Il centrosinistra è morto con la seconda repubblica, ora ci vuole umiltà e un partito pensante

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di Gian Franco Ferraris – 27 giugno 2017

Pierluigi Bersani ripete continuamente in questi mesi che non ci sta a fare una cosa di sinistra: chiede il rispetto per le origini di sinistra ma ritiene che per raggiungere l’obiettivo di costruire una sinistra di governo occorre ricostruire l’Ulivo e raccomanda la necessità di una azione politica comune con la sensibilità e l’impegno dell’associazionismo cattolico. Lo stesso Massimo D’Alema nell’intervista al blog ‘L_Antonio’, ha sostenuto con chiarezza che ‘nel nostro Paese la sinistra non è autosufficiente”.

Ricordo che anche il compromesso storico nasceva in parte dalla stessa convinzione ma, come ha scritto Alfredo Morganti, “non era segno di debolezza, semmai di forza, di forte consapevolezza dei limiti e delle effettive potenzialità storiche.”

E’ un pensiero politico che affonda le radici nel Partito Comunista del dopoguerra, “il partito nuovo” di Togliatti che, costretto all’opposizione dalla divisione del mondo conseguente alla seconda guerra mondiale, scelse l’interesse nazionale di allargamento della democrazia dove, accanto alla libertà e ai diritti politici, si affermassero anche i diritti sociali e dove la classe operaia assunse ‘di fatto’ il ruolo di classe dirigente del Paese. Diritti che furono recepiti dalla Costituzione del 1948 perchè condivisi dai principali partiti antifascisti e dall’altro partito di massa: la Democrazia Cristiana.

Molti storici, anzi, hanno sostenuto che il Partito Comunista ha privilegiato il rapporto con la DC, inteso come l’incontro tra due partiti di massa, quello di classe che rappresentava i lavoratori e  la Democrazia Cristiana interclassista e interprete dell’identità cattolica del paese.

Stagione del centrosinistra. Con questa espressione si intende in particolare la stagione politica italiana che va dal 1962 al 1976, segnata dall’ingresso del Partito socialista nella maggioranza prima, nel governo poi. Nei libri di storia di quando ero giovane, negli anni ’70, si descriveva come fallimentare l’esperienza del centrosinistra avversata dalle forze di destra presenti nella DC, dalla opposizione del PCI e dalle unificazioni e divisioni nel campo socialista. Tuttavia, furono anni di riforme importanti e di progresso dell’economia italiana, a partire dallo Statuto del lavoratori, il piano verde in agricoltura, la scuola media unica, la nazionalizzazione dell’Enel, investimenti nelle infrastrutture pubbliche.

Poi ci fu ancora centrosinistra con la leadership di Craxi di conseguenza dell’accordo Craxi-Andreotti-Forlani, il CAF. Fu la fine ingloriosa della prima repubblica e nessuno ha mai osato chiamare centrosinistra quell’esperienza che corrispose alla fine sia della DC che del Psi e di tutti i partiti che avevano governato l’Italia dalla fine della guerra. Il compromesso storico ideato da Enrico Berlinguer venne scongiurato ‘di fatto’ con l’omicidio di Aldo Moro. Giustamente Raniero La Valle ha sostenuto che se si fosse saputa la verità sul rapimento e la morte di Moro la storia dell’Italia sarebbe stata diversa, ma tant’è che poco dopo i dorotei presero il sopravvento nella DC, Ciriaco De Mita venne accantonato e si precipitò sull’onda delle inchieste giudiziarie nella seconda repubblica.

Nel 1993, dopo la debàcle di Occhetto, ci fu l’avvento di Berlusconi, nelle elezioni di quell’anno lo scellerato Achille neanche prese in considerazione una alleanza con i popolari di Mino Martinazzoli (che era un centro moderato (1)e perfetto per la sinistra).  Nello stesso anno 1993 venne introdotto un sistema elettorale maggioritario che portò alla formazione di due poli, l’uno di centrodestra e l’altro di centrosinistra, in forte conflittualità: la coalizione di centrosinistra, guidata da Romano Prodi e denominata L’Ulivo, vinse le elezioni del 1996 e guidò il Paese fino al 2001 (governi Prodi, D’Alema e Amato) furono gli anni del risanamento della finanza pubblica indotta anche dall’obiettivo della partecipazione dell’Italia all’Unione economica e monetaria europea, della duplicazione delle imposte per gli italiani (locali oltre che nazionali) e di mediocri riforme dello Stato: legge Bassanini e riforma istituzionale con l’assegnazione di maggiori poteri alle Regioni, tra cui la Sanità. Successivamente una riedizione del centrosinistra denominata L’Unione e guidata ancora da Prodi  vinse di poco le elezioni del 2006 e rimase al governo fino al 2008. Furono ancora anni di sacrifici degli italiani che ricadevano sulle classi lavoratrici e sulla classe media, che proprio in quegli anni iniziarono a disertare le urne e a votare in misura sempre più modesta la coalizione del centrosinistra che per recuperare consenso si riorganizzò nel Partito Democratico e Veltroni venne eletto segretario con le primarie.

Alcuni protagonisti di quest’ultima stagione hanno nostalgia del centrosinistra ma la stragrande maggioranza dell’opinione pubblica ricorda questi anni con ostilità o estraneità.  Questo atteggiamento è inevitabile: le condizioni di vita sono peggiorate ed è cresciuta in modo esponenziale la paura del futuro (occupazione, povertà, immigrazione, pensioni).

Questo riassunto della storia del centrosinistra è lungo, grossolano, dilettantesco  ma inconfutabile nei caratteri essenziali. I 25 lettori che hanno avuto la pazienza di leggerlo sanno quello che si dovrebbe fare e soprattutto quello che non si deve fare: smetterla di parlare di ricostruzione del centrosinistra, quell’albero non è in grado di produrre in questa fase nessun frutto  – è senza vita.

E’ evidente che la seconda Repubblica è morta, solo che siamo in un passaggio stretto perchè della terza Repubblica non si vede l’alba.

Lo stesso sistema elettorale maggioritario è antistorico e sarebbe opportuno puntare su un sistema proporzionale e democratico che consenta agli elettori di scegliere i propri rappresentanti.

Il 1 luglio a Roma ci sarà un bagno di folla entusiasta (2), Pisapia, Bersani e la Boldrini sul palco, ci saranno Orlando e Gianni Cuperlo, arriverà pure Bassolino, ci saranno i giornalisti de “La Repubblica” , ci saranno pure Civati e Fassina. Non mancherà all’appuntamento Fausto Anderlini (3)mentre Prodi e il fido Parisi saranno in viaggio con la tenda canadese. Un sabato memorabile, ma servirà a costruire qualcosa di utile? ne dubito. Un palco non aiuta ad approfondire i nodi cruciali. Gli applausi rischiano di illudere e le urne restano vuote.

D’altra parte, non funziona neanche presentarsi come Sinistra, se anche i dirigenti delle sinistre si sedessero intorno ad un tavolo e si mettessero d’accordo su un programma e sulle candidature il risultato elettorale sarebbe quantomai modesto.

Io penso che mai come oggi servirebbe al Paese un partito, una forza politica pensante. Ricordo che il cardinale Martini non divideva il mondo tra credenti e non credenti ma tra pensanti e non pensanti. Oggi la sinistra non ha bisogno di fedeli ma di persone in grado di portare avanti una buona politica in grado di affrontare i gravi e incancreniti problemi del Paese.

Condivido le riflessioni di Ombretta Buzzi.

“L’unico vero modo per unire e per coinvolgere sono i programmi…. Un movimento è tale perché è attivo tra la gente, cerca di riunire anime affini intorno a un percorso analogo altrimenti è più statico e vecchio di quel che si è lasciato alle spalle.”

Anche la mozione approvata dall’assemblea regionale lombarda di Articolo Uno il 24 giugno individua una strada irta di difficoltà ma che vale la pena percorrere

“…chiarire che dal 2 luglio, con campo Progressista e le altre forze politiche e del civismo disponibili, parte un percorso condiviso per costruire una sinistra plurale con ambizioni di governo, che abbia come obiettivi la lotta alle diseguaglianze, la valorizzazione del lavoro restituendo dignità e diritti, il rafforzamento e innovazione di un nuovo welfare universalistico, la ripresa degli investimenti pubblici, la tutela e valorizzazione dell’ambiente secondo criteri di sostenibilità, promozione dei diritti sociali e civili. Che questo nuovo soggetto non potrà prescindere da modalità partecipate e democratiche per scegliere la rappresentanza politica e le candidature nelle istituzioni.”

Una strada che nell’essenza è la stessa proposta da Anna Falcone e Tomaso Montanari:

“Vi proponiamo di organizzare dal basso, coinvolgendo tutte le realtà potenzialmente interessate e già attive (singoli cittadini, associazioni, comitati, movimenti, partiti), tutti coloro che possono contribuire alla discussione e alla costruzione di proposte serie ed efficaci. Appuntamenti tematici, possibilmente all’aperto, nelle piazze e nei luoghi di incontro, in tempi e orari in cui donne e uomini, giovani e meno giovani, possano partecipare per fornire idee, mettere a disposizione competenze ed elaborazioni, raccogliere adesioni e discutere tutti insieme di proposte credibili, chiare e innovative.” (Anna Falcone, Tomaso Montanari 24 giugno 2017)

Penso che in questo delicato passaggio della società italiana ci vuole umiltà – e non supponenza. I politici di professione dovrebbero lasciare la cattedra e mettere a disposizione la propria conoscenza per scrivere e condividere un programma essenziale con tutte le persone di buona volontà. Svolgere il compito della madre di Socrate, la levatrice che aiuta il bambino a nascere. Ci vuole pazienza da parte di tutti ma solo così si arriva a costruire un pensiero collettivo, un programma essenziale e obiettivi comuni.

Anche il mondo cattolico che richiama giustamente Bersani avrebbe maggiori possibilità di partecipare a questo processo costituente che nelle sedi della politica tradizionale.

Se avremo un pensiero condiviso e obiettivi in cui credere, le persone moltiplicheranno le forze, dimenticheranno le delusioni di questi anni, costruiranno una casa accogliente e prenderemo voti a grappoli.

(1) “Sono moderato, perché sono un convinto seguace dell’antica massima in medio stat virtus. Con questo non voglio dire che gli estremisti abbiano sempre torto. Non lo voglio dire perché affermare che i moderati hanno sempre ragione e gli estremisti sempre torto equivarrebbe a ragionare da estremista. Un empirista deve limitarsi a dire “per lo più”. La mia esperienza mi ha insegnato che nella maggior parte dei casi della vita pubblica e privata, “per lo più” le soluzioni, se non migliori, meno cattive sono quelle di chi rifugge dagli aut aut troppo netti, o di qua o di là. Io sono un democratico convinto. La democrazia è il luogo dove gli estremisti non prevalgono. La democrazia, e il riformismo suo alleato, possono permettersi di sbagliare, perché le stesse procedure democratiche consentono di correggere gli errori. L’estremista non può permettersi di sbagliare, perché non può tornare indietro. Gli errori del moderato democratico e riformista sono riparabili, quelli del estremista, no, o almeno sono riparabili solo passando da un estremismo all’altro. Il buon empirista, prima di pronunciarsi, deve voltare e rivoltare il problema… di qua nascono l’esigenza della cautela critica e…. la possibilità di sbagliare. Dalla possibilità dell’errore derivano due impegni da rispettare: quello di non perseverare nell’errore e quello di essere tolleranti degli errori altrui.

(cfr. N. Bobbio, De senectute, Einaudi, Torino, 1996, p. 148).

(2) Ombretta Buzzi

 (3)  dal diario di Fausto Anderlini – 28 giugno 2017

La saracinesca del camelloporco

Come già ebbi modo di scrivere dopo una chiacchera con Bazzocchi in pigiama in Via Polese ogni organizzazione che si rispetti è in grado di usare la ‘congiura’ come arma estrema nelle situazioni in cui è in gioco la sopravvivenza. Cioè una occulta strategia di qualificati sicari per defenestrare il leader che al caso dia segni di grave squilibrio, politico o mentale. Vale per le polisportive come per i partiti e per gli Stati. Scopo della congiura (e dell’eventuale colpo di stato, o di polisportiva) è di instaurare lo stato di eccezione in attesa di ripristinare le ordinarie condizioni di equilibrio. Le conjurationes hanno alle spalle una nobile storia. Da esse, ad esempio, nacquero i Comuni. In proposito quello che si vede nel Pd è questo. I congiurati, ognuno per quel che lo riguarda, sia per indole, particolarità della posizione personale, pavidità o negligenza, si son mossi tardi e con scarsa decisione, più con sermoni e richiami da padri nobili che con chirurgiche guignoles di palazzo e scantinato. Ma questa esiziale intempestività e indeterminazione ha una ragione antecedente. Essi stessi hanno contribuito ad innalzare chi oggi da prove evidenti di instabilità. Ma soprattutto sono stati conniventi, o tartufescamente apparatati, quando Renzi ha portato a termine la congiura che ha liquidato la sinistra. Ne consegue che sono congiurati screditati. Un congiurato professionale sa di avere un solo colpo a disposizione. Non può giocare al tirassegno; a meno non sia, in realtà, un rivoluzionario o un terrorista.
Adesso, a golpe fallito, anzi neppure tentato, corriamo il rischio di trovarceli tutti al raduno di Pisapia con richiesta allegata di lasciapassare camelloporclo. Non solo Orlando e Cuperlo, ma sinanche la Finocchiaro, Franceschini e Fassino….e pure i giornalisti di Repubblica, con Veltroni. C’è da ipotizzare che persino Prodi, buttato alle ortiche il Vinavil, pianti la sua canadese nei pressi del caravanserraglio di Santi Apostoli mettendosi a dormire nel sacco a pelo con Parisi. Così il centro-sinistra in esilio sarebbe al completo. E non resterebbe che chiudere la saracinesca dell’osteria per tutto esaurito. Tirarla giù subito, lasciandone fuori un tot, o aspettare ? Accoppare il vitello grasso o attrezzare campi di rieducazione (ma col rischio di ritrasformarli in congiurati efficienti a danno del camelloporco….) ? That is the question.