Criminalità organizzata transnazionale e globalizzazione

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di Roberto Musacchio – 9 aprile 2018

Il concetto di criminalità organizzata transnazionale non è facilmente determinabile poiché non esiste nessuna definizione né in diritto penale tantomeno in criminologia. Le organizzazioni criminali transnazionali, inoltre, differiscono sostanzialmente l’una dall’altra per struttura organizzativa, tipi di attività, dimensione ed estensione territoriale. Nonostante questa carenza sul concetto di criminalità organizzata transnazionale, diversi elementi peculiari sono evidenti nelle mafie di tutto il mondo. In primis, tali organizzazioni criminali commettono reati utilizzando la violenza laddove non riescono a imporsi mediante l’uso di strumenti corruttivi.

I gruppi criminali, inoltre, operano sempre sotto la direzione di leader (boss o capi mafia) e sebbene siano ben organizzati, la loro struttura è parzialmente permanente e muta soprattutto quando il gruppo opera fuori dal proprio territorio di pertinenza. La criminalità organizzata transnazionale agisce attraverso una rete di gruppi omogenei collegati tra loro in pieno regime di solidarietà, complicità e ferreo ordine gerarchico. Le associazioni criminali transnazionali sono attive in una molteplicità di campi che vanno dalle frodi bancarie, alla criminalità informatica, dal traffico di droga, merci o persone, fino all’accaparramento di fondi statali. Al fine di raggiungere i loro obiettivi e proteggere gli incommensurabili interessi economici, tali organizzazioni sono disposte a usare qualsiasi strumento, violento o meno, pur di incrementare i loro interessi economico-commerciali sparsi in tutto il globo. Come non è arduo comprendere, le loro pratiche criminali non sono mai limitate ai soli confini nazionali.

Nella Convenzione contro la criminalità organizzata transnazionale (CATOC), le Nazioni Unite hanno stabilito che il reato (l’offesa) è di natura transnazionale: (a) se è commesso in più di uno Stato; (b) se è commesso in uno Stato ma parte della sua preparazione, pianificazione, direzione, o il controllo ha luogo in un altro Stato; (c) se è commesso in uno Stato ma coinvolge un gruppo criminale organizzato che s’impegna attività criminali in più di uno Stato; (d) se è commesso in uno Stato ma produce effetti sostanziali in un altro Stato. In un precedente documento, le Nazioni Unite elencarono anche diverse categorie di reati rientranti nel concetto criminalità organizzata transnazionale: riciclaggio di denaro sporco, attività terroristiche, furto di arte e di oggetti di valore artistico, furto di proprietà intellettuale, traffico illecito di armi, dirottamento aereo, pirateria marina, dirottamento, frode assicurativa, crimini informatici, reati ambientali, traffico di persone, commercio di parti del corpo umano, traffico di droga, bancarotta fraudolenta, infiltrazione mafiosa in affari legali, corruzione di funzionari pubblici come definiti nella legislazione nazionale, corruzione di funzionari di partito ed eletti e rappresentanti come definiti nella legislazione nazionale e altri reati commessi sempre da gruppi criminali organizzati.

Sulla complessità della materia ci sono stati molteplici dibattiti dottrinali che si sono concentrati anche sulla relazione tra globalizzazione e crimine organizzato. Personalmente ritengo che, la globalizzazione sia stata uno dei più grossi affari per le mafie di tutto il mondo poiché è stata utile soprattutto ad ampliare i propri interessi criminali a livello internazionale. La globalizzazione ha facilitato il commercio internazionale e lo scambio di merci e di conseguenza ha aumentato anche la difficoltà di controllo sulle attività illecite e l’esecuzione di leggi che intendevano frenare questi fenomeni. Il sistema finanziario globalizzato e la conseguente deregolamentazione ha agevolato il riciclaggio di denaro consentendo di nascondere i profitti illeciti delle mafie mondiali. In altre parole – pur se cosciente della mia tesi temeraria – sono convinto assertore del fatto che della deregolamentazione finanziaria beneficiano soprattutto le mafie perché, di fatto, si consente loro di riciclare denaro attraverso il collocamento, la stratificazione e la piena integrazione nel sistema finanziario legale.

Il processo di globalizzazione nel suo sviluppo ha generato vincitori e perdenti. Il suo effetto dirompente ha, in concreto, causato maggiore disuguaglianza e povertà in tutto il mondo. Hanno chiuso piccole imprese, aziende e molte famiglie sono finite sul lastrico. Questi effetti hanno reso più forti le mafie che in questa crisi hanno potuto offrire opportunità e lavoro ponendo – per assurdo – rimedio alla distribuzione disuguale del reddito. Le mafie mondiali hanno saputo sfruttare al meglio gli effetti negativi dei processi di globalizzazione ampliando le loro reti d’influenza e di potere in ogni parte del mondo. Le attività illecite delle organizzazioni criminali prosperano proprio come quelle legali e vanno dai progressi tecnologici nel settore dei trasporti fino alle telecomunicazioni. Sussistono addirittura collegamenti diretti tra progresso tecnologico e liberalizzazione economica. La rimozione di ostacoli al commercio internazionale di merci e il libero flusso di fondi ha inoltre facilitato i traffici illeciti transfrontalieri delle mafie. Le stesse, attualmente hanno accesso a tecnologie all’avanguardia (aerei, sottomarini, droni) per trafficare droga, esseri e organi umani. Utilizzano, inoltre, complesse operazioni finanziarie e informatiche (da ultimo i bitcoins) per il reimpiego di denaro sporco in attività lecite. Mentre ci occupiamo delle mafie a livello nazionale, il potere del crimine organizzato transnazionale è cresciuto drammaticamente mettendo in crisi, in alcuni casi, le fondamenta democratiche di alcuni Stati (es. Sudamerica).

Uno studio effettuato dalla Columbia University di New York ha stabilito che il giro d’affari della criminalità organizzata transnazionale è di circa il 15 percento del PIL mondiale (personalmente ritengo che la cifra sia notevolmente superiore). Il crescente problema della transnazionalità delle reti criminali organizzate, di conseguenza, dovrà stimolare le nazioni a cooperare mediante strategie preventive e repressive congiunte. Il lavoro a livello internazionale sin qui svolto non è sufficiente. Occorrono riforme efficaci per affrontare le nuove sfide della new economy. Ogni singolo Stato – direttamente o indirettamente interessato – dovrà ristrutturare le istituzioni coinvolte nella lotta alle mafie e si dovranno inevitabilmente rivedere le modalità di cooperazione sia a livello bilaterale sia in un contesto globale. Mentre le mafie si evolvono continuamente, gli Stati restano immobili, con burocrazie elefantiache, gerarchie spesso inutili e lente nel prendere decisioni contro le mafie che al contrario sono molto agili, collegate in rete, molto flessibili e soprattutto sono in grado di rispondere rapidamente ai mutamenti economici, politici e sociali in atto. Saranno necessari nuovi organismi istituzionali che comportino la partecipazione anche di “attori” non statali. C’è bisogno di nuove istituzioni nazionali con vocazione “internazionale” e con incidenza nell’economia e nei mercati finanziari mondiali.

Lo Stato non può più ignorare le nuove sfide del crimine globale che provengono soprattutto dalle infiltrazioni nel sistema economico e finanziario. I moderni processi di globalizzazione hanno fornito opportunità per l’espansione mondiale di attività legali, ma al tempo stesso hanno contribuito a incrementare anche le attività illegali. Le Nazioni devono trovare efficaci strategie di controllo dell’economia illegale che ruota intorno alla criminalità organizzata transnazionale. L’armonizzazione delle legislazioni nazionali è soltanto una delle sfide da affrontare al più presto. Ma a essa non potranno non aggiungersi nuove regole del mercato globale. L’economia criminale è contro le leggi degli Stati, ma non contro quelle dei mercati. Si può fare economia anche fuori o addirittura contro la legge e le mafie ne sono la più autentica dimostrazione. Non a caso le principali mafie mondiali (italiana, russa, cinese, giapponese e sudamericana) costituiscono la terza potenza economica mondiale e sono capaci di stravolgere le regole del mercato, di condizionare l’economia legale e la democrazia. Se la situazione è questa, senza interventi in ambito europeo e internazionale sulle economie occulte e sui paradisi fiscali, a cominciare dalla rottura delle relazioni economiche e dagli embarghi finanziari non si va da nessuna parte poiché si combatte la “guerra” con armi spuntate.

Vincenzo Musacchio, direttore scientifico della Scuola di Legalità

“don Peppe Diana di Roma e del Molise.