra – abito sulla rive gauche: ebbene, ça va de soi – e mi dirigo come ogni anno faccio la mattina dell’Epifania verso la messa gregoriana delle 10 a Notre Dame. Finalmente un po’ di buon latino, e un grande coro!

Per strada, i giornali mi offrono il coro di una cronaca allarmata, allarmante, ma anche un po’ riduttiva. Sì, certo, c’è il portone del ministero sfondato, le molte foto del pugile in nero che le suona ai poliziotti (è un professionista, è stato anche campione…), ci sono – come le ho sentire in TV – le lamentele dei giornalisti che si sentono attaccati da quei teppisti in giallo ancor più furiosamente di quanto non lo siano stati i poliziotti, ma per esempio non c’è nemmeno un fotogramma di quell’altra immagine che diffusa da mezzi artigianali però non truccati abbiamo visto tutti, un rispettabile funzionario di polizia con tanto di decorazione della Legion d’Honneur ben in vista che stringe a un muro un ragazzo e, circondato da immoti poliziotti in perfetta tenuta antisommossa, lo massacra di botte. Dal momento che ieri si è difesa la legalità e la democrazia contro l’assalto die teppisti vogliosi solo di distruggere, spero proprio che uno di questi fotogrammi càpiti sotto gli occhi di un  integerrimo magistrato o di un solerte ispettore e li induca ad aprire un’inchiesta che dovrebb’esser facile, quelle facce là sono tutte scorte e riconoscibilissime…

Per il resto, diciamoci la verità: è ancora presto per capirci qualcosa. Per ora è chiaro che i partiti da un lato fanno il gioco dello scandalizzato e del sussiegoso, condannano le intemperanze e le violenze ma non ci fanno mancare nemmeno i comunque e i tuttavia. Ci saranno dei provocatori, ci saranno degli infiltrati, i soliti complottisti giurano che ci sono anche i professionisti del disordine e sono organizzati da qualcuno e pagati da qualcun altro, non ci si è ancora decisi a definirlo se fascista o comunista (ma Putin dev’essere entrambe le cose): però tra gli oltre 50.000 scesi per strada in tutta la Francia, e delle altre molte decine, forse centinaia di migliaia di persone che non ci sono ancora ma stanno per arrivare o arriveranno, la maggioranza ha l’aria di esser fatta di uomini e donne, di anziani e di anziane, di ragazzi e di ragazze che non hanno ancora trovato il modo di dirlo correttamente e non conoscono il politichese e il giornalistese, ma insomma lo sanno che c’è molto che non va, che il presidente della repubblica a gran parte della classe politica sono inadeguati, che la vita sta diventando sempre più dura e se il paese legale si stringe attorno alla polizia e alla TV quello reale – che, sia chiaro, non è certo esente da colpe e da errori – sta sempre più con quelli che protestano. Che Mélenchon e la Le Pen stiano cominciando ad apprestar le reti per pescare nel mucchio qualche nuovo sostenitore è ovvio; che Bernard Tapie apra le porte del suo giornale di Marsiglia, “La Provence”, a quelli che cominiano a voler passare dal gilet giallo al maglione giallo e magari un domani anche al doppiopetto giallo e insomma trasformare la fiumana in movimento, dargli una o più voci coerenti, aiutarlo ad esprimersi e magari prestargli idee e forme di linguaggio, anche questo va bene, è logico, sta nell’ordine plausibile e probabile delle cose. Qualcuno, qui in Francia, comincia a domandarsi se in fondo i gilets jaunes non somiglino un po’ ai nostri M5S, mutatis mutandis senza dubbio. In altri termini, la sommossa è postpolitica e antipolitica o prepolitica e parapolitica?

Ripeto, è presto per dirlo. Però quando cassonetti e auto bruciano, quando le vetrine vengono infrante e i negozi bruciati, quando si tenta perfino l’assalto a un ministero, si può ben sperare (o temere?) che sia tutto un fuoco di paglia: ma se la cosa non si estingue nel giro di qualche giorno o di qualche settimana, se i focolai dilagano e si moltiplicano, se cominciano a farsi avanti anche i leaders magari inadeguati e gli aspiranti cavalcatori di tigri, allora è probabile che anche la nostra Europa, dopo essere stata per anni isola quasi felici e abbastanza prospera in un mondo che s’incendia o che muore di fame, comincia a imboccare una strada nuova? Una via verso qualche soluzione, sia pur difficile e magari dolorosa? Una china verso il precipizio? Lo ripeto: è presto per dirlo. Certo è che chi ha commentato che “forse la storia si sta rimettendo in moto” si sbaglia. La storia è sempre in moto, anche quando sembra immobile. FC