Gli impubblicabili

Pubblicato il 25 luglio 2017 | di Fabrizio Rondolino, Gian Franco Ferraris

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Compagni, sarebbe ora di non abboccare a qualsiasi amo (anche senza verme) e andare a nuotare in acque limpide

di Gian Franco Ferraris – 25 luglio 2017

Da anni in Ita­lia non esi­ste una sini­stra orga­niz­zata in grado di rap­pre­sen­tarsi in tutte le situazioni, isti­tu­zio­nali e sociali, come ele­mento deci­sivo del con­fronto e del con­flitto. Se prove­remo a crearla, imboc­che­remo la nuova strada. Se no, no. E saranno dolori per tutti.
Non intendo ovviamente una sinistra estremista perchè sono un moderato (1), ma una sinistra fedele ai propri valori originari e che lavori non per le ambizioni personali ma per l’interesse generale e soprattutto per quelle fasce di persone che la nostra società tende sempre di più a mettere ai margini. Purtroppo la strada è irta di difficoltà e in questi mesi prevale lo scoramento e la confusione. In questi giorni mi hanno colpito le affermazioni di Gad Lerner, uno dei consiglieri di Giuliano Pisapia riportate in calce

«Ora dobbiamo trattare con Stumpo e Scotto — continua Lerner — come ai tempi di Prodi quando io e Santagata dovevamo trattare con i Ds, ma quello almeno era un partito vero. Comunque dovranno cedere a Giuliano perché senza di noi non prendono nemmeno il tre per cento. Lui continuerà a essere prudente ma sa benissimo chi sono questi e non si farà fregare»

Ecco mi pare che con queste fondamenta non si possa costruire nessuna casa comune.

E anche una affermazione di Rondolino in un articolo su “L’Unità”

“Perché mai Renzi dovrebbe allearsi con un paio di partitini che si sono formati per farlo fuori, in presenza di una legge elettorale che non prevede alleanze, e con la matematica certezza che nel prossimo Parlamento nessuno schieramento avrà comunque la maggioranza? Che senso ha anche soltanto parlarne?”

Come non condividere l’essenza di questa frase? Con la legge proporzionale che senso ha parlare di unità del centrosinistra, dal Pd a Campo Progressista a Articolo Uno? Lo hanno compreso pure Rondolino e Renzi, come è possibile che politici di professione come Cuperlo, Prodi, Parisi, Pisapia e tanti “bersaniani” insistano su una tale sciocchezza che alimenta solo confusione?

Il richiamo all’alleanza del centrosinistra con il Pd su posizioni politiche incompatibili e destinato alla sconfitta, non ha alcuna ragione di esistere.

Non solo se il ragionamento di Rondolino ha senso: “matematica certezza che nel prossimo Parlamento nessuno schieramento avrà comunque la maggioranza”, Renzi candiderà nei collegi sicuri dei fedeli con buona pace di Cuperlo, Orlando e pure dei franceschiniani, a cui se decidesse di mollare il Pd cercherà di lasciare i debiti ingenti del Referendum.

Questa la realtà, altro che lo specchietto per le allodole del centrosinistra unito per battere la destra. Il Pd è in caduta libera e Renzi lo sa bene.

Al contrario, ho riletto e riportato due interviste di Massimo D’Alema del mese di maggio che indica con semplicità un percorso limpido: Costituente, programma condiviso con la partecipazione di persone in carne ed ossa, nessun veto pregiudiziale e primarie per la scelta dei candidati. Vi invito a leggerle o rileggerle e a pensare. A mio modesto parere occorre ripartire da lì perché la proposta di D’Alema ha almeno quattro grandi pregi e nessun difetto:

  1. e’ inclusiva e costruttiva perchè consente a tutti i politici e alle persone di buona volontà di discutere e contribuire a scrivere un programma essenziale e condiviso. Avere come obiettivo un programma per affrontare i gravi problemi del Paese unisce ed evita, per quanto possibile, le discussioni inutili come quelle se è meglio il centrosinistra o la sinistra identitaria, su recriminazioni del passato e vecchie divisioni.
  2. avere una unica forza politica ‘a sinistra’ chiarirebbe all’opinione pubblica di oggi distratta da mille problemi che c’è una alternativa concreta a Renzusconi, alla Lega e al movimento 5 stelle. Spunterebbe anche l’arma del Pd del “voto utile”.
  3. Consentirebbe a coloro che hanno l’ambizione di guidare questa forza politica di farlo in modo democratico, civile, scelto dai cittadini.
  4. con la scelta dei candidati a deputato si invertirebbe la rotta della frattura ogni giorno più profonda tra politici e società.

(1) “Sono moderato, perché sono un convinto seguace dell’antica massima in medio stat virtus. Con questo non voglio dire che gli estremisti abbiano sempre torto. Non lo voglio dire perché affermare che i moderati hanno sempre ragione e gli estremisti sempre torto equivarrebbe a ragionare da estremista. Un empirista deve limitarsi a dire “per lo più”. La mia esperienza mi ha insegnato che nella maggior parte dei casi della vita pubblica e privata, “per lo più” le soluzioni, se non migliori, meno cattive sono quelle di chi rifugge dagli aut aut troppo netti, o di qua o di là. Io sono un democratico convinto. La democrazia è il luogo dove gli estremisti non prevalgono. La democrazia, e il riformismo suo alleato, possono permettersi di sbagliare, perché le stesse procedure democratiche consentono di correggere gli errori. L’estremista non può permettersi di sbagliare, perché non può tornare indietro. Gli errori del moderato democratico e riformista sono riparabili, quelli del estremista, no, o almeno sono riparabili solo passando da un estremismo all’altro. Il buon empirista, prima di pronunciarsi, deve voltare e rivoltare il problema… di qua nascono l’esigenza della cautela critica e…. la possibilità di sbagliare. Dalla possibilità dell’errore derivano due impegni da rispettare: quello di non perseverare nell’errore e quello di essere tolleranti degli errori altrui.”

(cfr. N. Bobbio, De senectute, Einaudi, Torino, 1996, p. 148).

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L’articolo di Fabrizio Rondolino – 21 luglio su L’Unità

Per gli anti-renziani l’unica cosa che conta è che non ci sia un leader. Mai (link)

Sono uscito dal circo mediatico (e ne sono felice), ma non sono affatto sceso dal carro. Anzi: il pensiero unico antirenziano, per le forme e i modi in cui si manifesta, ha rafforzato in me la simpatia e la fiducia nel segretario del Pd. Tanto più che il dibattito intorno a Renzi ha ormai ampiamente superato le colonne d’Ercole del ridicolo.

Perché mai Renzi dovrebbe allearsi con un paio di partitini che si sono formati per farlo fuori, in presenza di una legge elettorale che non prevede alleanze, e con la matematica certezza che nel prossimo Parlamento nessuno schieramento avrà comunque la maggioranza? Che senso ha anche soltanto parlarne?

<p”>E perché mai Renzi dovrebbe cambiare carattere, e non invece colore della pelle o sesso o fede religiosa? Da quando in qua la psicologia da bar è diventata una branca della politologia?

A me pare che il punto fondamentale sia drammaticamente semplice: ben al di là dei difetti e dei meriti, delle tifoserie e persino delle appartenenze politiche, Renzi sconta l’insofferenza anarchica del circo politico-mediatico-giudiziario nei confronti della leadership, comunque si manifesti e chiunque la incarni.

La mediocrità di un ceto politico parassitario interessato soltanto a tutelarsi e a riprodursi, l’esondazione sistematica di alcuni settori militanti della magistratura, e la superficialità qualunquista che ha trasformato l’informazione in spettacolo, hanno progressivamente indebolito la politica fino a disintegrarne le basi, il senso, l’orizzonte. Non c’è niente da fare, ahimé: ogni volta che sulla scena compare un leader, il circo politico-mediatico-giudiziario si mobilita compatto per segargli le gambe, boicottarne le proposte, denigrarne la persona. Ogni volta che un Gulliver fa capolino, i lillipuziani dei partiti, delle procure, dei giornali e delle tv escono alla luce per imbrigliarlo e legarlo e neutralizzarlo.

L’Italia che combatte contro Renzi combatte per la propria sopravvivenza, e per questo è così accanita, irrispettosa, violenta: i politici di destra, di centro e di sinistra vogliono tornare a disporre ciascuno della propria quota di potere, così da impedire a chiunque di decidere alcunché; i pm militanti vogliono continuare ad indagare e inquisire a prescindere (purché le vittime facciano politica) per occupare le prime pagine, andare in tv e di tanto in tanto candidarsi alle elezioni; giornali e tv, il cui rapporto con la realtà è ormai paragonabile ad una puntata del Trono di spade, vogliono continuare ad allestire ogni giorno il processo alla Casta corrotta e inefficiente, di cui sono parte essenziale, e a santificare la società civile, che l’ha sempre felicemente votata perché campa dei suoi favori.

Per questa Italia Renzi è il nemico mortale, perché contro questa Italia Renzi ha combattuto fin dal primo giorno con un coraggio che rasenta l’incoscienza. Non contano i risultati: ogni volta che il Pil cresce un po’ di più, c’è un editorialista che ci spiega che il governo dei Mille giorni non c’entra niente e che siamo comunque il fanalino di coda. Non conta la coerenza: da Bersani a Orlando, la maggior parte degli oppositori di Renzi ne hanno votato tutti i provvedimenti. Non conta la democrazia: meno di tre mesi fa due milioni di italiani hanno eletto Renzi segretario del Pd, e da allora ogni giorno qualcuno riapre il congresso. Non conta la prospettiva: qualcuno ha idea, fra i tanti che abbondano di opinioni retroattive, di che cosa succederà all’Italia dopo le prossime elezioni? L’unica cosa che conta è che non ci sia un leader, mai, in nessun caso, perché i leader decidono, e ogni decisione incrina la ragion d’essere e il fatturato del circo politico-mediatico-giudiziario.

Apprezzo Renzi perché fa da sé, ha un’idea e un orizzonte, vince le primarie anche quando perde rovinosamente il referendum della vita, combatte come un diavolo e più botte prende più si rialza a combattere, anche quando i suoi amici gli consigliano di prendere fiato, perché è un leader e i leader funzionano così – cioè trasformano il consenso in decisione e azione, e in questo modo restituiscono alla politica il suo unico senso possibile.

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questo Gad Lerner su Il Corriere del 20 luglio 2017 (link)

«Quando D’Alema dice che Pisapia è il leader io e Giuliano ci tocchiamo i cosiddetti»: Gad Lerner attraversa il Transatlantico di Montecitorio e con una battuta dà voce al disagio dell’ex sindaco di Milano, di cui è uno dei principali consiglieri. «Ora dobbiamo trattare con Stumpo e Scotto — continua Lerner — come ai tempi di Prodi quando io e Santagata dovevamo trattare con i Ds, ma quello almeno era un partito vero. Comunque dovranno cedere a Giuliano perché senza di noi non prendono nemmeno il tre per cento. Lui continuerà a essere prudente ma sa benissimo chi sono questi e non si farà fregare»……

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Ora invece uno stralcio dell’intervista a D’Alema sul Corriere della sera del 25 maggio

Oggi a sinistra del Pd ci sono tre partiti: il vostro, quello di Pisapia e quello di Vendola. Vi metterete insieme?
«C’è molto altro. Ci sono i comitati per il No di Zagrebelski, c’è un pezzo importante di società civile, il mondo del cattolicesimo democratico. Sono forze che devono unirsi in un’alleanza per il cambiamento, aperta a tutti quelli che vogliono dare vita a un programma di centrosinistra».

Quanto potrebbe prendere questo nuovo partito?
«L’alleanza per il cambiamento ha una potenzialità che va molto al di là della somma delle singole forze. Dovrebbe nascere da un processo costituente, attraverso la rete e una serie di assemblee, con una grande consultazione programmatica. E dovrebbe comportare elezioni primarie sia per l’indicazione dei candidati (un punto forte dell’intesa Berlusconi-Renzi è il mantenimento delle liste bloccate), sia per la scelta di una personalità che guidi questo processo».

Pisapia?
«Chiunque sia deve essere scelto dai cittadini. Io non sono candidato».

È una fortuna, visto che Renzi non vuol fare accordi con un partito in cui ci sia anche lei.
«Il suo modo dilettantesco di governare ha creato danni enormi al nostro Paese. Che piaccia o no a Renzi, D’Alema c’è: se ne faccia una ragione. L’Italia ha bisogno di una svolta profonda e di una nuova politica economica, incentrata sugli investimenti. Siamo l’unico Paese che la commissione europea critica da sinistra, chiedendoci di rimettere l’imposta sulla prima casa almeno ai ricchi».

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Questo è un altro stralcio di una intervista  a D’Alema di Matteo Pucciarelli di fine maggio

Tutto ciò che sta a sinistra del Pd cosa dovrà fare in vista del voto, secondo lei?
“Penso che nel nostro Paese, nella nostra società, la sinistra esista. E anche con Pisapia abbiamo il compito di unirla, naturalmente non mettendo attorno a un tavolo gli stati maggiori delle varie formazioni, ma semmai aprendo un grande confronto con i cittadini innanzitutto sul programma, sulle scelte, sui contenuti. E poi spero che ve ne sia il tempo, perché è folle fare la campagna elettorale ad agosto, di fare delle primarie per scegliere i candidati”.

Anche la leadership?

“Sì, il candidato presidente di questa “Alleanza per il cambiamento”. Ma deve essere un processo aperto a tutti quelli che convergono. Non ci possono essere dei veti. Nessuno ha il diritto di porne. Dopodiché vogliamo che siano contenuti di una sinistra di governo seria, che vuole appunto governare e si candida ad essere la vera alternativa al patto con Berlusconi”.

Ps 27 luglio 2017

Ho scritto questo intervento 2 giorni fa e mi sono preso una bella dose di insulti, il più ricorrente di essere dalemiano. Nel frattempo è cambiato il paesaggio politico, sulla reta si è scatenata una reazione di popolo all’abbraccio tra Pisapia e Boschi alla Festa de L’Unità a Milano e alla dichiarazione di Pisapia di trovarsi nel Pd “a casa sua”.  Quasi tutti gli interventi hanno accusato di tradimento con una distinzione: i fedeli hanno attaccato Pisapia ma ribadito la fiducia nei dirigenti di Articolo Uno mentre gli altri hanno messo in dubbio la coerenza dei “bersaniani” che avrebbero incoronato leader o federatore Pisapia che non ha mai chiarito di escludere l’alleanza con il Pd e che di fatto in questi mesi ha ostacolato la costruzione di una lista unitaria per i veri posti nei confonti di SI e del movimento civico di Anna Falcone e Montanari.

Nei vari gruppi che si riconoscono in Articolo Uno si sono accese discussioni e litigi su questa diversità di vedute. Io penso che dovremmo essere tutti d’accordo sul fatto che la rottura con Pisapia è dovuta anche alle ambiguità che si sono sviluppate in questi mesi, ne cito solo una curiosa, sui giornali Pisapia ha dichiarato più volte che Articolo Uno si sarebbe sciolto mentre alla manifestazione a Roma del primo luglio sulla piazza sventolavano più alte che mai le insegne di Articolo Uno con qualche disappunto di Gad Lerner che presentava l’iniziativa. Un’altra questione riguarda in quale sede di Articolo Uno è stata presa la decisione di indicare Pisapia leader, in apparenza tutto è iniziato con una dichiarazione di Pierluigi Bersani che da più parti viene ritenuto far parte della maggioranza della nuova formazione . Va da sè che se c’è una maggioranza ci deve essere una minoranza, ma chi fa parte di questa minoranza?

Di certo qualcosa non funziona perchè esponenti di primo piano da tempo non intervengono e non rilasciano dichiarazioni pubbliche, Guglielmo Epifani che a fondamenta a Milano aveva concentrato il proprio applaudito intervento sull’urgenza di predisporre un programma dal 2 luglio non scrive sulla sua pagina – ma potrebbe essere semplicemente in vacanza. Altri hanno fatto vari distinguo e Enrico Rossi ha partecipato all’assemblea del Brancaccio, ha sempre sostenuto l’obiettivo di giungere a una lista unitaria di ispirazione socialista. A me pare che il punto debole di Articolo Uno in questi mesi sia stato quello una discussione limitata al ceto politico mentre i compagni di base sono stati lasciati fuori dai nodi cruciali da affrontare. Il dubbio che ho è quello che dietro queste piccole o grandi incomprensioni non ci siano solo beghe tra leader ma una vera e propria differente visione politica e strategica, che è rimasta nell’ombra con il rischio di compromettere la buona volontà di questi mesi.

Autore Originale del Testo: Fabrizio Rondolino, Gian Franco Ferraris

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  • cambio1715040

    Ma come fa, illustre Ferraris, a sostenere questa tesi? Quale forza aggregante può ancora esercitare D’Alema quando nel nostro paese la sinistra è sempre stata minoritaria, e negli ultimi lustri ha fatto di tutto per disperdere ogni sua residua credibilità? Quale accoglienza possono trovare le interviste di D’Alema, le sue proposte, niente di più facile e scontato, in una Cittadinanza a cui il compianto prof De Mauro assegnava un analfabetismo funzionale oltre il 75%?

    Se vogliamo il cambiamento esso non può venire dalla Sinistra, ma da
    tutta la Cittadinanza sofferente, quel 90% sfiduciato che contine l’astensionismo e la mestizia di chi andrà al seggio per il “male minore”, alla quale Falcone e Montanari devono rivolgersi per il
    successo elettorale di una Lista Civica Nazionale per la Democrazia
    Costituzionale, partecipata, garantita e sostenuta in primis dai
    promotori dèi Comitati per la Democrazia Costituzionale, del No e
    Italicum, che potrà allearsi col quanto Bersani e c. sapranno raccogliere per una maggioranza progressista.

    L’obiettivo da perseguire deve essere la
    cacciata dal Parlamento della mediocrità, che è la malattia cronica e
    in progressivo peggioramento che affligge il Paese, per sostituirla col
    rigore morale e culturale e l’orientamento al bene comune indispensabile
    in quel luogo-istituzione da cui tutto discende, non limitarsi alla Nuova Sinistra Unita, e certo non la coltivazione
    di un campo difficile e incerto.

    Paolo Barbieri


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