C’era una volta un’edicola

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di Luca Billi – 8 gennaio 2019

Voi non lo sapete, ma io potevo diventare un edicolante. Qualche anno dopo la fine della guerra, il mio bisnonno era il postino e il giornalaio di Quarto, un piccolo centro della campagna bolognese.
Non l’ho conosciuto, ma mi dicono fosse un tipo piuttosto originale. Quando ebbe l’età per andare in pensione, “lasciò” il lavoro alle Poste a suo figlio – allora era un diffuso sistema di welfare garantire ai figli il posto pubblico che era stato dei genitori – mentre l’edicola toccò a sua figlia, ossia la madre di mia madre. Quindi per discendenza matrilineare l’edicola di Checco Sarti sarebbe potuta diventare un giorno mia. A dire il vero ormai non era più propriamente un’edicola, ossia una piccola costruzione su suolo pubblico. Quando io ero bambino, nei primissimi anni Settanta la vecchia edicola in legno verde venne rimpiazzata da una più moderna e grande edicola in metallo e infine anche questa fu smantellata quando i miei nonni decisero che era tempo di trasferirsi in un negozio che si trovava sempre lì di fronte. Quando poi fu chiaro che io non avrei continuato quell’attività, la mia famiglia la cedette e io effettivamente ho preso un’altra strada che, un po’ tortuosamente, mi ha portato fin qui.
L’edicola – continuo impropriamente a chiamarla così – a Quarto c’è ancora, è una di quelle poche che sta resistendo, perché nel frattempo chi la gestisce ha giustamente cominciato ad ampliare la propria offerta. Ma la chiusura delle edicole è una tendenza ormai inesorabile: forse oggi anch’io sarei uno dei tanti edicolanti senza un lavoro.
Quando io ero un ragazzino e naturalmente aiutavo i miei nell’attività di famiglia, l’edicola era una specie di servizio pubblico. L’edicola non poteva chiudere mai, se non la domenica pomeriggio e i pochissimi giorni in cui non uscivano i quotidiani – il 26 dicembre, il 2 gennaio, il lunedì di pasqua, il 26 aprile, il 2 maggio, il 16 agosto – perché allora il giornale era considerato un bene primario: neppure la latteria e il forno stavano aperti quanto l’edicola. E ricordo che quando, dopo la strage del rapido 904 del 23 dicembre 1984, i giornali decisero di non sospendere la pubblicazione neppure per un giorno, noi aprimmo anche per santo Stefano. L’edicola era considerata di fatto un servizio essenziale, pur essendo gestita da un privato. Non era facile avere un’edicola, comportava delle rinunce: ad esempio le ferie estive della mia famiglia erano fortemente contingentate proprio perché l’edicola non chiudeva mai. Ma ovviamente ciò era ripagato dal fatto che era un’attività che sarebbe continuata per sempre, perché non soggetta al mercato, almeno così si pensava allora. Per la generazione dei miei genitori e tanto più per quella dei miei nonni un’edicola a Quarto ci sarebbe sempre stata. Ci doveva sempre essere.
Non è più così. Adesso l’edicola può chiudere, anche a Quarto. Perché è diventata un’attività commerciale come un’altra e, come tale, soggetta alle leggi del mercato. Se non vendi, chiudi. E i giornali non si vendono più, le riviste non si vendono più, le enciclopedie a fascicoli settimanali non si vendono più. E immagino si vendano molto meno anche i giornali porno, che erano uno degli articoli di maggior “richiamo” (ovviamente a Quarto si vendevano questi giornali a persone degli altri paesi, e quelli di Quarto andavano a comprarli nei paesi vicini: è la prima rudimentale forma di “turismo sessuale”).
E’ colpa di internet – diranno subito i miei piccoli lettori – e forse avete ragione. Wikipedia e Youporn sono gratuiti e non bisogna neppure andare in edicola per avere una massa di informazioni – e non solo – paragonabile a quella disponibile in un’edicola. Ma non ne sono del tutto convinto. O almeno non è solo colpa della rete.

Certo è cambiata la nostra vita: adesso la mattina, prima di passare davanti a un’edicola – che pure è circa a metà del breve tragitto tra casa nostra e il municipio – ho già sentito un giornale radio nazionale, la rassegna della stampa estera, il giornale radio regionale e ho dato un’occhiata alle ultime notizie sul telefono. Quando passo davanti all’edicola – intorno alle 7,40 del mattino e saluto la giornalaia che di solito a quell’ora è fuori a fumare – i giornali che ci sono dentro sono già “vecchi”. E infatti io non acquisto un quotidiano da giugno del 2011, ossia da quando ho smesso di fare il pendolare tra Quarto e Salsomaggiore e quindi il giornale mi serviva soprattutto per tenermi sveglio. Ma temo che quei giornali siano “vecchi” non solo perché so già le notizie, ma perché so già anche i commenti. Dal momento che ciascuno di loro esprime una linea editoriale piuttosto netta, rappresenta in qualche modo un “partito”, ho scarso interesse a leggere commenti che conosco già, perché per lo più i giornalisti scrivono quello che gli dicono di scrivere, pro o contro il governo di turno. Al massimo potrei comprare un giornale per gustarne lo stile letterario, per imparare a scrivere, ma visto il livello della prosa – e a volte anche della sintassi – degli articoli, preferisco non spendere l’euro e cinquanta di un giornale. Credo che le edicole chiudano anche perché i giornali sono poco utili.

Una città senza edicole è un po’ più brutta, perché le edicole sono presidi del territorio. O almeno lo erano. E anche un paese senza giornali è un po’ più brutto, è un più povero. vediamo cosa sta succedendo a una società fatta di persone che si informa da sola, che pensa di poter sapere le cose senza mediazione. A Quarto nella prima metà dei Settanta non erano tanti quelli che avevano studiato, ma se fosse arrivato uno a dire che la terra è piatta sarebbe stato guardato al massimo con condiscendenza. Anche perché c’era l’edicola, c’erano i giornali e c’erano persone che li leggevano.

Ultim’ora: dopo che ero già “andato in stampa”, ho saputo che anche l’edicola di Quarto ha chiuso.