Ci vuol altro, per far della satira

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di Franco Cardini – 4 settembre 2016

Ormai da qualche anno, abito quasi più a Parigi che a Firenze. Mi chiedo come avrebbero reagito quassù, tra i cieli bigi – anche se in questo momento fa bello ed è caldissimo –, qualche mese fa, quando la Senna ha minacciato d’inondare la Ville Lumière, se fosse accaduto davvero (magari con qualche centinaio di morti) e un settimanale italiano avesse pubblicato una vignetta sul tema “I parigini annegati nella zuppa di cipolle; alcuni si salvano di barchette di pommes frites”. Sicuramente vi sarebbe stata indignazione diffusa, insieme al solito disprezzo strisciante per gli italiani, “maccheronì, pizzà et mafià”.

Certo, non abbiamo la loro grandeur: anche se il loro Francesco I nel castello di Amboise si teneva ben stretto l’autore della Gioconda, e quanto al loro più grande generale era un un còrso di origini toscane, forse nato cittadino genovese. Magari, però, qualche volta abbiamo un po’ più stile di qualcuno di loro. E siamo anche meglio attrezzati quanto a gastrofilologia. Eh, sì: perché mi chiedo quale pessimo finto ristorante italiota (di quelli turistici, che nei loro menus scrivono “spageti”, ossobucco” e “taglatele”) frequenti il vignettista di “Charlie Hebdo” che ha disegnato i nostri poveri morti all’italiana del recente terremoto sepolti a strati sotto “penne al sugo di pomodoro”, “penne gratinate”, “lasagne”. Li avesse inumati sotto una montagna di bucatini all’amatriciana o di strangozzi alla norcina, almeno avrebbe rispettato la gastrogeoantropologia centroitalica. Invece no, nemmeno quello. Se ne dovrebbe dedurre, stando a “Charlie Hebdo”, che tutta la douce France si stia sempre più adeguando ai livelli di sagacia e di finezza dei suoi ultimi  presidenti, soprattutto l’ineffabile  Hollande. Fortuna che non è sempre così.

Scherzi a parte, riprendiamo la polemica affiorata proprio a proposito di “Charlie Hebdo”: quando l’Europa intera si divise sulla vignette antimusulmane – che francamente tuto facevano men che ridere – e poi si divise di nuovo sulla libertà della satira quando qualcuno osservò che in fondo i redattori di quel celebre foglio non è che se la fossero cercata, la tragedia del 7 gennaio 2015 (questo mai: quell’orrore ci addolorò e c’indignò tutti…), ma che in fondo bisogna pur star attenti, anche quando si fa satira: ci sono cose dinanzi alle quali forse ci si dovrebbe fermare, forse non è lecito ridere. La fede religiosa, ad esempio; oppure il dolore e la morte di qualcuno. Sulla morte come immagine simbolica si può anche far dello spirito, e se n’è fatto nei secoli (pensate alle “Danze Macabre”: ma quando concretamente e realmente muore qualcuno è giusto fargli largo in silenzio, rispettare la solennità del suo passaggio a un’altra Vita o al Nulla, mostrar solidarietà ai suoi cari (e bellissimo sarebbe anche smetterla di applaudire a funerali: un morto non è una star). Quanto alla religione, si può anche prendere alla leggera e non averne una: ma per chi ce l’ha essa è un patrimonio troppo sacro per ghignarci sopra. Ecco al parola: “Sacro”. E il Sacro è l’arcanamente diverso da noi, il totalmente diverso dalle nostre esistenze quotidiane. Dinanzi al Sacro, si tace con rispetto.

Ma i cultori della Libertà a Trecentosessanta Gradi non ci stanno. Nulla è sacro, su tutto si può fare una bella risata. E qualcuno – anche cattolico – fa l’esempio dei cristiani che non se la prendono mai quando si scherza su Gesù e sulla Madonna: a differenza di ebrei e musulmani che la fanno sempre tato lunga.

Potremmo rispondere che uno dei problemi che alla lunga stanno diventando sempre più gravi, nel nostro Occidente, è la fine della “cultura del limite”. Abbiamo conquistato il mondo, mezzo millennio fa, perché abbiamo deciso che dietro un orizzonte ce n’è sempre un altro e che nulla resiste alla forza della navi e dei cannoni (Carlo Maria Cipolla ce l’ha spiegato in un libro bellissimo). Ma quel che oggi accade dalla biotecnologia  all’inquinamento mondiale, dal trionfo del turbocapitalismo con la sua sete senza fondo di profitti alla distruzione dell’etica e con esso delle prospettive di seria convivenza umana dovrebbe farci riflettere che un recupero delle frontiere e delle barriere sarebbe salutare. Del resto, lo diceva proprio il grande ossimoro del Sessantotto, “Vietato vietare”: se c’è una cosa che è vietata, vuol dire che il divieto rimane comunque un necessario e ineliminabile  valore.

D’altronde, fatevi un attento esame di coscienza. Davvero si può far satira su tutto? Ve la sentireste ad esempio, anche se ne provaste un’irresistibile (e ripugnante) voglia, di far dell’ironia sulla Shoah?  Ammettetelo che non lo fareste comunque, per paura di ricevere in cambio la “morte civile”. Ed è bene che sia così. Per la Shoah e per poche altre, ma sacrosante cose. Non si scherza sulla fede religiosa, nemmeno quando non la si possiede personalmente: e anche se talora una lieve e sempre misurata ironia è ammissibile, la satira mai. Nemmeno quella buona: figurarsi l’altra. Non si scherza sulle sventure e sul dolore; non si scherza sulla morte. Le battute sui migranti annegati nel canale di Sicilia fanno ridere solo qualche infame imbecille. La satira, mes chers amis,lasciatela fare a chi la sa fare: non a chi la fa decadere al livello di offesa immonda.