Cesare Pavese non ha mai imparato “il mestiere di vivere”

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Cesare Pavese è uno dei miei autori di formazione.
Quanto l’ho amato.
Leggere la sua biografia è tristissimo: un uomo solo, sempre preso da qualche reale o presunta relazione sentimentale mai pienamente sbocciata, comunista non compreso neanche dal Partito, un artista sensibile e raffinato che porrà fine alla sua vita, prematuramente a soli 42 anni, il 27 agosto del 1950, in una camera di albergo.

Sulla prima pagina dei Dialoghi con Leucò, che si trovava sul tavolino della stanza aveva scritto:
«Perdono tutti e a tutti chiedo perdono. Va bene? Non fate troppi pettegolezzi».
E ancora in un foglietto vengono trovate scritte di suo pugno tre frasi:
«L’uomo mortale, Leucò, non ha che questo d’immortale. Il ricordo che porta e il ricordo che lascia»
«Ho lavorato, ho dato poesia agli uomini, ho condiviso le pene di molti»
«Ho cercato me stesso».

Quando artisti così grandi muoiono così giovani, io mi chiedo sempre quanto avrebbero ancora potuto dare alla cultura, a tutti noi. Poi mi rattrista che non abbiano trovato pace nella loro vita, che niente e nessuno li abbia saputi trattenere anche se, egoisticamente, sono cosciente che la loro sensibilità e la loro inadeguatezza ad integrarsi nella vita reale sono le caratteristiche che hanno creato le condizioni perché esprimessero ciò che ci hanno donato.